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I fantasmi siriani: 100mila persone arrestate, rapite e fatte sparire

Immaginate per un solo istante che un vostro caro ad un tratto svanisca nel nulla. Niente e nessuno riesce o vuole ricondurvi a lui. L’angoscia di non conoscere il suo destino vi assale e non vi abbandonerà fino a quando non lo ritroverete. Nel frattempo tante domande affollano la vostra mente, alle quali non sapete dare risposte: dov’è, sta bene, gli hanno fatto del male, è vivo? Quegli stessi quesiti non risolti, se li pongono ancora oggi i familiari di 100 mila persone scomparse in Siria, inghiottite dalla furia cieca della repressione e dall’odio sanguinario. Solo il Daesh, che già nel 2013 iniziava a prender terreno nella città di Raqqa, secondo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch ha sottratto all’affetto dei propri cari ben 8.134 persone. Mentre la Commissione internazionale indipendente di inchiesta sulla Repubblica araba siriana ha rilevato che più di 100 mila sarebbero state arrestate, rapite e fatte sparire non solo dal regime di Assad, ma anche dall’enorme pletora dei gruppi di opposizione che controllano ancora diverse parti del Paese.

Foto – Scomparsi siriani come denunciato da Amnesty International

Fra le maggiori preoccupazioni dei familiari delle vittime è che il ricordo delle vittime si perda nel Lete, il fiume dell’oblio, della dimenticanza. Per questa ragione le cinque associazioni più attive e presenti in territorio siriano, la Caesar Families Association, Family for freedom, la Coalizione delle famiglie di persone rapite dal Daesh (Masser), Associazione dei detenuti e scomparsi nella prigione di Sednaya lanciano un appello al mondo e alle organizzazioni internazionali perché non volgano lo sguardo da un’altra parte. Un monito che affidano alla “Carta della verità e della giustizia”, un documento su cui costruire una base comune per promuovere la causa della giustizia nel Paese dilaniato da dieci lunghi anni di guerra e sensibilizzare la comunità internazionale sul drammatico fenomeno delle sparizioni. La Carta sarà presentata in anteprima mondiale il prossimo 10 febbraio, nel corso di una conferenza stampa, col duplice obiettivo di dare risposte alle famiglie  e di assicurare alla giustizia i responsabili, quali elementi costitutivi per una pace duratura in Siria. Temi già avanzati il 7 agosto 2019 durante una riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu da Rosemary Di Carlo, sottosegretario generale per gli Affari politici e di consolidamento della pace, che ha sottolineato come «la risoluzione del Consiglio 2474 (2019) abbia stabilito un chiaro legame tra la situazione delle persone scomparse nei conflitti armati e la risoluzione dei conflitti più in generale». Aggiungendo «la giustizia e la responsabilità per questi abusi devono essere garantite, indipendentemente dagli autori».

Le Nazioni Unite hanno anche ricevuto segnalazioni di civili detenuti o scomparsi nell’ambito dei cosiddetti “accordi di riconciliazione”. Alla riunione dei 15 era presente anche Amina Khoulani, co-fondatrice di Families for Freedom, ha detto a chiare lettere: «Questo Consiglio può salvare vite umane se sceglie di agire oggi». A distanza di oltre due anni non risulta che dei responsabili siano stati assicurati alla giustizia o che vittime di rapimenti, anche dopo anni dalla loro scomparsa, siano state ritrovate. Come nel caso del sacerdote gesuita, padre Paolo Dall’Oglio, sequestrato a Raqqa il 29 luglio del 2013,  sulla cui sorte è calato un silenzio assordante. A Family for freedom hanno aderito anche le sorelle di Padre Paolo, Francesca e Immacolata, quest’ultima spiega che «l’iniziativa della Carta è molto importante perché intende volgere un faro sulla logica violenta della piena negazione del diritto umano. A 73 anni dalla Dichiarazione universale dei diritti, in Siria come in altre parti del mondo, ci troviamo ad assistere ancora  alla costante e ripetuta violazione del diritto umano fondamentale, la vita. Il ricorso sistematico ai rapimenti è una realtà praticata in quel Paese anche prima del 2011, una modalità strutturata di mantenere il potere, assoggettando con metodi violenti coloro che vi si oppongono».

Fanno leva «sull’arma più potente che hanno, la paura. Questo sistema – prosegue – tiene sotto ricatto i familiari che cercano di far qualcosa per i propri cari, perché nel momento in cui avviene una sparizione tu non sai mai quanto puoi spingere su una direzione o su un’altra. Violazioni del diritto che hanno degli effetti devastanti sui familiari, che rimangono soggiogati dall’attesa e dalla pressione del ricatto e che non sanno come mobilitarsi. E questo avviene soprattutto in quelle terre, dove  non vi è alcuna forma di democrazia. L’iniziativa – aggiunge- mette insieme diverse anime per lavorare ad un progetto comune di elaborazione e diffusione del documento che invoca verità e giustizia per gli scomparsi e le loro famiglie. Se si vogliono creare le basi per un nuovo ordine, verità e giustizia sono i cardini da cui ricominciare, così come ci ha insegnato il processo di Norimberga, che ha fatto luce sui crimini commessi, chi è stato attore di azioni violente oggi se ne assuma la responsabilità. E’ importante – conclude la Dall’Oglio – agli occhi del mondo e della Siria che sia evidente l’assunzione di responsabilità, altrimenti tutto passa nell’impunità».

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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