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“I bambini sono sempre gli ultimi”, parola del pedagogista Daniele Novara

I bambini sono sempre gli ultimi. Come le istituzioni si stanno dimenticando del nostro futuro“, edito da Rizzoli, è sicuramente uno dei saggi più interessanti e originali usciti quest’anno nelle librerie italiane. Il noto pedagogista e scrittore Daniele Novara riesce infatti a costruire un libro che va al di là della manualistica di genere, riuscendo a ‘regalare’ ai lettori un libro di denuncia sull’isolamento e la ghettizzazione sociale che stanno subendo i nostri bambini e ragazzi, complici Istituzioni sempre più disattente e impreparate. Il pregio di questo libro è che l’autore, anche nei momenti dove critica più aspramente la deriva della società italiana, riesce a mantenere per tutte le 208 pagine del suo lavoro un tono leggero e sarcastico, una rarità in un mondo letterario che tende sempre di più a prendersi troppo sul serio. Ma parliamone direttamente con Novara che si è concesso ai nostri microfoni e soprattutto alla nostra penna.

Infografica – La biografia dell’intervistato Daniele Novara

– Come nasce questo libro così originale nell’approccio? 

– Mentre eravamo in quarantena, ho notato un fenomeno curioso: erano sparite le pubblicità di prodotti per bambini, ma erano aumentate quelle dedicati ai cani. Possiamo immaginare il perché, dato che potevano uscire solo coloro che accompagnavano il cane a fare la passeggiata. Non mi era sembrato un semplice episodio, ma qualcosa da approfondire per i risvolti sociali che ne scaturivano. Era qualcosa di profondamente sgradevole: significava che si erano venute a creare le condizioni sociali e storiche per le quali i bambini perdessero la propria dimensione nella società. Da questa constatazione nasce il mio saggio. Non è semplice per i pedagogisti trovare spazio nelle case editrici generaliste, BUR Rizzoli – una delle più importanti in Italia – è una eccezione in tal senso e la ringrazio per la fiducia che mi accorda da anni. Ecco quindi che questo è un libro che cerca di dare ai lettori delle risposte operative sull’infanzia grazie alla mia esperienza da pedagogista che vive nella realtà e non è limitato agli studi accademici.

– Quanti danni sta creando la didattica a distanza?

– Una ricerca dell’ospedale pediatrico Gaslini, effettuata su 4mila famiglie, ha quantificato i danni con molta precisione: 70% di danni sui bambini nell’ambito emotivo, dell’autonomia, dei comportamenti, della compromissione del sonno. Sono danni significativi, ma ciò che è più grave è la pretesa delle nostre istituzioni che i bambini in fase evolutiva possano essere messi “in pausa”. Si è persa la consapevolezza di come siano fatti i bambini e i ragazzi. È semplicemente qualcosa di folle il credere che un bimbo di 6 anni possa mettere in stallo le sue attività e la sua vitalità come può fare invece un cinquantenne. Non si possono “ibernare” i bambini togliendo loro i giochi all’aperto, le relazioni coi compagni, gli interessi sportivi e infine la scuola quella “vera”. Eppure è una convinzione condivisa sia dal sistema istituzionale e governativo, dai media e in parte anche dall’opinione pubblica. Ho lanciato più volte appelli al governo affinché fossero inseriti specialisti della materia nelle Commissioni dedicate: purtroppo invece per la redazione dei vari Dpcm di Conte non è stato coinvolto alcun “tecnico” esperto d’infanzia.

– La scuola italiana, oggi, è “buona” come nello slogan renziano?

– La scuola ha avuto momenti positivi, come quando era stata capace a portare il 97-98% dei bimbi a frequentare la scuola dell’infanzia. Erano percentuali tra le più alte d’Europa. Oggi siamo scesi al 91-92%, cioè quasi un bambino ogni dieci non può andare perché mancano i posti, perciò deve rivolgersi alle scuole private. Oggi vengono chiuse le classi differenziali, ancora presenti in altri Paesi, come ad esempio la Svizzera. L’Italia le ha abolite: sembrava una conquista sociale, invece nella pratica ha avuto effetti deleteri, tra cui una marea di certificazioni sulla salute psichica dei bambini, tale che oggi il 3% della popolazione ufficialmente è affetto da disabilità. Ovviamente molti di questi non sono assolutamente disabili, ma hanno solo disturbi emotivi o comportamentali che potrebbero essere corretti senza ricorrere agli insegnanti di sostegno. Siamo così passati dall’essere il primo Paese ad aver abolito le classi differenziali a quello che etichetta i suoi alunni quasi pregiudizialmente con il marchio della disabilità, scambiando l’immaturità infantile e adolescenziale con patologie serie. Quando mi è stato chiesto cosa pensavo degli assembramenti di giovani avvenuti quest’estate, ho fatto notare l’accanimento insensato contro questo fenomeno, ribadendo il dato scientifico per il quale gli adolescenti hanno una percezione bassissima del pericolo, ma questa volta senza conseguenze gravi, a differenza di quanto avvenne con la Spagnola del secolo scorso, che aveva falcidiato proprio i giovani. La scuola è entrata in un tunnel di disinteresse, disinvestimento e disattenzione e la scuola si è scollegata dalla pedagogia. Sono rari i presidi specializzati in pedagogia nelle scuole, i dirigenti vengono selezionati soltanto secondo le conoscenze amministrative e giuridiche, e gli insegnanti non hanno spesso una formazione pedagogica e in un certo senso nemmeno didattica. La scuola non può restare ferma alla retorica “dell’ora di lezione”, limitandosi alla “lectio” di stampo medievale, in cui l’oratore espone quanto scritto su un testo. Con Internet, con la mole di informazioni disponibili subito, come si può pretendere che l’insegnante conosca soltanto la sua materia? Ci vuole una scuola laboratorio, fatta di lavoro comune, di esperienza, di domande maieutiche, di confronto. La DAD diventa oggi il Cavallo di Troia per chiudere definitivamente la scuola.

– Chi ha più colpa? Genitori, media, insegnanti o istituzioni?

– Se proprio dovessi stilare una graduatoria delle responsabilità, al primo posto metterei le istituzioni. Queste ultime, infatti, si sono per così dire “adagiate”, hanno smesso di fare il compito per il quale sono state create, cioè vigilare sui limiti imposti al comportamento umano per permettere un buono svolgimento delle attività sociali e lavorative. Si sono poi conformate ai difetti della popolazione stessa. Dunque, se si presenta un genitore che dice “mio figlio deve avere un problema”, ecco che arriva una pletora di specialisti pronti a confermare questa opinione. Una volta c’erano insegnanti e pediatri che cercavano di tranquillizzare le madri che scorgevano ogni tipo di criticità comportamentale nei propri figli e di comunicare loro che con il tempo e la maturazione tutto si sarebbe risolto. Oggi, invece, a scuola ogni bambino che disturba viene trattato come un bambino che ha un disturbo! La scuola ha ormai derogato ai suoi compiti primari e si è alleata con le istanze ‘persecutorie’ dei genitori e perfino degli insegnanti, senza porre nessun filtro, nessuna resistenza e mettendo i bambini a rischio di diagnosi sbagliate o di proiezioni paranoiche. Nei bambini oggi vengono visti prevalentemente i limiti e i difetti, mentre la vivacità viene etichettata come un potenziale disturbo! Il fatto che un adolescente tenda a essere trasgressivo è visto come un segnale inquietante, dimenticandosi del fatto che da che mondo è mondo i ragazzi hanno partecipato alle rivolte, alle contestazioni, ai tentativi di cambiamento.

– E i genitori, specialmente quelli con tanti figli, quanto sono stati abbandonati dalle istituzioni? Nel Suo saggio spiega come venga guardato con sospetto chi ha più di tre bambini…

– I genitori narcisisti vengono assecondati dalle istituzioni nei loro deliri. Invece i genitori che vorrebbero vedere i loro figli come parte di un progetto comune della società o della nazione, vengono in qualche modo convinti a considerare i loro bambini come un progetto individuale, anzi individualistico. Il problema di base è la totale assenza di condivisione sociale. Resistono forse ancora i nonni, l’ultima generazione ancorata alla cultura comunitaria e dell’appartenenza. La riduzione degli asili nidi è qualcosa che denuncia un dolore enorme. Il fatto che le educatrici degli asili abbiano degli stipendi da fame è una vergogna: si occupano degli esseri più fragili e al tempo stesso più importanti per il futuro. Per questo dovrebbero ricevere salari ottimi e benefici sociali, e invece prendono meno della commessa di un supermercato, con rispetto parlando. Purtroppo i genitori spesso non comprendono nemmeno l’abbandono in cui sono lasciati dalle istituzioni, perché molti sono stati convinti che i figli siano una sorta di loro specifica proprietà che prescinde dal senso della comunità, dal sogno di condivisioni, senso di appartenenza e di cittadinanza. Lo Stato, invece di proporre una visione politica, sociale, di comunità, lascia i genitori in balia degli influencer: pensate a che livello siamo scesi. Da tempo propongo di regalare ai genitori, appena usciti dal reparto di maternità col loro cucciolo in braccio, una sorta di manuale di istruzioni sull’educazione dei figli piccoli, che dia loro il senso di una visione condivisa sul modo in cui crescere questi nuovi componenti della nostra società. Si tratta soltanto di una piccola idea, che però ha un significato profondo.

– La fine del “gruppo spontaneo” di cui Lei tratta nel saggio, quanto contribuisce al sorgere di una nuova società narcisista e autoreferenziale?

– Quella del gruppo spontaneo è una perdita terribile. I bambini sono sempre cresciuti all’interno di un gruppo spontaneo, venendo a mancare il quale scompare anche una misura terapeutica della loro crescita. Uno per l’altro i bambini sono una cura, sono l’occasione per processi di profonda autoregolazione. Oggi tutte le forme di spontanea aggregazione sono sotto attacco. Oggi siamo al punto in cui un gruppo di bambini che gioca per strada può venire scambiato per una “baby gang”! È un mutamento antropologico gravissimo. I bambini sono costretti sempre di più dentro cornici eterodirette, a differenza di quanto avveniva nel passato, dove era perfettamente normale che un gruppo di giovani organizzasse autonomamente una partita di calcio in un cortile o ai giardini senza aver bisogno di un arbitro o di una guida esterna. 

– E questa negligenza verso i reali bisogni dei bambini nella fase della loro crescita, quanto influisce sulla successiva “fuga dei cervelli” di cui i giornali parlano sempre più spesso?

– È qualcosa di inquietante vedere come sia alta non solo la percentuale dei giovani tra i 15 e i 26 anni che non studiano né lavorano ma anche che sempre più giovani, con grandi capacità, non essendo valorizzati in Italia siano di fatto costretti ad andarsene per provare a realizzarsi altrove. Se venissero trattati come meritano, il livello della nostra società salirebbe rapidamente.

– Per il Suo libro ha avuto qualche riscontro dal mondo politico?

– Ho inviato il libro a due ministre, Luciana Azzolina ed Elena Bonetti. Quest’ultima aveva fatto durante il lockdown degli interventi a favore dei bambini per non ridurre tutto al doposcuola casalingo, mentre la prima inizialmente non aveva preso decisioni all’altezza del suo ruolo, ma da agosto in poi è stata assolutamente determinata per portare il Paese alla riapertura delle scuole, posizione che ho apprezzato moltissimo. Purtroppo il ministro Azzolina non è riuscita a impedire la DAD al 100%, pur essendo nota la sua posizione contro la chiusura delle scuole, credo che il Governo abbia adottato una scelta autolesionistica di cui solo gli storici potranno valutare le conseguenza a lungo termine. Ho ricevuto però una sua cortese telefonata di ringraziamento in cui ha promesso di venire al nostro prossimo convegno sull’educazione civica del 24 novembre. 

– Quanto del saggio era stato scritto prima della pandemia e quanto è stato aggiornato all’imprevedibile situazione attuale?

– La maggior parte dei dati ancora validi nel 2020 era disponbile già vent’anni fa. Oggi questi stanno peggiorando, lo abbiamo visto con gli asili nidi, le scuole dell’infanzia e le adozioni internazionali. Il libro è servito per capire come le circostanze si siano aggravate considerando anche l’allucinante caso della nostra Italia, in cui i bambini sono stati additati come untori del virus, accusa senza alcun fondamento scientifico. I bambini non sono né contagiosi (non possiedono la morbilità necessaria) né a rischio essi stessi: non mi risulta vi siano casi accertati di bimbi morti da Covid-19. Però è ancora presente l’idea del nipotino che infetta… La raccomandazione a tenere i bambini lontani dai parenti anziani è una nefandezza, un’atroce violazione dei loro diritti pari a quella di tenerli tutto il tempo seduti ai banchi con la mascherina e abolendo l’intervallo o l’educazione fisica. Sono violazioni inammissibili che contrastano con la Convenzioni dei diritti infantili. Non è concepibile vedere a Torino e a Milano gli studenti seduti per terra, fuori dalla scuola, con il notebook sulle ginocchia, che contestavano la didattica a distanza, chiedendo la scuola in presenza. Da pedagogista capisco bene il senso della loro protesta: per loro, nella situazione attuale andare a scuola è rimasta l’ultima e l’unica occasione di socializzazione reale coi loro coetanei. 

– Nel suo libro vede della luce fuori dal tunnel in cui si è messa la Scuola italiana?

L’ultimo capitolo del libro offre orizzonti di speranza, contiene risposte di qualità, proposte concrete già applicate altrove. Credo nei bambini, nei genitori e nella scuola come risorse indispensabili per costruire la società del futuro.

Infografica – La scheda del libro “I Bambini sono sempre gli ultimi

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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