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De Masi: “Per cambiare lo Stato italiano è necessaria una rivoluzione piuttosto che una riforma”

Pochi giorni prima della quarantena ordinata da Conte in tutta Italia, usciva nelle librarie un saggio dal titolo intrigante:  “Lo Stato necessario”, edito da Rizzoli. Da decenni, i media e l’opinione pubblica sparano a zero sulla Pubblica Amministrazione, perciò un titolo del genere appare quasi come una provocazione. In realtà, leggendo l’opera del professor Domenico De Masi, si approfondisce la complessità di un comparto con i suoi difetti e i suoi pregi, ma soprattutto con i possibili scatti in avanti che potrebbe compiere per fare quel salto qualitativo che tutti gli italiani attendono. Il saggio è costruito in modo scientifico con la collaborazione di esperti riconosciuti a livello europeo. Ne abbiamo parliamo con l’autore stesso, tentando un aggiornamento vista la pandemia che stiamo vivendo e che rivoluzionerà in qualche modo il nostro Paese.

Infografica – La biografia dell’Intervistato Domenico De Masi

– Come nasce questo saggio dedicato al pubblico impiego nell’Italia post-industriale?

– Questo libro completa le ricerche di una vita dedicata allo studio della sociologia del lavoro. In una prima fase ho approfondito il lavoro operaio, anche come osservatore diretto, in tutti i suoi aspetti e in particolare il mondo articolato che sta dietro alla “fabbrica”. In una seconda fase ho raccontato il lavoro creativo e i problemi organizzativi che lo distinguono ad esempio dall’organizzazione di una catena di montaggio. Mi sono reso conto, però, che avevo trascurato il “lavoro burocratico”, che è un settore fondamentale e dalle implicazioni strategicamente complesse, capace di occupare 3,2 milioni lavoratori. Grazie alla Camera di Commercio di Roma, che mi ha commissionato una ricerca, è nata l’occasione di scrivere “Lo Stato necessario”.   

– Hanno collaborato con Lei delle personalità di primo piano.

– Il metodo “Delphi”, che ho utilizzato per l’indagine previsionale, comporta il coinvolgimento di esperti strettamente interconnessi con il tema che si tratta e che sono del tutto all’oscuro di chi sia stato scelto negli altri campi. In questo caso, ho selezionato undici esperti di discipline varie che afferiscono tutte al mondo del lavoro. Tra gli altri, hanno collaborato professionisti come Federico Butera che è uno dei massimi esperti di scienze organizzative, Giovanni Costa grande conoscitore di risorse umane, Riccardo Luna figura eminente nella digitalizzazione, Umberto Romagnoli finissimo giurista, Tiziano Treu riconosciuto trasversalmente tra i padri del diritto del lavoro in Italia. A questi personaggi di enorme valore è stato chiesto di rispondere a un questionario di ampio respiro, dopo di che le risposte sono state trasformate in affermazioni per venire poi inviate in forma anonima a tutti, in modo che ognuno si dicesse d’accordo o meno sulle frasi gli altri, e le risposte con la maggioranza dei consensi sono diventate il rapporto finale.

– Da anni si parla di semplificazione, deburocratizzazione, deregulation. In che modo il coronavirus cambierà le cose nel pubblico impiego? Agevolerà una sua riforma o ne costituirà la pietra tombale? 

– Il COVID-19 è stata una tragedia, ma ha certamente dimostrato che lo Stato è necessario, proprio come recita il titolo del mio saggio (titolo che ho scelto molto prima che scoppiasse l’epidemia). L’emergenza ci ha fatto percepire l’esigenza  di una cabina di regia statale che metta in connessione le azioni regionali, di una cabina di regia europea per dare coerenza alle misure adottate da ogni singolo Stato, e infine di un coordinamento di livello mondiale per dare coerenza alle politiche di ogni Continente. Il coronavirus ci ha anche dato la possibilità di restituire dignità al welfare: anche i più sfegatati neoliberisti stanno chiedendo soldi allo Stato, sul solco di quella tradizione keynesiana che ripudiavano fino a pochi mesi prima. E allora è evidente ancora una volta come lo Stato, spesso bistrattato e criticato, sia invece indispensabile.

– Partendo proprio da questa riscoperta dello Stato – o forse per zittire le voci fuori dal coro – il premier Conte e il ministro Boccia tentano di lanciare una riforma dell’organizzazione statale che depotenzia le Regioni. Secondo Lei  abolire il sistema regionale è utile allo Stato? 

– L’Italia ha una varietà geografica, economica e culturale molto marcata. La sua forma allungata, dove il Nord è tutt’uno con l’Europa centrale mentre il Sud è inserito nel Mediterraneo e si protende verso l’Africa, comporta modelli organizzativi completamente differenti a livello nazionale. Non c’è dubbio, quindi, che debbano esistere delle autonomie, anche se non saprei dire se il modello migliore debba organizzarsi per province o regioni o per addensamenti di regioni. Vi è la necessità di uno snodo che consenta, in momenti particolari, di accentrare il potere, eliminando le distanze locali: proprio su questo punto l’emergenza ci ha evidenziato le lacune esistenti. È comunque sicuro che il Governo decidesse di  abolire tout court il sistema delle autonomie e quello regionale, commetterebbe un grave errore. 

– Nella riforma dello Stato quanto influisce la resistenza dei funzionari? E quella della politica o dei sindacati?

– In questi mesi abbiamo avuto un caso lampante di resistenza contro l’innovazione dello Stato: si tratta della lunga resistenza al telelavoro o se preferite allo smart working. Già nel 1993 avevo curato un saggio su questo tema, a cui seguirono convegni, seminari e sperimentazioni che hanno provato che questa forma di occupazione offre al lavoratore vantaggi enormi in termini di miglioramento della qualità della vita, di rivitalizzazione dei rapporti familiari e della gestione dei propri bioritmi. Ma gli stessi benefici sono verificabili anche per l’azienda, sotto forma di aumento della produttività, di riduzione dell’assenteismo e della microconflittualità oltre che dei costi fissi per i locali e i servizi nelle sedi; e il vantaggio è anche per l’ambiente, perché si riduce l’inquinamento da pendolarismo, e per la città che vede usurarsi in forma decisamente minore le strade e i mezzi pubblici. Di fronte a così tante opportunità immaginavamo che con la diffusione di Internet almeno una decina di milioni di italiani avrebbero modificato il modo di lavorare: e invece al 3 marzo 2020 c’erano ancora appena 570mila telelavoratori, diventati 8 milioni una settimana dopo il lockdown. Quindi sono bastati sette giorni per ottenere ciò che per quarant’anni non soltanto non era stato fatto, ma era stato persino osteggiato. Sia chiaro: è un problema che accomuna pubblico e privato. Anzi, è stato il privato a fare più resistenze contro la quarantena: su questo punto il ministro Dadone è stata velocissima a decretare il telelavoro nella PA. L’Italia resiste ai cambiamenti nel suo complesso, basti pensare all’orario di lavoro. Man mano che si introduce la tecnologia, si possono ridurre gli orari. La Germania, che ha digitalizzato il Paese, ha ridotto le ore di lavoro, invece l’Italia no: oggi un tedesco lavora mediamente 1400 ore all’anno, un italiano 1800. È un divario scandaloso che permane sia nel settore pubblico che in quello privato, ma quest’ultimo si sfoga sempre con il primo come se fosse esente dagli stessi peccati. Bisogna anche sottolineare che il settore pubblico resiste di più per la semplice ragione che è… più ingombrante: si pensi che il solo ministero dell’Istruzione ha 7/8 milioni di dipendenti. Quale altra azienda privata ne ha così tanti? 

– Da questa fotografia sembrerebbe invece che lo Stato non abbia peccati…

– Figuriamoci, di peccati ne ha, eccome! Lo dimostro nel libro. Nel 1861 gli italiani erano 28 milioni e gli impiegati statali risultavano 3mila. Oggi con 60 milioni di cittadini i “servitori dello Stato” sono 3,2 milioni, un numero enorme ma non molto differente da quello di altri Stati, se ragioniamo in termini percentuali. L’Italia può contare infatti sul 15% di occupati nel pubblico impiego, la Gran Bretagna sul 16%, la Francia sul 22%, la Svezia sul 29%. Da noi sono di meno perché c’è stato il blocco delle rotazioni che ha creato un peccato gravissimo: i nostri statali sono più vecchi di quelli stranieri. Ma senza il ricambio generazionale abbiamo dipendenti meno digitalizzati. Spero che l’attuale Ministro non molli e che lasci in telelavoro almeno il 30% degli statali che al momento stanno lavorando così. 

– Esiste anche un problema di stipendi troppo bassi?     

– Nel corso degli anni gli stipendi si sono ridotti, ma rimanendo al livello di quelli del privato. D’altro canto, vi sono vantaggi nei contratti con lo Stato che il privato non può offrire. Bisogna infine valutare il compito affidato ai dipendenti statale, che certamente è più nobile: produrre istruzione e sanità è qualcosa di superiore rispetto ad altre occupazioni. 

– La mancanza di concorsi spinge i giovani ad andare all’estero: il pubblico impiego ha perso attrattiva?

– Purtroppo sì, ed è il frutto delle politiche neoliberiste. Dopo una stagione trionfale di conquista dei diritti da parte dei dipendenti, abbiamo avuto una retroazione che invertito le parti della lotta dei poveri verso i ricchi. Negli ultimi dieci anni c’è stato un vergognoso fuoco di fila contro lo Stato. È sufficiente andare a rivedere gli articoli di giornale: se eri keynesiano, ti guardavano come un marziano. Questo odio ebete non ha portato ad altro che alla contrazione dei diritti del lavoratore. Tuttavia, il coronavirus sta invertendo questa tendenza: si pensi alla Regione Lombardia, che si è trovata legata mani e piedi alla sanità pubblica dopo anni e anni di investimenti su quella privata. Forse è un momento favorevole per sbloccare i tanti problemi irrisolti! Interessante notare come in lingua greca il concetto di “apocalisse”  includa anche quello di rilevazione o svelamento: e la speranza è che ai problemi svelati seguano risposte adeguate. 

– Conducendo la ricerca per il libro, quali sono i punti di maggior debolezza che ha riscontrato nel pubblico impiego?

– È facilissimo elencarli perché sono gli stessi che denunciava nel 1875 Francesco De Sanctis, uno dei padri della Patria, che dedicò un capitolo del suo programma elettorale alla condizione della Pubblica Amministrazione. Già allora lo Stato era devastato da continue riforme che si sovrapponevano senza logica, da politici senza prestigio, da continui cambi di ministri e da infinite discussioni per far convergere gli interessi di parte, dal malcostume, dai pregiudizi e infine dalla resistenza passiva dei lavoratori stessi. Cento anni dopo De Sanctis, il rapporto di Francesco Saverio Giannini ribadì le medesime accuse. Nel 1993 vi fu il rapporto di Sabino Cassese a confermare tali problemi. I quadri amministrativi sono minori di quelli tecnici, gli impiegati sono poco specializzati, esiste un invecchiamento troppo pronunciato del corpo del pubblico impiego, assenza di incentivi, poca formazione, pochi mezzi tecnici, procedure amministrative troppo garantiste ed eccessive invasioni di campo da parte della politica. Prendendo atto di tutto ciò, si potrebbe concludere che la situazione è immutabile perché presenta difetti congeniti. Dunque ritengo che per la Pubblica Amministrazione sia necessaria una rivoluzione, più che una riforma. E allora proprio questo coronavirus potrebbe rappresentare una rivoluzione: se una buona parte dei burocrati continuasse a telelavorare si tratterebbe già di un cambiamento epocale. Le riforme Bassanini sono state una boccata d’ossigeno per la PA, ma non sono bastate a superarne certi limiti.

– Quanto aumenta la produttività il lavoro agile?

– Tutte le ricerche che ho consultato, più quelle che ho fatto di persona, attestano un miglioramento della produttività tra il 15 e il 20%. Non è poco. Se si pensa che l’Italia ha il 20% in meno di produttività rispetto alla Germania, significherebbe che con il lavoro agile la PA godrebbe di uno scatto di produttività incredibile. Si dovrebbe però affiancare questo passaggio a una seria formazione dei capi. Questo ministro della Funzione Pubblica ha per le mani un’occasione incredibile: se saprà sfruttarla, si potrebbe avere in Italia per la prima volta un pubblico impiego più produttivo di quello privato, che ridarebbe anche credibilità allo Stato e ai suoi lavoratori.           

– Secondo Lei all’Italia manca una scuola della Pubblica Amministrazione sul modello di quella francese? 

– L’École nationale d’administration (ENA) non è comunque stata esente da critiche in patria. Il fatto che gran parte della classe dirigente francese arrivi da lì comporta un linguaggio comune e un’affidabilità molto maggiore rispetto a quella italiana. Anche noi abbiamo una scuola di formazione, che è anche migliorata nel tempo, e se un direttore di quella scuola, cioè Giovanni Tria, è poi diventato ministro significa che avevano scelto una persona di indubbie qualità per dirigerla. In questo momento storico si dovrebbe fare uno sforzo complessivo, ma bisogna vedere se ci sono la voglia e le risorse; dovrebbero essere rigorosissimi i criteri per assumere i docenti e si dovrebbe assicurare loro stipendi tali da fidelizzarli alla scuola stessa.   

– Lo spoil system potrebbe migliorare lo Stato? Potrebbe far superare le resistenze al suo interno? 

– È una questione difficile da definire. Da una parte è ovvio che un nuovo ministro voglia uno staff di cui fidarsi e  che spesso lo staff precedente è legato all’ex ministro, ma è anche vero che un modello di spoil system porta ad avere una classe di burocrati sempre in fibrillazione, sempre in situazione di incertezza totale occupazionale. Questa poca stabilità induce il lavoratore a essere pronto a cambiare subito idea per saltare sul cavallo vincente. Alla fine, comunque, vantaggi e svantaggi si equivalgono: il problema principale è l’efficienza del sistema nel suo insieme. Oggi lo Stato italiano dovrebbe individuare e mantenere il giusto equilibrio.  

Infografica – La scheda del Libro “Lo Stato Necessario”
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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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