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Dopo Conte, o meglio ancora senza Conte, il diluvio

Dopo Conte, o meglio ancora senza Conte, il diluvio. E dunque, da ora, il sedicente avvocato del popolo, la definizione che si era data senza rossore, senza badare alla pochezza dell’espressione, senza il minimo senso del facilissimo rischio di pesante ironia che c’era dietro quelle parole – per non parlare dell’infantile populismo ante litteram e la demagogia di una simile uscita – potrebbe autodefinirsi l’Insostituibile, l’uomo senza il quale tutto si blocca e tutto crolla. Ed è tutto uno stracciarsi le vesti, perché il Presidente del Consiglio non ha più la maggioranza, naturalmente ad oggi, in attesa di resipiscenze sempre probabili e di manovre alchemiche che gli diano ancora i numeri per continuare a sedere sullo scranno più alto di Palazzo Chigi. Tuttavia non si può neanche dimenticare che quella maggioranza, in effetti, il capo del governo non l’ha mai avuta. Perché una cosa è la conta di chi vota a favore e chi contro, e tutt’altra cosa sono la convinzione, la fermezza di programmi e di valori, la coesione dell’insieme e dei singoli soggetti politici che finora hanno sostenuto l’esecutivo. Tutte caratteristiche che sono state sempre assenti dalla compagine di maggioranza.

Certo, in politica un conto è l’utopia e un altro è la realtà, ovvero il realismo. Ma nel nostro caso non c’è stato neanche il minimo garantito di quanto debba esprimere un’alleanza politica, giacché non è passato giorno dal momento in cui è nato il governo giallo-rosso che non fosse senza polemiche, senza distinguo, senza minacce di rompere la coalizione. E non si può neanche minimizzare il fatto che l’alleanza che è venuta meno sia stata quanto di più innaturale si potesse esprimere, con i due partiti maggiori che si erano sempre detestati, che avevano sempre escluso qualunque possibilità di stare insieme, con i gialli che sono entrati in Parlamento per demolire i rossi e pure tutti gli altri di ogni colore. Senza poi dimenticare che a un partito che ha perso le elezioni, il caso del PD, non può essere affidato il compito di governare in un’alleanza che lo vede protagonista. Ma non possiamo nemmeno evitare di ricordare che l’uomo al quale viene attribuita la nascita dell’alleanza giallo-rossa, Matteo Renzi, lo stesso che oggi non senza qualche ragione provoca la crisi, un minuto dopo aver favorito la formazione dell’esecutivo ha lasciato il suo partito per fondare la nuova formazione di cui è il capo, Italia Viva. 

È evidente a tutti che un governo nato così non poteva durare. E forse non sarebbe neanche dovuto nascere. La politica, si sa, è l’arte del possibile, ma esistono limiti che non andrebbero valicati. Ci si può chiedere, allora, perché finora siano state trascurate almeno due altre opzioni: scioglimento delle Camere e nuove elezioni alla caduta del governo giallo-verde, oppure tentativo di affidare la guida del Paese alla coalizione che aveva vinto le elezioni, la destra, pur senza la necessaria maggioranza di voti. Le ragioni per cui è stato subito escluso il ritorno alle urne, dopo essere state attribuite alla inopportunità politica, di tenuta economica e sociale del Paese, sono state via via dichiarate senza più infingimenti e ipocrisie nel corso dei mesi: da una nuova tornata elettorale sarebbe uscita vincente la destra, con un presumibile pieno di voti per la Lega di Salvini. Tutti sanno che questo non è un buon motivo per non celebrare le elezioni, ma è proprio quello che è successo, e senza troppo scandalo per la democrazia. Poteva essere legittimo anche il tentativo di formare un governo di destra, la compagine che si era presentata unita alle elezioni e che le aveva vinte pur non avendo raggiunto il quorum. Anche questa sarebbe stata una forzatura, ma quelle a cui abbiamo assistito nel primo e nel secondo esecutivo Conte, l’Insostituibile, non lo sono state da meno, e forse sono state anche peggiori. Certo, le precedenti anomalie, un governo giallo-verde e uno giallo-rosso, non avrebbero giustificato una terza distorsione, ma anche quest’ultima avrebbe avuto una sua logica, seppure appunto distorta come le altre.

È risaputo che pressioni interne ed esterne (le seconde forse anche più forti delle prime), entrambe lontane anni luce da un corretto dispiegarsi del sistema democratico, hanno impedito sia le elezioni sia l’altra soluzione. E alle pressioni si sono unite le convenienze di questo o quel partito. Sul governo Conte secondo, poi, si è abbattuto il grande dramma dell’epidemia, affrontata fin dall’inizio con improvvisazioni, superficialità, ritardi e inefficienze di ogni genere. Una situazione che avrebbe richiesto un governo estremamente coeso, presieduto da un uomo capace di confrontarsi e dialogare sia con la sua maggioranza, sia con i partiti di opposizione. E proprio su questo si sono moltiplicati nel corso dei mesi i richiami di esponenti politici di ogni segno, e certo non ultimi i moniti del Presidente della Repubblica. Ma è sotto gli occhi di tutti il fatto che le varie sollecitazioni sono sempre cadute nel vuote. L’inquilino di Palazzo Chigi si è rivelato inadeguato. I partiti della maggioranza lo hanno invitato mille volte ad attuare cambi di passo, ad aggiungere alla politica dei bonus e dei ristori un programma di ripresa e di sviluppo del Paese, quelli dell’opposizione hanno lanciato ogni sorta di appelli che al di là delle distinzioni andavano in una singola direzione: il confronto sulle cose da fare insieme in un momento drammatico da ogni punto di vista. Ma dal capo del governo, sia per i suoi alleati con il giro di verifiche delle ultime settimane, e tanto più per le opposizioni, sono arrivate solo promesse in larga parte non mantenute. In tanti momenti nell’arco di questo anno e mezzo scarso di governo molti commentatori hanno visto in Conte una pulsione di protagonismo fuori controllo, e il suo agire in solitaria ha finito per farlo apparire come un aspirante autocrate, senza peraltro averne la stoffa. Chiaramente una simile situazione non poteva protrarsi a lungo, e alla fine, al netto delle aspettative di potere e di visibilità delle singole forze politiche di maggioranza, sono arrivate le gocce che hanno fatto traboccare il vaso.

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Giornalista, ha svolto gran parte della sua attività professionale alla Rai, redazione Tgr del Piemonte, occupandosi di cronaca, di cultura e negli ultimi vent'anni, in qualità di caposervizio, delle vicende politico-amministrative della Regione. In precedenza era stato redattore presso l'Agenzia Giornalistica Italia e agli esordi, negli anni '70, collaboratore della Gazzetta del Popolo. Ha una passione per il cinema che nel corso degli anni è entrata a far parte della sua attività di giornalista.

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