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Etiopia, aperto corridoio umanitario verso la regione del Tigray

E’ stato finalmente raggiunto l’accordo tra il governo etiope e il Programma alimentare mondiale dell’Onu (Wfp) su “misure concrete per aumentare l’accesso umanitario” nella regione del Tigray, nel nord dell’Etiopia. E’ stato il direttore esecutivo del Pam, David Beasly, ieri sera su Twitter, aggiungendo che l’agenzia Onu “aumenterà le sue operazioni” nella regione teatro di scontri tra le forze governative e quelle locali. “Quasi 3 milioni di persone hanno bisogno del nostro aiuto adesso. Non abbiamo tempo da perdere“, ha aggiunto Beasly. 

Da più parti si erano alzati appelli per aiutare le popolazioni dell’area. I membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu avevano chiesto il 4 febbraio un maggiore accesso per gli aiuti al termine di un incontro a porte chiuse organizzato proprio per discutere la situazione umanitaria nello Stato regionale etiope del Tigray. L’incontro era stato chiesto da Irlanda, Estonia, Francia, Norvegia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Sicuramente però determinanti sono state le parole spese dal nuovo segretario di Stato americano Antony Blinken, su Twitter:

Ho parlato con il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed per esprimere la preoccupazione sulla crisi in corso nel Tigray e sollecitare un accesso sicuro e senza ulteriori ostacoli agli aiuti umanitari e scongiurare così la perdita di altre vite. Nonostante le sfide attuali, gli Stati Uniti sono pronti a sostenere le riforme e le elezioni pacifiche“.

Il primo ministro, già Premio Nobel per la pace Ahmed ha ringraziato Blinken per il sostegno americano “alle riforme del Paese. Le nostre aspirazioni per costruire una nazione democratica, prospera e pacifica per tutti vengono incoraggiate dalle relazioni che l’ Etiopia intrattiene con gli Stati Uniti“. E in effetti l’Etiopia, come ricordato dall’emittente americana Abc, rappresenta un alleato chiave per Washington nel Corno d’Africa, un’area segnata da conflitti e tensioni. Il premier quindi aveva incassato la fiducia americana ma non aveva trattato il tema del Tigray, lasciando perplessi gli analisti. L’apertura di un corridoio umanitario pare invece ora una risposta concreta per alleviare la situazione drammatica che stanno vivendo le popolazioni coinvolte nel conflitto.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite di coordinamento degli Affari umanitari (Ocha) la situazione umanitaria nella regione etiope del Tigray continua a deteriorarsi rapidamente. Nel suo ultimo rapporto, Ocha evidenzia che a complicare una situazione drammatica intervengono anche i combattimenti e gli scontri che vengono segnalati in molte parti della regione settentrionale. L’ufficio Onu segnala ripetute violenze contro i civili, mentre l’accesso a servizi essenziali, cibo, acqua, mezzi di sussistenza e denaro rimane interrotto in vaste aree della zona, aumentando la necessità di assistenza urgente. L’aiuto umanitario, spiega nel rapporto il portavoce Saviano Abreu, è estremamente limitato, con gli operatori ancora impossibilitati ad accedere alla maggior parte delle aree rurali della regione, dove le persone ne hanno più bisogno. 

L’escalation in Etiopia è avvenuta dal 4 novembre quando il presidente etiope ha lanciato un’operazione militare su vasca scala nella regione settentrionale del Tigray per deporre il governo guidato dal Fronte di liberazione del popolo tigrino (Tplf), incontrando l’opposizione del gruppo armato collegato al partito. Secondo stime delle Nazioni Unite, circa 4,5 milioni di persone sono fuggiti dall’area. A ostacolare il lavoro di giornalisti e operatori umanitari, il blocco alle telecomunicazioni e all’accesso di convogli da parte delle autorità federali. Il numero di cittadini etiopi fuggiti solo in Sudan dal 7 novembre è salito a 60.685, un totale di 950mila persone rimangono bisognose di aiuto da prima del conflitto, portando a 1,3 milioni di persone il numero totale di chi ha bisogno di assistenza. A questi civili vanno poi aggiunti almeno 20.000 rifugiati eritrei di cui si sono perse le tracce dopo che due campi profughi nella regione etiope del Tigray sono stati distrutti durante il conflitto che ha avuto luogo nella regione lo scorso novembre. Il piano di aiuti stimati e al momento non ricevuti per rispondere all’emergenza ammonta a 40,3 milioni di dollari.

La tensione in Etiopia però resta altissima. Tre partiti d’opposizione del Tigray hanno denunciato che soldati etiopi ed eritrei avrebbero compiuto atrocità e massacri portando alla morte di 52mila civili. Il Governo ha smentito la notizia, però è un dato di fatto che ventiquattro esponenti dell’opposizione a Ahmed sono da otto mesi in carcere e che proprio in questi giorni hanno iniziato uno sciopero della fame chiedendo di essere rilasciati e di potere partecipare alle elezioni generali in programma il 5 giugno. Attraverso l’iniziativa i detenuti vogliono sollecitare anche la liberazione di un centinaio di loro sostenitori, che la settimana scorsa avevano partecipato a un sit-in di protesta davanti al tribunale. I 24 sono iscritti al Congresso federalista oromo, un partito che rappresenta l’etnia più popolosa del Paese di cui un tempo era alleato l’attuale primo ministro Abiy Ahmed Ali, anch’egli oromo. Dietro le sbarre vi è anche il capo del partito, Jawar Mohammed. A luglio Mohammed e altri dirigenti del partito erano stati arrestati sulla base di dieci capi d’accusa, ora scesi a sei ma comunque gravi: si va da “attività terroristiche” e “frode fiscale” a “incitamento all’odio“. 

L’Etiopia quindi risulta paralizzata dall’intricata situazione politica interna ma anche a causa di attività esterne. E’ aperto un conflitto con il Sudan sia su un’area di confine sia sul riempimento della diga Gerd che ha già portato il ministro sudanese per l’Irrigazione e le risorse Idriche Yasser Abbas a minacciare ritorsioni visto che ogni azione unilaterale da parte dell’Etiopia verrebbe considerata ‘una minaccia alla sicurezza nazionale’ del Sudan. Risale poi a Giovedì scorso la notizia che le autorità etiopi avrebbero arrestato 15 persone con l’accusa di aver organizzato un attacco all’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti ad Addis Abeba. L’agenzia di stampa “Ena” cintando fonti di intelligence ha spiegato che “Il gruppo era stato assoldato da un movimento terroristico straniero e si stava preparando a infliggere gravi danni“. I media locali hanno riferito invece all’emittente “Al Arabiya” che il gruppo arrestato aveva diversi obiettivi nella capitale Addis Abeba. 

La posizione pro Etiopia degli Stati Uniti paga però dazio. L’Eritrea ha definito infondate le dichiarazioni degli Stati Uniti secondo cui i suoi soldati sono stati coinvolti nella guerra civile etiope tra Addis Abeba e lo Stato regionale del Tigray. L’ambasciata statunitense ad Asmara ha invitato oggi l’Eritrea a “ritirare immediatamente le proprie forze dal Tigray“, aggiungendo: “Noi abbiamo veicolato le nostre profonde preoccupazioni su attendibili rapporti di abusi contro i diritti umani commessi dalle forze eritree e da altri attori“. Nonostante sia stato documentato il coinvolgimento dalle autorità Usa attraverso ‘rapporti attendibili‘ il ministro dell’Informazione Yemane Gebremeskel. “L’Eritrea respinge l’infondata dichiarazione postata oggi su Facebook dall’ambasciata statunitense ad Asmara e le false e presunte accuse“.

Il governo etiope avrebbe comunque rassicurato l’alleato americano, raccontando in un colloquio privato con personale dell’amministrazione Biden – come riportato da Le Presse – che la regione del Tigray è “tornata alla normalità“. Una immagine che appare molto distante dalla realtà almeno ascoltando i resoconti di testimoni che descrivono residenti terrorizzati che si nascondono in case segnate dai proiettili e una vasta area rurale in cui gli effetti dei combattimenti e della mancanza di cibo sono ancora sconosciuti.

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