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Il prolungamento dello stato di emergenza? Questione di “sopravvivenza”

Contagi in crescita, nuove restrizioni, possibili serrate, confinamenti locali e di intere regioni. Se non si vuole parlare di fato avverso, allora qualcuno ha sbagliato e forse sono, o siamo, in tanti, a cominciare dal governo che con la sua maggioranza – visti i risultati – evidentemente non ha saputo intercettare i segnali che arrivavano settimana dopo settimana e dunque prevenire e gestire il dilagare dei contagi. Responsabilità oggettive, quelle di Palazzo Chigi, e non è certo il ridicolo rimpallo di competenze con le Regioni a poterle attenuare. C’è poi il ruolo degli esperti, divisi tra catastrofisti e ottimisti, molti dei quali hanno passato il tempo a litigare e a insultarsi, lasciando i cittadini disorientati fino allo sconcerto. E da ultimo non si può ignorare il comportamento di un certo numero, appunto, di cittadini, magari una ristretta minoranza, che hanno creduto che il peggio fosse passato e hanno trascurato la necessaria prudenza. Ed eccoci dunque nuovamente immersi nel dramma sanitario e sociale, con l’istantanea da Terzo mondo che vede migliaia di cittadini in estenuanti code per un tampone – peraltro obbligatorio – con gli ospedali pronti (chissà quanto) a una nuova chiamata di emergenza, con un’organizzazione della scuola ancora largamente approssimativa nonostante i 6/7 mesi a disposizione di chi ha il dovere di provvedere, con altre limitazioni delle libertà personali, concepite maldestramente da personaggi che, incaricati di funzioni così delicate, si rivelano semplicemente delle teste d’uovo.

Intanto, il Presidente del Consiglio e il suo governo con il prolungamento dello stato di emergenza si sono assicurati almeno altri 4 mesi di sopravvivenza, anche se la maggioranza è in fibrillazione continua. Una decisione contestata politicamente non solo dai partiti di opposizione, ma anche da autorevoli giuristi e studiosi che, Costituzione alla mano, non ne vedono i presupposti o l’urgenza. Parimenti contestati – e a quanto pare riserve arriverebbero anche dal Colle – sono i decreti che attraverso lo stato di emergenza il premier emana praticamente motu proprio, senza le verifiche parlamentari necessarie in una democrazia. E c’è chi parla di deriva autoritaria strisciante. È evidente come Conte si senta saldo in sella, rinfrancato dai risultati delle elezioni regionali, con un PD che ha contenuto le perdite, seppure con la conferma di due presidenti in Campania e in Puglia che poco hanno a che vedere col partito, e nonostante la débâcle dei 5Stelle, il suo partito di riferimento. Naturalmente con la disinvoltura che lo contraddistingue è pronto a cambiare cavallo, magari con un partito proprio, oggi valutato all’11-12%. E ormai quello che finora è stato un auspicio, uno slogan rassicurante, è diventato una convinzione: la compagine governativa andrà avanti fino alla scadenza della legislatura, passando naturalmente attraverso l’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Del resto, il vento soffia a favore di questa possibilità: epidemia galoppante, crisi economica, pesanti perdite di posti di lavoro, impegni europei pressanti, progetti per gli investimenti finanziati dal Recovery fund, trattative difficili per arrivare in tempi medio-brevi a una legge che ridefinisca la geografia elettorale voluta dal Sì referendario, ma senza dimenticare i 6 milioni di elettori che a dispetto delle indicazioni dei loro partiti di riferimento hanno votato No: un voto che pesa come un macigno perché forse più meditato e più carico di significati del 70% del Sì vittorioso dalle urne. Ma non da ultimo c’è l’attaccamento al potere di un PD che avendo perso le elezioni politiche si è ritrovato miracolosamente al governo, e dei 5Stelle che pur avendo ottenuto allora un ottimo risultato ora si ritrovano con meno della metà dei consensi. In sostanza, sembra esserci una mancanza di alternative, oggettiva forse, ma fino a un certo punto.

E sembra davvero che sia l’attaccamento alle poltrone il collante che tiene uniti governo e maggioranza, giacché essendoci un limite pure ai compromessi e agli scambi di favori, non si possono spiegare diversamente le rinunce, le ritirate, i voltafaccia e i rinvii dei confronti e delle decisioni urgenti. Uno tra i tanti è la cancellazione dei decreti sicurezza, a suo tempo voluti dalla Lega e approvati con convinzione granitica dai 5Stelle. Risulta davvero difficile comprendere e giustificare con solidi argomenti un tale cambiamento di opinione nel volgere di poco più di un anno, compreso quello del premier. Il tutto, naturalmente, dopo le elezioni regionali perché prima sarebbe stato troppo rischioso ai fini della raccolta di consensi. Così stando le cose, ci si può legittimamente chiedere quale sia la differenza tra questo governo e un qualunque altro della prima repubblica. Anzi, non sarebbe esagerato pensare che i compromessi di allora erano più dignitosi. Tanto più che almeno uno dei due maggiori partiti della compagine giallo-rossa si era presentato come rivoluzionario (a dir poco!) con intenti e programmi che avrebbero dovuto cambiare radicalmente il modo di governare, ed è stato anche da queste promesse che era venuto fuori il largo consenso elettorale. E ancora tra le tante questioni aperte che renderebbero impossibile la convivenza di qualunque maggioranza minimamente seria c’è quella del Mes, tenuta con grande sprezzo del pudore come la sporcizia sotto il tappeto. Il PD, al netto dei mille dubbi che serpeggiano pure tra gli esperti, preme per accedere a questo finanziamento europeo; i 5Stelle invece non ne vogliono proprio sapere. Almeno a tutt’oggi. E così anche Conte, che tuttavia nel corso dei mesi è andato modificando la sua opinione contraria, un tempo invalicabile, fino a diventare possibilista. Eppure molti pensano che quei 36 miliardi di prestito a tasso di poco superiore allo zero farebbero molto comodo alle precarie risorse di cui il Paese oggi dispone. Ma c’è da scommettere che dopo tanto insistere da una parte e fermamente negare dall’altra, la maggioranza giallorossa un compromesso lo troverà anche sul Mes, magari accampando nuove certezze sulle condizioni del prestito che difficilmente possono arrivare.

Dunque il governo procede alla giornata, sostenuto dallo stato di necessità che dura dal febbraio scorso più che dalle posizioni e convinzioni dei partiti che lo esprimono. Le polemiche e i distinguo sono quotidiani nella maggioranza, e il ricompattamento avviene soltanto in occasione dei tanti voti di fiducia coi quali il Parlamento è costretto a operare a ogni piè sospinto. Terminato il momento magico dello scampato pericolo delle regionali, si torna a parlare di un rimpasto di governo che, evocato come ineludibile nelle settimane prima del voto, improvvisamente sembrava archiviato. A rispolverare la questione ci ha pensato Renzi, leader di Italia Viva, mettendo di nuovo in agitazione ministri e partiti, motivando la sua richiesta con valutazioni che in altri contesti avrebbero portato a dimissioni e crisi: il governo è insufficiente. Non è la prima volta che lo dice, e in passato queste sue posizioni sono state precedute e seguite da altri esponenti della maggioranza, a cominciare dal PD. Ma come tutti i rimpasti che impongono misurazioni millimetriche dei pesi e dei contrappesi reclamati dai singoli partiti e dalle loro correnti, anche questo non è facile. E in primo luogo perché dal Colle sembra che si voglia che un rimpasto debba essere preceduto da una crisi di governo dichiarata, e seguito da un voto di fiducia in Parlamento. Il ricompattamento della maggioranza in questo caso sarebbe certo, ma rimarrebbe anche un alto rischio che la situazione possa sfuggire di mano. Meglio dunque stare fermi: è la conclusione che si tira dalle parti dei due principali partiti e di Palazzo Chigi. Anche perché nel Pd dopo il voto regionale sembra tornata la calma, con il segretario Zingaretti che avendo perso solo le Marche, che tuttavia non è poco, ha provato a far credere, ai militanti di base ma un po’ meno ai vertici del partito, di aver vinto le elezioni. Magari si tratta di una calma apparente, proprio perché la situazione politica al momento sembra senza vie di uscita, e chi aspira a sostituirlo o ad avere un maggior peso nel partito e nella compagine governativa ha rinviato le proprie aspirazioni a tempi migliori.

Un’incognita o qualcosa di simile a una mina vagante per la maggioranza e il governo sono i 5Stelle. Mai come ora nella loro breve e forse effimera storia sono apparsi così divisi, dilaniati al limite della scissione. Eppure negli ultimi giorni sono arrivati improvvisi segnali di distensione da parte di chi, come Di Battista e il suo ormai largo seguito, contesta l’azione di governo e lo stesso modo di essere del cosiddetto “movimento”, ultimo baluardo semantico col quale i seguaci di Grillo vogliono far credere di essere diversi dagli altri, accanto a un altro baluardo soltanto nominale, quegli “Stati generali” previsti nella prima settimana di novembre che altro non saranno che un comune congresso di partito: quel che resta, insomma, della diversità dei 5Stelle. I pentastellati dovranno decidere se affidare il partito a un capo unico, che c’è da scommettere non si chiamerà né “segretario” né “presidente”, o a un soggetto di vertice che comprenda diversi dirigenti, una specie di direttorio. Ma pur essendo questo un nodo decisivo, dovranno anche scegliere, magari non necessariamente una volta per tutte, da che parte stare, a destra, al centro o a sinistra, cioè valutare se allearsi con qualcuno, con chi e a quali condizioni, se tentare di ripescare l’identità perduta di movimento nuovo e diverso, ideologicamente contro tutto e contro tutti, o abbracciare un sano realismo fatto di dignitosi compromessi alla luce del sole, senza troppe menzogne, eccessivi infingimenti ed entusiasmi ridicoli. Un esempio mirabolante: “Abbiamo sconfitto la povertà!”. Vale a dire, fare politica sul serio, la cara vecchia politica di una volta. Di questo e di altro ancora si dovrebbe discutere ai cosiddetti Stati generali pentastellati, ma forse per i grillini è una scaletta troppa ambiziosa.

Ma non mancano problemi anche nella destra, o centro-destra che dir si voglia. Anche qui le divisioni, seppur meno vistose, sono piuttosto marcate e aggravate dai problemi interni dei partiti. Nella Lega la stella del leader Salvini sembra appannata: c’è chi, come Giorgetti, ha messo in piedi una fronda capace di mettere in difficoltà le linee politiche del “capitano”. ll Carroccio sta perfezionando un’organizzazione interna allo scopo di garantire una maggiore collegialità nelle scelte, ma la macchina sembra stentare ad avviarsi e i risultati non sono evidenti. All’interno c’è chi vede la necessità di una Lega meno radicale, di una politica meno urlata o che non appaia concentrata quasi soltanto sul tema dell’immigrazione, problema gigantesco ma non unico; c’è chi immagina una Lega più dialogante, un partito “centrista” che magari smetta di fare la guerra all’Unione europea, che sappia far passare il messaggio che vuole cambiarla e non demolirla. Un nuovo volto politico, insomma, che forse farebbe perdere il consenso di chi segue il Carroccio proprio per la sua identità radicale, ma che forse farebbe avvicinare tanti moderati, imprenditori, cattolici, perfino cittadini che finora sono stati a sinistra. Forza Italia da parte sua è alle prese con una forzosa carenza di leadership. Berlusconi per mille comprensibili ragioni non appare più in grado di esercitare quel magnetismo catalizzatore di consensi, e chi ne fa le veci non ha il carisma necessario. Il partito si trova a registrare continue e spesso importanti defezioni al centro come in periferia, e ormai è impegnato a mantenere quel 6-7% che gli attribuiscono i sondaggi: un consenso che può essere influente, ma pur sempre modesto. Chi invece sembra procedere a gonfie vele e apparentemente senza problemi interni è Fratelli d’Italia, che molti indicano come unico vero vincitore delle regionali. Ora i sondaggi accreditano al partito un abbondante 15%, collocandolo al di sopra dei 5Stelle e dunque terzo partito del Paese. Alla Meloni il compito di non disperdere questo consenso. E ai tre partiti della coalizione la capacità di mantenersi uniti, se non in vista di un improbabile voto anticipato, almeno per le importanti elezioni comunali della prossima primavera. 

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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