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Erdogan minaccia l’Ue. Ma da Bruxelles non rispondono

In queste ore è andata in scena l’ennesima provocazione nei confronti dell’Ue del presidente turco Erdogan, il quale parlando con i media ha affermato con estremo vigore come “La Oruc Reis (una nave per le ricerche sismiche ma che starebbe compiendo operazioni di trivellazione per tutt’altro scopo) continuerà a operare sino al 23 agosto come era stato pianificato in precedenza. Non un singolo attacco rimarrà senza risposta“. Il leader turco, che studia sempre di più da sultano per unificare sotto il diretto controllo di Ankara mezzo Medioriente ha spiegato di aver parlato con il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente del Consiglio europeo Charles Michel chiarendo agli stessi che non avrebbe tollerato alcun blocco delle operazioni, rispondendo anche militarmente per difendere gli interessi turchi contro le legittime aspettative greche. Erdogan quindi giustifica quanto avvenuto mercoledì scorso quando la fregata greca Limnos avrebbe, almeno secondo la ricostruzione turca, compiuto una manovra di disturbo nei confronti proprio della nave da esplorazione turca Oruc Reis, impegnata in attività di prospezione energetica all’interno della Zona economica esclusiva (Zee) greca non riconosciuta dal sultano. La nave turca di scorta Kemal Reis, a quel punto avrebbe fronteggiato la fregata greca, urtandola, danneggiandola e costringendola al rientro secondo l’agenzia Agi.

L’escalation di tensione tra Atene e Ankara deriva dalla firma di un accordo tra Grecia ed Egitto sulla demarcazione di confini marittimi, siglato la scorsa settimana e che si contrappone al memorandum unilaterale Turchia-Libia firmato l’anno scorso, che non teneva conto delle acque territoriali greche ed egiziane. Una provocazione che si può considerare unilaterale visto che quel memorandum è stato sottoscritto proprio da Erdogan con il suo pupillo libico al-Sarraj.  

Foto – Erdogan durante una conferenza stampa in cui ha annunciato l’uso della forza per la difesa della Oruc Reis

Lascia perplessi però il silenzio assordante di Bruxelles che di fronte all’ennesima intemperanza del presidente turco non ha replicato, lasciando la Grecia sola nella battaglia di difesa dei propri confini marittimi con la Turchia. Non solo, è noto che le trivellazioni che sta operando la Oruc Reis potrebbero essere molto pericolose, come già documentato proprio dalla nostra rivista, visto il concreto pericolo di tsunami, terremoti e vulcani di fango che caratterizza il corridoio turco-libico. D’altra parte non è la prima volta che Atene viene abbandonata a se stessa. Basti ricordarsi quando dovette affrontare durante le prime battute del lockdown Covid-19, in solitaria, lo spintaneo esodo orchestrato da Erdogan verso la penisola Ellenica volto a continuare a compiere la sua lenta avanzata d’annessione in terra siriana.

Che la Turchia stia passando il segno ormai è noto pressoché a tutti. Si moltiplicano infatti gli incidenti diplomatici. Si pensi a metà giugno scorso quando tre sue navi da guerra stavano scortando una nave sospettata di contrabbandare armi in Libia, violando quindi palesemente l’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite. Sfidate da una fregata navale francese, le navi da guerra di Ankara si misero in assetto da guerra, e alla Francia non restò che ritirarsi. Una situazione analoga quindi a quanto avvenuto questa settimana con la Grecia. La Francia ripiegò, secondo il New York Times, più preoccupata per gli effetti che avrebbe potuto produrre nel mondo la visione che a fronteggiarsi sarebbero stati non nemici ma membri di Istituzioni sovranazionali come la NATO che hanno giurato di proteggersi a vicenda.

Un incontro altrettanto ostile tra la Turchia e un altro membro della NATO si è verificato appena qualche settimane fa, quando gli aerei da guerra turchi hanno sorvolato minacciosamente un’area vicino all’isola greca di Rodi dopo che le navi da guerra greche hanno segnalato le attività propedeutiche all’intenzione della Turchia di trivellare gas naturale sottomarino in quell’area.

Tutti questi episodi non sono passati sottobraccia. Sempre Nyt parla di una Turchia sempre più assertiva, ambiziosa e autoritaria, che con i suoi atteggiamenti sta preoccupando i diplomatici europei tanto da definirla “l’elefante nella stanza” per la NATO. Il problema è che appare un argomento che tutti conoscono ma che chiunque ritiene tabù visto che la Turchia è troppo grande, potente e strategicamente importante – essendo lo snodo fondamentale tra Europa e Asia – per consentire uno scontro aperto. Insomma la NATO avrebbe più da perdere che da guadagnare nell’arginare la nuova vocazione neo ottomana di Erdogan. Peraltro la nomina come segretario generale del gruppo, di Jens Stoltenberg, il cui compito è mantenere unita l’alleanza delle 30 nazioni è un ulteriore elemento di forza per Ankara.

La Turchia dal canto suo continua a respingere qualsiasi critica al suo comportamento. Eppure anche numerosi ambasciatori della NATO ritengono che la Turchia ormai stia rappresentando una sfida aperta ai valori democratici del gruppo e alla sua difesa collettiva. La disinvoltura turca sicuramente è coincisa anche con il disimpegno militare voluto da Donald Trump nel Medioriente. Philip H. Gordon, consigliere per la politica estera ed ex assistente segretario di stato che si è occupato della Turchia durante l’amministrazione Obama, ha dichiarato che “Sta diventando difficile descrivere la Turchia come un alleato degli Stati Uniti. Non puoi dire quale sia la politica degli Stati Uniti sulla Turchia e non puoi interpretare al riguardo Trump. È un grosso dilemma per la politica degli Stati Uniti, in cui sembriamo essere in disaccordo strategicamente su quasi ogni questione ma senza che da ciò ne derivino reazioni“. In molti analisti dicono anzi che Trump sia affascinato da Erdogan.

Ecco quindi che l’inerzia Usa, insieme con quella Ue e della NATO, sta lasciando alla Turchia una sorta di pass gratuito per perseguire ogni azione che gli vada a genio. E’ evidente che Erdogan sta disegnando una Turchia sempre più aggressiva, nazionalista e religiosa è sempre più in contrasto con i suoi alleati occidentali su tanti, troppi temi spinosi: Libia, Siria, Iraq, Russia e risorse energetiche del Mediterraneo orientale. Il sostegno della Turchia a diversi gruppi armati in Siria; il suo acquisto del 2019 di un sofisticato sistema antiaereo russo su accanite obiezioni da parte degli Stati Uniti e di altri membri della NATO; la sua violazione dell’embargo sulle armi in Libia; le sue perforazioni aggressive nel Mediterraneo orientale; la sua costante demonizzazione di Israele; e il suo crescente utilizzo della disinformazione sponsorizzata dallo stato, che ha portato anche all’oscuramento di alcuni network stranieri, sono davanti agli occhi di tutti.

Foto – Terroristi in azione in Libia

L’ultima discussione seria sulle politiche della Turchia tra gli ambasciatori della NATO è avvenuta alla fine dell’anno scorso, nonostante l’acquisto del sistema antiaereo, l’S-400. Ma perché si volevano opporre alla Russia e alla possibilità che dei loro ingegneri potessero avvantaggiarsi nella conoscenza degli apparati di difesa della NATO, più che alla volontà di scontrarsi con la Turchia. Anche altri paesi, come l’Ungheria e la Polonia, sfidano i valori atlantici, ha affermato Nicholas Burns, ex ambasciatore della NATO ora ad Harvard. Ma solo la Turchia blocca le attività chiave dell’alleanza.

Come ricorda Nyt “la NATO opera per consenso, quindi le obiezioni turche possono bloccare quasi ogni politica e i suoi diplomatici sono diligenti e ben informati, “in cima a ogni palla”, come ha detto un funzionario della NATO. La Francia ha anche usato il suo veto effettivo per perseguire gli interessi nazionali, ma mai per minare la difesa collettiva, affermano gli ambasciatori della NATO. Ma la Turchia ha bloccato i partenariati della NATO per i paesi che non gradisce, come Israele, Armenia, Egitto e Emirati Arabi Uniti. Per molti mesi poi la Turchia ha bloccato un piano NATO per la difesa della Polonia e delle nazioni baltiche, che confinano con la Russia. E la Turchia voleva che la NATO elencasse vari gruppi curdi armati, che hanno combattuto per la loro indipendenza, come gruppi terroristici, cosa che la NATO non fa. Alcuni di questi stessi gruppi curdi sono anche i migliori alleati di Washington nella sua lotta contro lo Stato islamico e Al Qaeda in Siria e Iraq.

Alcuni esperti dicono che Erdogan sia diventato più sospettoso a seguito del colpo di stato fallito del 2016, e da allora vuole essere in grado di abbattere aerei americani e israeliani come quelli che la sua stessa aeronautica militare ha usato nel tentativo di colpo di stato. Da devoto musulmano, Erdogan è diventato dopo quel golpe più nazionalista e autoritario tanto da eliminare e incarcerare molti laici, giudici, giornalisti e comandanti militari turchi. E utilizzare le ali più religiose del suo Paese per le campagne elettorali.

A pensare che non sia solo Washington a vivere in stato confusionale su come approcciare Erdogan è Amanda Sloat, ex vice-segretaria di stato che si è occupata della Turchia nel Dipartimento di Stato di Obama e ha scritto un recente saggio con Gordon. Per lei anche UE e Nazioni Unite non hanno una politica chiara nei confronti della Turchia. La Turchia ha perseguito i propri interessi nazionali nel nord della Siria, dove ora ha più di 10.000 truppe, e anche in Libia, dove il suo sostegno militare a un governo fallito ha contribuito a rivitalizzare al-Sarraj e invertire la tendenza in cambio di una quota delle ricche risorse energetiche della Libia. Per la NATO, la signora Sloat: “La domanda ora è se la Turchia è ancora un paese occidentale e condivide i nostri valori“.

Foto – Amanda Sloat, ex vicesegretario di Stato Usa

Non è preoccupata solo l’ex vicesegretaria di Stato americano della piega che sta prendendo la Turchia. Pure il presidente francese Emmanuel Macron sta dando segni di nervosismo. Tanto che è arrivato a definire la NATO in un processo di lenta “morte cerebrale”, perché incapace di rispondere adeguatamente alla Turchia o agire in modo politico coordinato. Durante le primavere arabe molti avevano guardato alla Turchia come un modello democratico moderato.

Negli scorsi mesi i legislatori turchi hanno approvato una norma che conferirebbe al governo nuovi poteri per regolare i contenuti dei social media, sollevando preoccupazioni sul fatto che uno dei pochi spazi rimanenti per il libero dibattito pubblico nel paese potrebbe cadere sotto un maggiore controllo del governo. Il disegno di legge ordina alle piattaforme di social media con oltre un milione di utenti giornalieri – come Facebook, Twitter e YouTube – di aprire uffici in Turchia e impone rigide sanzioni se le società internazionali rifiutano, incluso il rallentamento della larghezza di banda dei siti e rendendoli in gran parte inaccessibili. Questi uffici sarebbero responsabili di rispondere alle richieste del governo e degli individui di bloccare o rimuovere i contenuti ospitati sulle loro piattaforme che sono considerati offensivi. Avrebbero 48 ore per conformarsi e potrebbero essere multati per oltre $ 700.000 se non rispondono. La nuova legge, che dovrebbe entrare in vigore il 1 ° ottobre, impone anche alle società di social media di archiviare i dati degli utenti all’interno della Turchia, sollevando preoccupazioni sulla privacy. E’ chiaro che una politica del genere è del tutto incompatibile con il modello Occidentale.

Come evidenziato da Tom Porteous, vicedirettore del programma di Human Rights Watch: “La nuova legge consentirà al governo di controllare i social media, di rimuovere i contenuti a piacimento e di indirizzare arbitrariamente i singoli utenti. I social media sono un’ancora di salvezza per molte persone che lo usano per accedere alle notizie, quindi questa legge segna una nuova era oscura della censura online“. Anche prima della nuova legge, la Turchia aveva comunque bloccato l’accesso a oltre 400.000 siti Web.

Anche sul fronte dei rapporti con la Russia la Turchia vive fasi alterne. Il presidente russo Vladimir Putin ha promesso di intercedere con il leader turco per cercare di allentare le crescenti tensioni sull’esplorazione di petrolio e gas nelle acque del Mediterraneo orientale che Cipro afferma come proprie, ha detto giovedì il governo cipriota. A riferirlo il portavoce del governo Kyriakos Koushos che ha raccontato di una una conversazione telefonica di 45 minuti, dove il presidente cipriota Nicos Anastasiades, ha lanciato un appello al leader russo affinché intervenga personalmente in modo che la Turchia “sia convinta di cessare le sue azioni illegali“. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha in programma di recarsi nella capitale cipriota l’8 settembre “per una valutazione più dettagliata degli sviluppi e per un’azione comune per garantire la pace e la stabilità” nella regione. Anastasiades ha anche accettato l’invito di Putin a visitare Mosca quando le condizioni lo consentono.
Cipro, membro dell’Unione europea, ha forti legami tradizionali con la Russia.

Putin quindi tenterà per l’ennesima volta il ruolo di mediatore con Erdogan, è certo però che Russia e Turchia dovranno anche discutere di altre questioni: i due Paesi hanno infatti sospeso le pattuglie militari congiunte condotte lungo l’autostrada M4 nella regione nord-occidentale di Idlib, in Siria, per i crescenti attacchi dei militanti nell’area. A comunicarlo proprio il ministero degli Esteri russo. Si tratta di uno stop eclatante dopo che Mosca e Ankara avevano iniziato a pattugliare insieme a marzo, dopo aver concordato un cessate il fuoco nella regione a seguito di settimane di scontri che avevano portato Ankara e Mosca vicino allo scontro diretto. I recenti attacchi dei “radicali” hanno provocato la sospensione delle pattuglie, ha detto la portavoce del ministero, Maria Zakharova. Lo scacchiere mediorientale si muove velocemente e sicuramente Erdogan si sta muovendo abbastanza a suo agio, noncurante delle superpotenze che ha di fronte.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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