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Draghi ringrazia la Turchia per ciò che fa per i profughi siriani? Ecco la verità raccontata da loro

Nella sua replica lo scorso 24 marzo sulle comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio europeo, il premier Mario Draghi, affrontando i temi di politica estera, ha parlato delle ragioni che muovono il paese a stabilire rapporti di collaborazione con la Turchia. Il presidente del Consiglio ha sottolineato che «il nostro indirizzo è quello di incoraggiare i segni di apertura (di Ankara, ndr) nei confronti di Grecia e Cipro», esprimendo poi «grande apprezzamento alla Turchia per ciò che fa con i rifugiati siriani che hanno una dimensione enorme in quel paese», che ospita, non a titolo gratuito ma dietro compenso di 3 miliardi di euro dell’Ue, 3,6 milioni di profughi.

Entrando nel  merito della valutazione positiva del premier italiano verso l’alleato della Nato in tema di immigrazione, abbiamo voluto sentire la testimonianza diretta di uno sfollato siriano, che ha deciso invece di restare nel suo Paese. «Mi sono trasferito a Kobane con mia moglie nell’aprile 2018 a causa delle atrocità che si stavano perpetrando ad Afrin – racconta, il giovane Murad dalla città simbolo della resistenza al Daesh – . Qui mia moglie ha dato alla luce una bellissima bambina. La piccola ha ridisegnato il sorriso sui nostri volti, quella gioia che abbiamo perso con la caduta della nostra città, dove abbiamo lasciato parte della nostra anima, i nostri genitori, fratelli e sorelle. Pensavamo che sarebbe stata una questione di pochi mesi e che presto ci saremmo ricongiunti, ma ora che sono passati tre anni quella speranza si affievolisce sempre di più. Siamo rimasti senza casa e senza identità – prosegue con non poche difficoltà dovute all’interruzione della linea elettrica – ci sentiamo imprigionati nella patria che ci ha dato i natali, dove non è possibile oltrepassare i confusi confini politici e militari. Chi ha un documento di identità rilasciato ad Afrin non può attraversare le aree controllate dal governo, né i territori occupati dalla Turchia e dai suoi delegati perché si rischia di essere rapiti, molestati e persino uccisi».

Foto – Un’esplosione dopo un attacco aereo su Kobane, Siria, vista dal lato turco del confine,
vicino al distretto di Suruc, 18 ottobre 2014, Turchia, Siria.

Era il marzo 2018 quando Afrin, l’enclave curda cadeva sotto i colpi di artiglieria delle truppe turche e dell’Esercito libero siriano. La campagna militare contro le milizie dello Ypg, denominata  “Ramoscello d’ulivo”, che ha causato un ingente numero di vittime fra i civili, ha permesso ad Ankara di entrare in Siria e di rimanervi fino ad oggi. A distanza di un anno e mezzo è seguita un’altra offensiva, volta a creare una zona cuscinetto di trenta chilometri in territorio siriano e battezzata dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan “Primavera di pace”, condotta ancora una volta contro i curdi nei territori ad Est dell’Eufrate. In quell’occasione la Turchia, come rivela il sito Mpt, inviava una lettera al Consiglio di sicurezza dell’Onu per comunicare la fondatezza dello ius ad bellum, avanzando motivi di legittima difesa e di obblighi comuni a tutti gli Stati in tema di lotta al terrorismo. Nel frattempo altro sangue veniva versato e altre vittime fra i civili rimanevano sul terreno, ma anche altri disperati in fuga sulle strade polverose alla ricerca della salvezza, lasciandosi dietro i sacrifici di una vita, case, proprietà, terreni, divenuti bottino di guerra per le milizie al seguito della Turchia, quali Faylaq al-Sham Levant Legion, fondato dai membri della Fratellanza musulmana e considerato l’attore principale del Fronte di liberazione nazionale (dal 2019 sotto l’ombrello dell’Esercito nazionale siriano, Sna) e il partner più stretto di Ankara.

Foto – Siria / Campo profughi Atma – gennaio 2018 – Famiglia e campo profughi siriani

«I militari di questo gruppo di opposizione si sono impadroniti di casa mia e del mio terreno coltivato ad ulivi – ci racconta una fonte, che non riveliamo per evidenti motivi di sicurezza, mostrandoci le chiavi e le foto della sua deliziosa villetta -. Nei giorni di festa, ero solito portare la mia famiglia a fare picnic fuori, andare a caccia. Oggi abbiamo perso tutto». L’Organizzazione per i diritti umani di Afrin stima in 145 mila gli sfollati dalla città curda a nord-ovest del paese. «Sono fuggiti ovunque – spiega Hasan Ivanian, della ong per i diritti umani – nei campi, nelle città e nei villaggi di Shahba, a nord-ovest di Aleppo. Un numero equivalente si trova anche nei quartieri di Sheikh Maqsud e Ashrafiyya nella stessa Aleppo, riconquistata da Assad e dall’amministrazione curda locale. Altri 50mila sono a Kobane e nella Siria nord-orientale. Ce ne sono decine di migliaia in altre città siriane, nel Kurdistan iracheno, in Libano e in Turchia. Inoltre, dai 200 ai 250mila rifugiati di Afrin sono scappati in Europa, soprattutto in Germania, Olanda e nei Paesi scandinavi. Gli sfollati rimasti in Siria, o fuggiti nel Paese dei cedri e nel Kurdistan iracheno sono andati via dopo l’invasione turca. Mentre – prosegue Hasan – la maggior parte dei profughi in Europa e lì dallo scoppio della crisi siriana e dall’assedio di 3 anni da parte dell’Isis e dei ribelli dell’opposizione siriana. Hanno attraversato il confine turco-siriano pagando i trafficanti e i soldati turchi per arrivare in Grecia e nei Balcani, quindi in Europa». Famiglie smembrate dalla guerra e dalle violenze, affetti divisi e con poche  speranze di riunirsi un giorno. «Tutto questo – va oltre l’operatore umanitario – davanti agli occhi di una Europa che sta cercando di affrontare il caos incombente al suo confine orientale, ma incapace di fatto di concordare una risposta potente e diretta alla Turchia. Si discute del sesso degli angeli, invece di prendere delle decisioni nette e definitive. Consideriamo le conclusioni del Consiglio europeo della scorsa settimana sulla Turchia, più incentrata sul Mediterraneo orientale che sul tema dei diritti umani. È patetico vedere come gli europei si lasciano volontariamente abusare dall’uomo forte del regime di Ankara, Erdogan».  

E in effetti la relazione sullo “Stato di avanzamento delle relazioni politiche, economiche e commerciali Ue-Turchia”, presentata a Bruxelles dall’Alto rappresentante per gli esteri e la sicurezza Josep Borrell, è una fotografia a tinte chiaro scure dei rapporti fra Ue e Turchia, che vanno verso una cauta apertura nei confronti di Ankara, a cui si riconosce di aver fermato le trivellazioni nel Mediterraneo orientale e di aver dato seguito al «ritiro della nave esplorativa sismica turca “Oruç Reis”, consentendo la ripresa dei colloqui esplorativi diretti greco-turchi il 25 gennaio 2021».

A parte qualche piccola stoccata relativa al sostegno militare della Turchia in Libia, anche attraverso il dispiegamento di combattenti stranieri sul terreno, definendo dannosa la mancanza di collaborazione all’operazione Irini, si riconosce l’importanza della sua cooperazione in territorio libico con le Nazioni Unite e gli altri attori regionali e internazionali sul nuovo processo politico, l’economia e la sicurezza. E proprio sulla presenza di mercenari stranieri nel paese alle porte dell’Italia è intervenuto a più riprese il titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, chiedendone apertis verbis il ritiro, senza però citare i principali attori dell’invio di militari pagati per combattere: Ankara e Mosca. La prima intende conservare il suo ruolo di protagonista nello scacchiere internazionale e non a caso lo scorso 23 marzo  il presidente Erdogan ha sentito il premier italiano Draghi, per “congratularsi del suo incarico” alla guida del nuovo governo, riferisce una nota della stessa Presidenza turca. Nel comunicato si parla del “rafforzamento della partnership strategica” fra i due paesi e di “un aumento dell’interscambio a 30 miliardi” dagli attuali 18 miliardi, puntando ad una crescita “in particolare nell’industria della difesa”. Tema quest’ultimo da non trascurare, in particolare in chiave dell’export. «Nonostante le dichiarazioni del ministro di Maio dopo il Consiglio d’Europa del 14 ottobre 2019, per tutto il 2020 sono continuate le forniture di munizionamento da parte dell’Italia alla Turchia – riferisce Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle armi leggere (Opal) di Brescia -. Si tratta soprattutto di forniture per artiglieria pesante, per oltre 100 milioni di euro, che erano state autorizzate negli anni precedenti e che non sono mai state bloccate. Circa la revisione delle licenze in atto annunciata dal ministro, finora non è stata data alcuna informazione ed è auspicabile che il Parlamento interroghi il ministero degli Esteri riguardo all’esito di questa revisione Certamente infine è da annotare che una risoluzione approvata ad ampia maggioranza dal Parlamento europeo lo scorso settembre ha chiesto di introdurre un’iniziativa in seno al Consiglio affinché tutti gli Stati membri dell’UE sospendano la concessione di licenze di esportazione di armi alla Turchia».

Un “rafforzamento dell’industria difesa”, che  non si comprende come possa conciliarsi con le politiche di riduzione dei flussi migratori, posto che anche nella relazione di Borrel si sottolinea che «mentre è in vigore il quadro istituzionale che consente la partecipazione della Turchia alla PESC e alla politica di sicurezza e difesa comune (PSDC), nel 2020 la Turchia ha registrato un tasso di allineamento molto basso, intorno all’11%». In breve, ha continuato a non adeguarsi alla maggior parte delle decisioni del Consiglio, comprese quelle relative a Russia, Venezuela, Siria e Libia, e alle dichiarazioni dell’Unione sul conflitto in Nagorno-Karabakh. E malgrado Ankara «continui ad ospitare 3,6 milioni di rifugiati siriani – si legge nel documento dall’Alto rappresentante per gli esteri e la sicurezza dell’Ue – le azioni militari anche attraverso le milizie sostenute dalla Turchia, nel nord della Siria, soprattutto nel nord-est, hanno portato a sfollamenti su larga scala e segnalazioni di violazioni dei diritti umani contro la popolazione civile». Azioni militari che hanno causato perdite umane e mutilato interi nuclei familiari, come quello di Murad e di centinaia di migliaia di suoi concittadini. 

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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