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Il corridoio di fuoco turco-libico: rischio terremoti, tsunami e vulcani di fango sulle esplorazioni petrolifere

Il bacino del Mediterraneo orientale è una delle zone geologicamente più attive di tutto il Sud Europa e dell’Africa, caratterizzato da elevata sismicità e dalla presenza diffusa di vulcani di fango. Gli epicentri dei terremoti, ricorda pure l’Agenzia europea dell’ambiente (Aee), si concentrano sia lungo l’arco ellenico e cipriota sia a ridosso degli stessi, nelle regioni egea e dell’Asia Minore occidentale. Proprio al centro della striscia di mare compresa fra le coste occidentali di Cipro e quelle dell’isola di Creta si snoda il corridoio turco-libico, risultato del Memorandum d’intesa sulla cooperazione marittima siglato il 27 novembre scorso dal governo di accordo nazionale (GNA), guidato da Fayez al-Sarraj, e dal capo di Stato turco Recep Tayyip Erdogan.

L’accordo prevede l’istituzione di aree di giurisdizione marittima con una zona economica esclusiva (Zee), che si estenderebbe dalla città di Derna nella costa orientale libica, non molto distante dal confine con l’Egitto e in pieno territorio della Cirenaica (sotto il controllo del nemico numero uno di al Sarraj, Khalifa Haftar), fino a settentrione, nel braccio di terra che si affaccia sul golfo di Fathiye in Turchia ad ovest di Cipro. Questa zona esclusiva traccia i confini marittimi tra i due Paesi, determinati ad avviare collaborazioni nello sfruttamento delle risorse marittime. Ankara, forte di quel patto ratificato il 5 dicembre dalla Grande assemblea nazionale turca (Tbmm),  rivendica i suoi diritti nel Mediterraneo orientale rispetto alle perforazioni dell’amministrazione greco-cipriota, ribadendo che anche la Repubblica turca di Cipro del Nord ha giurisdizione sulle risorse presenti nell’area. E già potrebbe iniziare le attività di esplorazione nel giro di tre-quattro mesi, scrive il giornale filogovernativo Daily Sabah, riportando le dichiarazioni del ministro dell’Energia Fatih Dönmez del 22 maggio scorso, in risposta al comunicato congiunto diffuso dieci giorni prima dai ministri degli Esteri di Egitto, Cipro, Grecia, Francia ed Emirati Arabi Uniti. Il gruppo condanna fermamente le attività turche in corso nella Zee cipriota e nelle sue acque territoriali definendole “illegali”, perché rappresenterebbero una violazione del diritto internazionale. Si tratta, infatti, del sesto tentativo in meno di un anno della Turchia  di condurre operazioni di perforazione nelle zone marittime di Cipro.

Pure il titolare della Farnesina Luigi Di Maio, incontrando il 4 febbraio scorso il suo omologo greco Nikos Dendias aveva definito “inaccetabile” il patto Libia-Turchia sulla delimitazione della piattaforma continentale, perché «esso viola i diritti sovrani dei paesi terzi, non è conforme al diritto del mare e non può produrre alcuna conseguenza giuridica per Stati terzi – si legge nella nota diffusa dal Ministero –. Solo attraverso una cooperazione autentica e leale, le risorse naturali nel Mediterraneo costituiranno un beneficio per tutti i popoli che vivono nella regione». Ma aldilà delle dispute e degli interessi energetici e geopolitici degli attori in campo, non ultima Roma che martedì ha rinnovato l’accordo bilaterale del 1977 con Atene per la delimitazione delle Zee nel Mare nostrum e lo sfruttamento delle risorse marittime, a destare le perplessità di una parte del mondo scientifico è l’attività di prospezione in un’area geologicamente off limits, l’EastMed. «Il tratto di mare in cui insiste il corridoio turco-libico si trova in un’area geologica estremamente complessa, una delle più critiche al mondo – spiega Angelo Camerlenghi, ricercatore dell’Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale (Ogs) – perché situata lungo un confine attivo di convergenza fra due placche, quella euroasiatica e quella africana in collisione”.

Infografica – Elaborazione Vannucci e coautori, 2004 – Annalas of Geophisics

L’attività geologica è caratterizzata  dalla distribuzione della sismicità, di vulcani di fango e dalla capacità di generare tsunami. I rischi geologici cumulativi rendono la parte settentrionale del corridoio a più alto rischio, proprio al largo delle coste di Cipro. La posizione su margine di placche tettoniche di questo corridoio – prosegue – implica un’alta sismicità sia in termini di distribuzione molto ampia di terremoti che di magnitudo degli stessi. La pericolosità è dimostrata dal fatto che il margine è stato riconosciuto come ad alto potenziale tsunamigenico, come dimostrano anche numerosi casi di maremoti verificatisi in epoca storica, e non solo, nel Mediterraneo orientale. Sebbene le installazioni off shore in mare profondo non siano soggette a rischio tsunami, perché le onde da esso provocate in mare aperto hanno un’ampiezza ridotta, tuttavia, le infrastrutture dedicate ad estrazioni di idrocarburi per il trasporto a terra attraverso pipeline (tubature installate sul fondo del mare) verso i siti di stoccaggio lungo le coste, sarebbero estremamente vulnerabili al rischio di tsunami».

Infografica – TSUNAMIGENIC ZONES IN THE MEDITERRANEAN. Papadopulos et al., 2014

Non solo. Ricordiamo che nella parte settentrionale del corridoio, quindi fra la Turchia e le isole greche, passa la cosiddetta cintura di vulcani di fango, il più noto anche per le sue dimensioni è l’Anaximander mountain.

«Questi – aggiunge il ricercatore – costituiscono un ulteriore elemento di pericolosità, in quanto rappresentano delle condotte naturali di fuoriuscita anche violenta di gas, fango, rocce e fluidi sotterranei. Gli eventuali rischi sarebbero collegati alla presenza di fluidi pressione al di sotto del fondale marino e al verificarsi di improvvise e violente esplosioni di fango a mare.  In questo caso,  la colata di fango potrebbe danneggiare eventuali manufatti legati allo sfruttamento dei giacimenti. Il Mar Mediterraneo è un mare chiuso e un incidente per quanto banale, potrebbe innescare disastri ambientali. Quello ad esempio della Deep water Horizon nel 2010 a 66 chilometri a largo della Louisiana, ci insegna che anche la perforazione petrolifera in acque molto profonde (in quel caso si trattava di 1500 metri di profondità), come sono quelle del Mediterraneo, non è esente da rischi ambientali che si ripercuotono inevitabilmente sulle coste».

Infografica – Eastern Mediterranean Mud Vulcanous Belt, Camerlenghi e Pini , Sedimentology

Terremoti, maremoti e vulcani di fango ormai da anni oggetto di studio della comunità scientifica internazionale, numerose sono le pubblicazioni in merito, rappresentano i pericoli maggiori da non sottovalutare. Al mondo ci sono circa duemila vulcani di fango, di cui oltre un centinaio concentrati proprio in quello specchio di mare, situati per lo più ai margini delle zolle tettoniche. La forza distruttiva di questi vulcani si è mostrata in tutta la sua drammaticità nell’isola indonesiana di Java nel 2006, dove pare che la perforazione del pozzo di esplorazione di gas Banjar-Panji-1 abbia generato il vulcano Lusi. L’eruzione di fango ebbe una potenza tale da inondare i centri abitati nelle vicinanze, costringendo alla fuga 60mila persone, uccidendone quattordici.

Foto – Immagine delle conseguenze eruzione vulcano Lusi avvenuta nel 2006

A distanza di anni, il vulcano continua ad emettere materiali ed oggi «la zona è coperta da oltre 40 metri di fango  per un’espulsione pari a 80 metri cubi di fango al giorno», riporta la rivista scientifica Scienze Notizie. «Quel che è accaduto con Lusi è un fatto quasi unico, che ancora oggi divide gli studiosi – spiega Fausto Grassa, ricercatore dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia –. Il fango emesso era caldo, di norma negli altri vulcani di fango è freddo. Poi, malgrado siano passati diversi anni, non si è ancora giunti ad una conclusione sulle cause della sua origine. Alcuni scienziati ritengono sia stata la perforazione del pozzo ad una distanza di 200 metri dal vulcano a determinarne la causa, altri invece sostengono sia stato un terremoto verificatosi alcuni giorni prima a 160 miglia dall’eruzione. Di sicuro c’è che trivellare nelle vicinanze di un vulcano di fango può costituire un pericolo geologico, un geohazard». Negli ultimi 520 anni, sono stati registrati circa 200 eventi tsunamigenici nell’area circostante il Mediterraneo. La maggior parte è stata segnalata nelle zone più attive dal punto di vista tettonico e vulcanico, come i mari Egeo, Ionio e il Mar di Marmara e lungo l’arco di Cipro. Il terremoto di Izmit del 1999, nella Turchia nord-occidentale provocò la morte di 18mila persone e il crollo della zona costiera a seguito di uno tsunami. Gli ultimi movimenti tellurici segnalati dall’Ingv nell’area orientale del Mediterraneo, si sono verificati il 30 gennaio e il 2 maggio di quest’anno. Il primo di magnitudo 5.2 sulla scala Richter, è avvenuto in mare nella zona di Creta, mentre il secondo, localizzato dal Centro allerta tsunami dell’Ingv (Cat) a 80 chilometri a Sud della stessa isola ha avuto grandezza ben superiore (6.7), tanto che il Centro ha diramato un’allerta tsunami di livello rosso (Watch) per Creta, arancione (Advisory) per altre regioni greche, per Turchia, Libia ed Egitto. I fattori potenziali di rischio in quel tratto di mare ci sono tutti, è indispensabile fare una valutazione attenta degli studi condotti finora da geologi di fama internazionale ed eventualmente integrarli, per evitare possibili catastrofi innaturali. Non è da escludere che l’obiettivo di Ankara possa essere a ragione quello di creare una zona esclusiva Turchia-Libia per poter accedere al margine continentale libico, che si trova nella parte più meridionale del corridoio, dove gli elementi di pericolosità sono più ridotti.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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