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Il Nagorno Karabakh è la nuova guerra di Erdoğan

Nell’ennesimo scontro tra Armenia e Azerbaigian, il giornale tedesco Die Welt con Alfred Hackensberger vede esclusivamente un confronto tra il presidente della Turchia Erdoğan e il suo omologo russo. Ma Putin non ha interesse a fare la guerra, mentre Erdoğan ha la smania di mostrare i muscoli e al tempo stesso di intimorire l’Europa. Nel Nagorno Karabakh la Turchia sostiene l’Azerbaigian musulmano; dall’altra parte del fronte c’è la Russia che sostiene l’Armenia. Erdoğan sta andando incontro a un grosso rischio, ma questa sua dimostrazione di forza è anche un segnale per l’Europa.

Hackensberger racconta: “Le colonne di carri armati avanzano lungo la valle. In cielo girano elicotteri e droni. Sopra le città e i paesini si elevano nuvole di fumo nero e bluastro. Ci sono morti e feriti. Domenica, alle 4:10 del mattino, nel Nagorno Karabakh è iniziata la guerra tra gli eserciti di Azerbaigian e Armenia. Come ha scritto sulla sua pagina Facebook il premier armeno Nikol Pashinyan, il primo colpo è stato sparato dagli azeri, domenica all’alba. “Tutta la responsabilità ricade sulla dirigenza politico-militare dell’Azerbaigian”, ha comunicato il portavoce del Ministero della Difesa armeno, che ha riportato anche l’abbattimento di alcuni elitcotteri e droni militari e la distruzione di tre carri nemici. I vertici azeri a loro volta hanno smentito queste dichiarazioni e hanno sottolineato invece come si sia trattato di un contrattacco sulla linea del fronte: sarebbe infatti stata l’Armenia ad aver inizialmente provocato le azioni militari.

Si tratta delle tipiche accuse reciproche lanciate dalle parti in conflitto, che durano già da oltre un secolo e che si erano nuovamente infiammate poco prima del collasso dell’URSS. Da quel momento, gli scontri armati tra le parti che rivendicano il Nagorno Karabakh, cioè Azerbaigian e Armenia, avvengono in maniera costante. Conformemente al diritto internazionale questa regione appartiene all’Azerbaigian musulmano, ma di fatto è posta sotto il controllo dell’Armenia. La tregua proclamata nel 1994 viene perennemente violata. L’ultimo caso vi era stato a luglio di quest’anno, quando si era verificata sulla linea di confine una sparatoria per la quale furono uccisi due soldati azeri e altri rimasero feriti. Di solito, incidenti del genere possono essere definiti come scontri a fuoco limitati e avvengono a centinaia di chilometri dal Nagorno Karabakh. Adesso invece non si parla solo di scaramucce, ma di una guerra vera e propria. Le Forze armate azere, compresa l’aviazione, hanno attaccato direttamente il territorio conteso. Nel Nagorno Karabakh è stato annunciato lo stato di guerra e la mobilitazione generale. Ci si aspettava comunque questa guerra: il fatto è che la Turchia dopo l’ultimo incidente sul confine aveva dichiarato che in caso di necessità avrebbe aiutato il suo alleato Azerbaigian. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan aveva promesso di “vendicare qualunque aggressione contro l’Azerbaigian”, con quest’ultimo che rifornisce la Turchia di gas a buon mercato. Secondo le parole del presidente turco, all’Armenia toccherà “pagare un conto salato” per qualunque offesa.

Foto – Mezzi militari armati turchi in Siria

Che le minacce di Erdoğan non siano parole vuote, è chiaro a tutti guardando agli interventi della Turchia in Siria e in Libia. La guerra è una delle componenti della sua politica estera espansionista, il cui obiettivo è la creazione di un “nuovo Impero ottomano” con a capo la grande potenza turca. L’Azerbaigian è ormai da tre decenni fedele alleato di Ankara nel Caucaso. La Turchia sostiene le sue forze armate con qualche centinaio di milioni di dollari ogni anno; a luglio gli ha fornito droni, armamenti e munizioni di vario tipo. Con questa escalation militare nel Nagorno Karabakh, oggi la Turchia esibisce la propria egemonia pure sul Caucaso, dove però cozza con gli interessi della Russia, la quale detiene alcune basi sul territorio dell’Armenia. Tuttavia, ciò non impensierisce i turchi, i quali già da alcuni anni si contrappongono al Cremlino in Siria e in Libia: in entrambi questi Paesi i vertici turchi favoriscono i propri interessi con pieno successo, indipendentemente dall’opinione dei russi. Tenendo conto di questi precedenti, non bisogna escludere che Ankara non tema di confrontarsi con Mosca nel Nagarno Karabakh.

La prima reazione di Mosca sembra aver dato ragione ai calcoli di Erdoğan. Il Ministero della Difesa russo ha invitato le parti a cessare il fuoco: anche se l’Armenia, a differenza dell’Azerbaigian, è un membro dell’Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva, fondato dalla Russia, il Cremlino non ha interesse a intervenire al fianco di Erevan. I media russi hanno riportato il conflitto senza dare risalto alla notizia. Inoltre Putin non pare interessato a muovere guerra alla Turchia, perché il suo obiettivo consiste nel mantenere inalterata la situazione nel Nagorno Karabakh, così da poter continuare a vendere armi a entrambi gli schieramenti. Erdoğan, da parte sua, punta sull’intimidazione: la guerra nel Nagorno Karabakh è un modo per mostrare la sua forza alla Grecia e all’Europa intera, con la quale la Turchia litiga per colpa dei giacimenti di gas nella zona orientale del Mediterraneo. Ankara fa nuovamente vedere come ritenga la guerra un mezzo assolutamente accettabile per promuovere i propri interessi e l’intervento turco nel Nagorno Karabakh è contemporaneamente un affondo contro la comunità internazionale: infatti nel Caucaso la Turchia scommette ancora sulle formazioni dei ribelli siriani, come già fatto in Libia. I mass media riferiscono come in Azerbaigian si trovino già quasi mille mercenari presi dalle file degli oppositori siriani, e si dice che ciascuno di essi venga pagato fino a 2500 dollari al mese.

Foto – L’esponente politica curda assassinata Hevrin Khalaf

Il grande pubblico ha saputo di loro a ottobre dello scorso anno, quando hanno assassinato l’esponente politica curda Hevrin Khalaf. Tre giorni dopo l’incursione turca nel nord della Siria, cioè il 12 ottobre, la 34enne Khalaf viene uccisa sulla strada lungo il territorio controllato dall’Esercito nazionale siriano (SNA). I miliziani hanno fermato la sua auto e l’hanno trascinata fuori per i capelli in maniera così violenta da farle letteralmente lo scalpo, le hanno spezzato le gambe con spranghe di ferro e le hanno rovinato il viso al punto da renderla irriconoscibile. Alla fine l’hanno giustiziata sparandole circa 20 pallottole. Khalaf quel giorno non è stata l’unica vittima dello SNA, nel quale militano per la maggior parte islamisti radicali che sfruttano l’appoggio della Turchia: allo stesso modo hanno tirato fuori dalle loro auto e poi ucciso altri otto civili. Queste esecuzioni hanno dato l’avvio a ulteriori e molteplici crimini di guerra, registrati nel relativo rapporto al Consiglio della Nazioni Unite per i diritti umani: vi è un lungo elenco di azioni di cui sono accusati i “collaboratori” di Erdoğan: saccheggi, rapimenti, stupri, torture e trasferimenti forzati degli abitanti. A questo possiamo aggiungere la razzia e la distruzione dell’eredità culturale universale e delle reliquie religiose nella regione curda di Afrin, che gli islamisti siriani avevano invaso su ordine di Ankara già nel 2018. Nel rapporto di 25 pagine all’ONU si parla di “azioni sistematiche e coordinate” da parte delle formazioni armate. Martedì scorso, il presidente della commissione di inchiesta dell’ONU Paulo Sergio Pinheiro ha richiesto alla Turchia di “indagare su tali crimini”. Ancora qualche giorno fa, il Ministero degli Esteri turco ha respinto “qualsiasi accusa” in quanto “infondata”, sottolineando come Ankara sostenga i ribelli siriani che “godono di immunità”.

Ora le circostanze in Azerbaigian si sono fatte bollenti: sono arrivati già da quattro settimane i primi miliziani dello SNA, secondo le informazioni dei media siriani. Era ancora metà settembre quando il capo del Ministero degli Esteri armeno Zohrab Mnatsakanyan aveva accusato la Turchia di mandare nel Paese vicino “guerriglieri stranieri”; ha anche dichiarato che poteva considerarsi come una minaccia di ricorso alla forza. Ma adesso la situazione è ancora peggiorata. Secondo informazioni non confermate, pubblicate su Twitter, domenica sono morti circa 20 miliziani siriani. A Idlib hanno già diffuso i primi nomi dei caduti, come riportato da un giornalista che si trova nell’ultimo bastione dei guerriglieri nel nord-ovest della Siria. Tutte le basi dei ribelli siriani “al servizio” di Ankara sono situate a Idlib. “Hanno diminuito la paga ai miliziani in Libia negli ultimi tempi”, aggiunge il giornalista, che per motivi di sicurezza mantiene l’anonimato. “In questo modo la Turchia vuole spingerli ad andare in Azerbaigian, dove vengono promessi loro più soldi”.

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