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Ecco perchè la guerra non è più un’opzione in Libia

Ciascuna fazione interna o esterna, coinvolta nel conflitto libico, pretende la sua fetta di torta. Dopo che la disputa tra il Governo di Accordo Nazionale (GNA) e il Libyan National Army (LNA) si è trasformata in una Guerra per procura su larga scala, inaugurata dall’intervento turco in sostegno del GNA, ed oggi seguita dalla Russia a fianco dell’LNA, continua ad essere chiaro che nessuna delle due parti è in grado di prevalere sull’altra e che la guerra non potrà risolvere il lungo conflitto per il predominio del Paese. Dopo aver circondato la capitale Tripoli per oltre un anno, l’LNA del generale Khalifa Haftar non ha potuto conquistarla, anzi la situazione di sicurezza nel suo complesso oserei dire che è peggiorata. Il conflitto ha aumentato le differenze all’interno del GNA, e tra le componenti sociali, inoltre agli estremisti già schierati al fianco delle milizie di Tripoli e Misurata, se ne sono aggiunti altri, liberati dalle prigioni o trasferiti in Libia dalla Turchia. Non solo l’LNA non è stato in grado di liberare Tripoli, ma sottostimando alcune dinamiche, e grazie all’intervento del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, l’esercito libico ha dovuto completamente abbandonare la regione occidentale.

La Turchia non ha capito che guadagnare cento chilometri qui, o cento chilometri là, non metterà fine alla crisi in Libia”. Ha detto S.E. Anwar Gargash, Ministro di Stato degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti, in una recente conversazione con Middle East Institute (MEI). “Proprio ora, la Turchia è l’unico Paese a rifiutare un immediato, comprensivo cessate il fuoco. La prossima battaglia su Sirte è davvero problematica e preoccupa 600 mila civili nella città costiera. I turchi stanno spingendo la loro avanzata. Lo abbiamo visto già con il generale Haftar, che ha spinto in ogni modo verso la capitale. Abbiamo sempre detto che alcuni dei nostri amici stanno prendendo le loro decisioni unilaterali – come nel caso del Consiglio Nazionale di Transizione in Yemen, o del generale Haftar in Libia – e queste calcolazioni unilaterali si sono rivelate sbagliate. Queste sono scelte che a volte non possiamo controllare, una sorta di consiglio morale che non tu non vorresti da alcuni dei tuoi amici”.

Il Ministro degli Esteri degli Emirati ha spiegato che in Libia oggi un grande intervento della Turchia non risolverebbe la crisi. “Per porre fine allo stallo, 3 cose sono necessarie: un immediato e comprensivo cessate il fuoco da subito, la ripresa del processo politico con l’iniziativa egiziana, e un reale controllo del denaro”.  Dopo che la Turchia e il GNA hanno rifiutato la tregua e la pista proposta dal Cairo, avanzando a Sirte, dopo aver conquistato Tarhuna, anche l’Egitto ora annuncia il suo intervento al fianco di Haftar. Le fasi preparatorie sono terminate al Cairo, ed al-Sisi ha già inviato alcune truppe al confine con la Libia oltre a formare dozzine di giovani delle tribù orientali, così da essere preparati a combattere. È chiaro che l’annuncio di Al-Sisi serve da monito non solo per Ankara, ma anche per gli Stati Uniti che, per controbilanciare la Russia, sta trascurando i suoi alleati arabi nella regione. Ogni intervento straniero porta alla risposta di altri attori. 

Foto – Abdel Fattah el-Sisi 

Mentre in Italia i media e gli esperti continuano a criticare le politiche del Governo in Libia, l’avanzata turca viene vista come vantaggiosa da Roma che è corsa in aiuto del GNA. Se l’avanzata di Haftar suggeriva un distanziamento da tutte le parti, ora questo atteggiamento viene abbandonato. Attività di sminamento, ma anche forze speciali e navi che insieme ad Ankara lavorano per il futuro della Tripolitania, dove milizie e gang di trafficanti devono comunque essere eliminate. Ma c’è una differenza tra Roma ed Ankara, se Erdogan incassa miliardi di dollari già presenti nelle banche turche, e vede pagate anche le compensazioni per gli eventi del 2011, gli imprenditori italiani che in Libia hanno perso tutto non vedranno un centesimo ancora per molto tempo. 

Va detto che la maggior parte del popolo libico ha sempre respinto qualsiasi tipo di interferenza nei propri affari interni o interventi militari stranieri sul proprio territorio. Il supporto russo all’LNA non può cambiare la situazione, e Al-Sisi pur facendo sul serio non sacrificherà i suoi uomini in campo. Quest’idea non piace alle donne egiziane, che mai manderebbero i propri figli a morire per un altro Paese. Così come alla Casa Bianca non vogliono arrivare ad un conflitto diretto con la Russia e per questo utilizzano i siriani trasferiti in Libia da Erdogan. Le condizioni sono cambiate drasticamente da gennaio ed è diventato chiarissimo per tutti coloro che sono coinvolti nella guerra in Libia che, proprio come in Siria, non esiste una soluzione militare al conflitto se si vuole evitare una guerra globale. Guarda caso Russia e Turchia non uccidono mai i propri uomini in Libia. Mosca, sebbene abbia sempre negato un coinvolgimento diretto in Libia, ha ritirato sì i mercenari della Wagner, ma ha inviato nel frattempo almeno 500 soldati in Libia, oggi schierati a Sirte ed al-Jufra. Questa continua corsa al sostegno straniero, pone entrambe le parti sullo stesso livello. Inoltre, offrendo protezione o accoglienza tra i suoi ranghi, a sospetti criminali accusati di aver commesso crimini di guerra, come i fratelli Kani e i loro soci, responsabili delle fosse comuni rinvenute a Tarhouna, sollevano seri dubbi sulla definizione di “esercito”, in particolare tra i libici.

Una volta invitato, lo straniero rischia di diventare l’ospite che prende il controllo di casa e si rifiuta di andarsene. I libici hanno espresso chiaramente il loro rifiuto e la loro volontà merita di essere ascoltata. Tutto ciò che abbiamo detto, combinato al perseguimento di vantaggi personali di alcuni attori, le differenze tribali esistenti e il fragile equilibrio tra le componenti sociali, rischia di estendere il conflitto in altre regioni con un ulteriore deterioramento delle condizioni di vita della popolazione.  Venerdì i figli della tribù Qadhadhfa stavano già combattendo a Sabha per antichi rancori. Questa settimana, l’Europa ha accolto diplomatici della Turchia e delle capitali della regione per colloqui sulla Libia e sulla Siria. Nel mezzo di questi incontri, ministri ed ufficiali turchi sono arrivati a Tripoli, mercoledì, per gestire gli Affari libici e riscuotere quanto dovuto da al-Serraj. La crescente attività diplomatica indica che in Libia sta accadendo molto più di quanto la retorica suggerisca.

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Nata nelle Marche nel 1988. Giornalista pubblicista, vive a Tunisi dove sta studiando arabo mentre partecipa alle vicende libiche. Corrispondente per “Notizie Geopolitiche”, Tripoli è stata la sua prima esperienza come inviata di guerra. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratrice presso il quotidiano di approfondimento “L’Indro”. Ho commentato la crisi libica per diversi canali del Golfo (218 TV, Sky News Arabia, Libya’s Channel e Libya al-Hadath) ed italiani (TgCom24, SkyTg24, Uno mattina, Tg Rai, Radio Domani, Radio Anch’io, Radio in Blu). È autrice di “Speciale Libia”, una piattaforma dedicata al Paese nordafricano. Scrive di Medio Oriente e Nord Africa, dal terrorismo al lablabi.

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