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Golpe Birmania, Fassino: senza pressione dei Paesi asiatici non ci sarà evoluzione dello scenario

«Ora serve l’intervento dei Paesi asiatici, fino ad oggi troppo prudenti. Bisogna chiedere la liberazione di San Suu Khy e riaprire un negoziato con i militari». Il deputato Piero Fassino oggi è il presidente della Commissione Affari Esteri, ma nel 2007 fu l’inviato speciale dell’Unione Europea per la Birmania quando imperversava la Rivoluzione zafferano. Oggi il bilancio dei morti dal giorno del golpe dell’esercito è salito a 250 vittime, e non si vede una soluzione all’orizzonte. 

Infografica – La biografia dell’intervistato Piero Fassino

Onorevole, cosa sta succedendo in Birmania?

«La situazione è particolarmente grave perché di giorno in giorno aumenta la stretta repressiva della giunta militare. Siamo a più di 250 caduti sotto il piombo della polizia, quasi 3 mila persone arrestate, e l’intero gruppo dirigente della Birmania democratica, da Aung San Suu Kyi, ai ministri, ai parlamentari, in una condizione di detenzione».

Quindi non è cambiato niente dal primo febbraio a oggi?

«No, per ora non si vede alcun mutamento di scenario, anche se colpisce il fatto che le manifestazioni, alimentate in particolare dai giovani, continuino nonostante la repressione. Il tema è come la comunità internazionale possa incidere su questa situazione. I paesi occidentali hanno scelto una posizione di netta condanna, chiedendo la sospensione di ogni azione repressiva, la liberazione delle persone arrestate e il ritorno all’ordine costituzionale legale. Tuttavia la pressione occidentale da sola non è sufficiente. Non bisogna dimenticare che la Birmania è in Asia, e le sue relazioni economiche e politiche rilevanti sono con i paesi asiatici. L’80% dell’interscambio commerciale è con loro».

Ma la comunità internazionale ha fatto abbastanza fino ad ora?

«Si è fatto quel che gli strumenti disponibili consentono. Le sanzioni decise da Usa e Unione Europea hanno un valore politico e morale, ma purtroppo per principio in Asia nessun paese applica sanzioni che sono considerate una lesione della sovranità. Nonostante ciò la influenza dei paesi asiatici è decisiva. Si  tratta di convincerli a uscire da un atteggiamento troppo prudente».

Come si fa a sollecitarli a prendere iniziative più forti?

«In questi giorni ci sono stati atti importanti. Il presidente dell’Indonesia ha chiesto la convocazione dei primi ministri dei Paesi Asean, l’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico, per proporre iniziative che superino l’attuale impasse. I Governi giapponese, indiano, malese hanno manifestato la loro critica al golpe e stanno premendo perché si vada verso una soluzione politica del conflitto. È importante ciò che potrà dire e fare la Cina che fino ad ora, in omaggio al principio della non ingerenza, è stata molto prudente. Tuttavia è chiaro che anche i cinesi debbano porsi il problema di una Birmania stabile e sicura, essendo la via più diretta di collegamento della Cina con l’Oceano Indiano».

Che tipo di iniziative possono essere messe in campo?

«Penso a quanto è stato fatto nel 2007, dopo la repressione della rivoluzione dei monaci: si mise in campo un’azione internazionale che congiungendo gli sforzi dell’occidente con quelli dei paesi asiatici riuscì, nel 2010, ad aprire la strada alla transizione democratica sulla base di un compromesso convenuto tra San Suu Kyi e i militari al potere, che accettarono di trasferire il potere a un governo civile che avviò la transizione».

Concretamente cosa intende quando parla di “soluzione politica”?

«Credo che si debba chiedere innanzitutto il blocco di ogni azione di repressione, la liberazione di tutti i prigionieri politici a partire da San Suu Kyi, e poi avviare un negoziato tra lei e i militari per verificare come riprendere il percorso di transizione che vedeva entrambi coinvolti. Nel 2010 il compromesso fu che i militari accettarono di passare il potere a un governo civile sancito da elezioni libere in cambio di alcune garanzie per l’esercito, in particolare il 25% dei seggi in Parlamento ai militari e tre ministeri importanti – Difesa, Interni, Integrità nazionale – riservati alle Forze armate. Bisogna ripartire da quel compromesso e rinegoziarlo».

In cosa è consistita la transizione democratica?

«In 10 anni il Paese ha fatto molti passi in avanti, adottando un regime democratico vero: liberazione di tutti i prigionieri, soppressione della censura e del controllo sui media, apertura a investimenti stranieri, accordi di cessate il fuoco con le minoranze che avevano avviato forme di lotta armata e la ridefinizione del patto federativo tra tutte le comunità che costituiscono la Birmania. I militari, che per larga parte di questo periodo hanno accettato la transizione, hanno deciso di interrompere il processo temendo una propria emarginazione».

Ma potevamo aspettarci il colpo di stato?

«L’esercito ha approfittato di un momento di debolezza di Aung San Suu Kyi messa in grande difficoltà dalla brutale repressione militare contro i Rohynga. La Lady non ha condiviso l’azione repressiva dell’esercito, ma la sua critica è stata debole perché gran parte della popolazione birmana, che ha atteggiamenti di discriminazione e disprezzo verso i Rohynga, condivideva la mano dura militare. Diciamo che lei si è trovata stretta in una tenaglia tra militari e opinione pubblica e ha cercato di gestire il rischio di un suo isolamento politico.  L’occidente, anziché comprendere questa difficoltà, l’ha criticata con un atteggiamento spesso moralistico, assumendo atti punitivi come il ritiro del premio Sakharov, fatto che ha spinto i militari a pensare che Aung San Suu Kyi fosse indebolita. Ma quando i risultati delle elezioni dello scorso novembre hanno dimostrato che, nonostante la vicenda dei Rohynga, il consenso nel Paese verso San Suu Khy non diminuiva bensì aumentava, i militari hanno deciso di interrompere la transizione democratica per paura di una loro crescente emarginazione e di essere messi da parte».

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Giulia Ricci, nata a Rivoli in provincia di Torino il 17 Dicembre 1991. Diplomata al liceo classico Massimo D’Azeglio e laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Torino, inizia a scrivere per un piccolo giornale online nel 2012. Due anni dopo diventa collaboratrice di un quotidiano locale, Cronaca Qui, dove scopre una passione inaspetatta: la politica. Oggi scrive per il Corriere della Sera di Torino.

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