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“Democrazia” di George Soros è senza un filo logico

Pur partendo da un approccio il più possibile scevro da pregiudizi ed improntato ad onestà intellettuale, il nuovo libro di George Soros non è nulla di particolare: racchiude una serie di discorsi più o meno recenti, per altro già superati dagli eventi che in parte hanno dimostratola fallacia di talune previsioni, insieme a quello che viene definito come un aggiornamento di alcune teorie di carattere filosofico-finanziario, il tutto senza un filo logico apprezzabile.

Sia chiaro, alcune delle questioni poste sono reali e costituiranno tema di dibattito e confronto nel prossimo futuro. La sottolineatura energica rispetto ai rischi connessi alla strisciante saldatura tra monopoli tecnologici e regimi autoritari, prodromica a forme di controllo a disposizione di questi ultimi, pone in luce un problema che dovrebbe essere già all’ordine del giorno.

Ma a parte questo capitolo, proprio per l’a-sistematicità e la mancanza di un filo conduttore, è impresa ardua sviluppare un ragionamento sul libro, che probabilmente rappresenta più un buon prodotto editoriale che non un reale apporto al dibattito. 

Il tema centrale è comunque riconducibile all’idea elaborata dal filosofo Karl Popper, mentore dello stesso Soros, delle “società aperte”, che vengono proposte in contrapposizione a derive autoritarie identificate nel libro con alcuni governi, a partire da quello cinese, passando dall’Ungheria di Orbàn per la Russia di Putin ed arrivando fino all’amministrazione di Donald Trump. 

Andiamo allora per gradi e partiamo da quello che è forse il contributo principale di Popper al metodo scientifico, ovvero il “principio di falsificabilità”. A partire da Galileo, un’affermazione scientifica è tale se può essere verificata sperimentalmente. Secondo Popper, invece, l’uomo non è in grado di cogliere alcuna verità. È inutile, quindi, cercare di verificare un’affermazione; al massimo, è possibile dimostrarne la falsità. La conseguenza logica è che la verità non esiste.

Nel libro “La società aperta e i suoi nemici”, Popper applica il principio di falsificabilità alla teoria politica, spiegando come la storia dell’umanità sia un lento passaggio da una “società chiusa” (a suo dire dogmatica ed intollerante in quanto ancorata all’idea di verità) ad una “società aperta”, in cui valori, visioni del mondo e religioni coesistono, si confrontano, si scontrano, germogliano e periscono. In una società aperta, infatti, non c’è nulla di definitivo, tutto è in continuo cambiamento.

Passando dalla teoria – per certi versi accattivante – alla prassi, citando il filosofo Diego Fusaro “la narrazione di fondo è quella del globalismo apolide senza frontiere”, tipico della sinistra 2.0 che mandando in soffitta Marx e Gramsci, in luogo della difesa dei lavoratori si è riscoperta terzomondista. Il cortocircuito si perfeziona nel momento in cui le tradizioni socialiste occidentali (in modo particolare quella nostrana), invece che sviluppare politiche di contrasto dell’immigrazione di massa in difesa dei migranti stessi e dei lavoratori, nobilitando il fenomeno con le categorie politicamente corrette dell’integrazione e dell’accoglienza, sostengono l’immigrazione di massa, con la chiara conseguenza di aumentare esponenzialmente la platea della manodopera ad esclusivo vantaggio degli speculatori finanziari e dei grandi capitali.

Riscoprendo il valore originale della tradizione liberale, che era cosa ben diversa dalle teorie ultraliberiste su cui assurdamente la sinistra si sta appiattendo, rifuggiamo da quello che già John Stuart Mill denunciava come dispotismo del comportamento convenzionale. La teoria della società aperta, così come declinata oggigiorno, parafrasando ancora Fusaro ed il suo “Pensare altrimenti”, sembra voler valorizzare le culture, chiedendo a ciascun popolo di rinunciare alla propria per aprirsi alle altre, ottenendo però così l’inconfessabile obiettivo dell’annullamento delle culture in quanto tali, sostituite dal vuoto nichilistico della sottocultura e del consumo.

La questione è ben più radicale della dialettica tra famiglie politiche o tra religione e scienza: il tema è l’estremizzazione e per certi versi lo snaturamento strumentale che si delinea del pensiero di Karl Popper. Il passaggio dalle società chiuse alle società aperte, inserito quasi in una dialettica hegeliana, presuppone un senso di alterità, una forte identità, la conoscenza e la coscienza di sé. Il tentativo di tradurre in prassi il pensiero di Popper sembra ridursi più, in ultima analisi, alla creazione del cittadino-consumatore, privo di identità, annullato ed annegato nella società aperta del relativismo.

In questo contesto, una certa vulgata in cerca d’autori ha creato il mito di Soros quale paladino degli ultimi ed alfiere della democrazia, laddove George Soros può essere considerato un emblema del potere e della finanza speculativa, ovvero quanto di più lontano possa esistere da una piena e reale democrazia. Ed è per questo che il titolo stesso del libro è un ossimoro dei migliori mai scritti.

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Nato a Milano nel 1980. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte come responsabile dell’Ufficio Legislativo di un Gruppo consiliare. Collaboratore parlamentare per circa un decennio, è stato responsabile della segreteria dell’Assessorato all’Ambiente, Difesa del Suolo e Protezione Civile della Regione Piemonte dal 2010 al 2014. E’ affascinato dai viaggi e dalla montagna, oltre che lettore appassionato di romanzi storici, manuali di filosofia e saggi di attualità.

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