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Erdogan ‘all’assalto’ del Pkk e degli Usa dopo l’uccisione di tredici turchi nel Kurdistan

L’uccisione di tredici cittadini turchi nella regione montuosa di Gare nel Kurdistan iracheno, a cinquanta chilometri circa dal confine turco, ha suscitato sgomento e indignazione nell’opinione pubblica nazionale. Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha puntato subito il dito contro il Pkk (il Partito dei lavoratori del Kurdistan) quale responsabile delle morti e nella giornata di ieri, secondo quanto riportato dal quotidiano filogovernativo Daily Sabah, nel corso di un intervento al congresso del suo partito (Akp) sul Mar Nero, avrebbe lanciato pesanti accuse contro gli Stati Uniti di «schierarsi con i terroristi del Pkk». Aggiungendo che la dichiarazione del Dipartimento di Stato americano  «sull’esecuzione dei cittadini turchi, è ridicola. Affermano di non sostenere il Pkk, ma certamente lo fanno», va giù duro Erdogan. Per poi proseguire con un’altra uscita al vetriolo: «Se vuoi continuare la nostra alleanza a livello globale e nella Nato, allora devi smetterla di schierarti con i terroristi».

Il presidente turco avrebbe anche chiesto al suo omologo statunitense Joe Biden di riconoscere l’organizzazione quale gruppo terroristico. Le osservazioni di Erdogan giungono dopo che il portavoce del Dipartimento di Stato aveva diffuso uno stringato comunicato stampa in cui si dichiarava che «gli Stati Uniti deplorano la morte di cittadini turchi. Siamo al fianco del nostro alleato della Nato, la Turchia, ed estendiamo le nostre condoglianze alle famiglie di coloro che si sono persi nei recenti combattimenti. Se i rapporti sulla morte di civili turchi per mano del Pkk, designata come organizzazione terroristica, sono confermate – concludeva la nota – condanniamo questa azione con la massima fermezza». Parole chiare e concise che non indicherebbero quella presunta apertura di Washington, intravista da Erdogan, alla milizia curda. Ma tant’è. Le 13 vittime erano state fatte prigioniere dai combattenti del Pkk nel 2016 e detenute in un campo a Gare. La campagna di mobilitazione per la loro liberazione era partita all’indomani della cattura e, come riporta il quotidiano di opposizione Cumhuriyet, sarebbero state presentate sei interpellanze alla Grande assemblea nazionale turca dal deputato del partito Popolare repubblicano (Chp) Murat Bakan, che si era fatto interprete delle richieste dei familiari dei prigionieri, senza ottenere risposte. Questo fino al 10 febbraio scorso, quando l’esercito turco lancia la seconda operazione  “Artiglio d’aquila-2” nella regione del Kurdistan iracheno, con obiettivo il campo dove si trovavano i cittadini turchi. «I prigionieri erano per lo più soldati e poliziotti, ma fra loro vi erano anche due membri dell’intelligence turca – spiega Hikmet Haslam, giornalista curdo-turco di Batman (città nel Sud-est della Turchia), rifugiato in Italia dove ha ottenuto la cittadinanza – catturati dalle Forze di difesa popolare (Hpg) e dall’Unità delle donne libere (Yja Star) durante precedenti scontri. Il Pkk aveva avvisato i media e le stesse forze armate turche, che sul posto erano presenti degli ostaggi. A questo punto Ankara ha incrementato gli attacchi e nei bombardamenti sono morti i prigionieri. Vi è uno scambio reciproco di accuse e di responsabilità. Il Pkk oggi ha diffuso una nota sul loro sito, in cui si dice che nel campo, insieme agli ostaggi, sarebbero morti tutti i guerriglieri presenti. Solo in queste ore è stato possibile accedervi e pare che siano state usate armi chimiche. Per questa ragione chiedono che venga fatta luce sull’accaduto, attraverso l’istituzione di un’inchiesta internazionale indipendente. La  morte dei prigionieri diventa uno strumento di propaganda del governo – prosegue – per rafforzare il sentimento nazionalista e il suo gradimento nella popolazione, calato a seguito del crollo dell’economia. Occupare Gare, un territorio impervio e di difficile accesso, non a caso sono stati utilizzati droni e mezzi aerei, renderebbe più facile un futuro attacco a Sinjar e successivamente anche a Mosul e Kirkuk».  

La Turchia ha più volte ribadito tolleranza zero alle minacce poste alla  sicurezza nazionale e invitato i funzionari iracheni ad adottare le misure necessarie per eliminare i quelli che considera terroristi. Secondo media locali, il ministro della Difesa Hulusi Akar avrebbe dichiarato nei giorni scorsi che Ankara sarebbe stata pronta a fornire assistenza all’Iraq per allontanare le milizie curde dalla regione. L’auspicata stabilità in territorio iracheno sembra ancora lontana e anche ieri sera, intorno alle 21,30 ora locale, è stato sferrato un attacco nella regione del Kurdistan iracheno. Sono stati lanciati quattordici razzi Katiuscia, tre di questi hanno colpito la zona dell’aeroporto di Erbil. Un razzo è caduto in una zona residenziale vicino a una base militare che ospita le truppe della coalizione a guida americana. Un “contractor straniero (non americano)” è morto, scrive su Twitter il portavoce della coalizione, il colonnello Wayne Marott. Sono rimasti feriti altri sette contractor civili e un soldato americano. Fonti locali riferiscono che un funzionario del governo regionale del Kurdistan avrebbe detto che si tratta di un attacco da parte della milizia filo iraniana Haşdi Şabi, ma la notizia al momento non trova conferma.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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