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Ddl Zan, Scalfarotto: “Ora il Parlamento può dire di ripudiare ogni forma di violenza e discriminazione”

«Approvando questo disegno di legge, il Parlamento può dire chiaramente di ripudiare ogni forma di violenza e discriminazione. L’obiettivo è proprio questo, mandare un messaggio». Ivan Scalfarotto, sottosegretario di Stato al Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale, onorevole di Italia Viva, è da sempre un attivista per i diritti LGBT+. Il 4 novembre la Camera ha approvato il ddl Zan per il contrasto all’omolesbobitransfobia, alla misoginia e all’abilismo – ossia, rispettivamente, gli atteggiamenti discriminatori verso la comunità LGBT+, le donne e le persone disabili. Il disegno si trova ora a Palazzo Madama, in attesa di esame da parte dei senatori. 

Infografica – La biografia dell’intervistato Ivan Scalfarotto

Sottosegretario, perché è così importante il ddl Zan? 

«Bisognerebbe capovolgere la domanda».

Ovvero?

«Perché una norma contro l’odio e la discriminazione non dovrebbe essere importante? Non bisognerebbe dover giustificare il perché di una legge simile, posto che siamo tutti d’accordo che odio e discriminazione debbano essere banditi dalla nostra comunità. Da decenni esiste la legge Mancino che regolamenta le fattispecie di violenza e discriminazione su base nazionale, religiosa, etnica o razziale».

I detrattori sentono violata la propria libertà di pensiero… 

«Confondere la libertà di pensiero con quella di offendere nega il principio base per il quale la libertà di ciascuno di noi finisce quando inizia quella degli altri».

Ma che differenza c’è tra quanto contenuto nella legge Mancino e il ddl?

«La Mancino riguarda talune fattispecie di gruppi e persone che storicamente sono stati fatti oggetto di discriminazione, ma non altre come le persone LGBT. Il ddl Zan è un completamento: in questo modo se sono ebreo e gay non verrò tutelato solo dalla discriminazione religiosa, ma anche da quella omofobica. Insomma, è un principio di equità sostanziale. Ecco perché va fatto un plauso alla deputata di Italia Viva Lisa Noja, che ha voluto l’estensione della legge anche alle discriminazioni legate alla disabilità. Ma in tutto questo c’è un paradosso».

Un paradosso?

«Sì, il fatto che stiamo lavorando su una norma penale: per me che sono un liberale dovrebbe essere l’ultima istanza per cambiare la società. Di fatto il primo obiettivo del disegno non è irrogare sanzioni, bensì mandare un messaggio: che il Parlamento, in rappresentanza del popolo italiano, ripudia ogni forma di violenza e di discriminazione. Vuole essere un messaggio più educativo che repressivo. Quello che dispiace della posizione della destra è proprio questo: andando contro questa legge sostengono il diritto all’odio, ad esercitare una violenza morale verso altre persone».

Il senatore Malan ha detto “il vero obiettivo è mettere le mani sui bambini e sottoporli all’indottrinamento gender”…

«La solita tiritera. Io sono stato educato in una scuola montessoriana: i bambini sono delle persone in formazione e non c’è nessun ragionamento che non possono comprendere se glielo si porge nelle forme adeguate. Quanto alla cosiddetta “teoria gender”, è solo un’invenzione di chi vuol costringere le persone dentro a degli stereotipi. Chi parla di gender pensa che una bambina possa aspirare solo a fare l’infermiera e un bambino l’ingegnere; se incoraggi ciascuno a seguire la propria attitudine, a realizzare i propri sogni allora sei un sostenitore della teoria gender».

Il disegno è passato alla Camera, come la vede in Senato?

«Vedremo. Noi siamo reduci della scorsa legislatura dove la Camera, nel 2013, aveva già approvato un testo poi mai discusso dal Senato. Nonostante per me si tratti di norme di ordinaria ragionevolezza, per qualche motivo provocano reazioni esacerbate da parte della destra più conservatrice. A ciò, talvolta, si aggiunge un atteggiamento “anelastico” da parte delle associazioni che rappresentano coloro che in teoria dovrebbero essere protetti da queste norme. In questo modo abbiamo perso sette anni».

Cos’era successo con il vecchio disegno di legge?

«Riuscì a far scendere in piazza sia le associazioni LGBT che i cattolici oltranzisti, entrambi contrari alla legge per motivi opposti. Alle prime non piaceva una clausola di salvaguardia per le cosiddette “organizzazioni di tendenza” (partiti, sindacati, istituti religiosi), che le escludeva dall’ambito di applicazione della legge. In altre parole, la clausola permetteva ad un istituto cattolico di non assumere una docente trans senza che questo costituisse reato».

C’è ancora quella clausola?

«No. Ma la vera differenza con la legge del 2013 è che è stata estesa sia alla misoginia che alle persone disabili. Inoltre sono anche previsti fondi per realizzare politiche di prevenzione e di contrasto alla violenza e per finanziare centri di assistenza per le vittime».

Ma nel Recovery è previsto qualche capitolo di spesa per i diritti della comunità Lgbt?

«Per il momento si parla solo di parità di genere. L’obiettivo comunque, al di là delle etichette, deve essere quello di una società che investe su ogni singola persona a prescindere da ogni particolare caratteristica personale: età, genere, orientamento sessuale, identità di genere, apparenza fisica, disabilità. È l’idea di una società che dà a ciascuno la chance di dare il meglio di sé. Le grandi aziende investono sul “diversity management” perché puntano a sviluppare il proprio capitale umano. E lo fanno perché sanno che il talento non risiede soltanto nel profilo standard dell’uomo quarantenne, abile, bianco, autoctono ed eterosessuale».

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Giulia Ricci, nata a Rivoli in provincia di Torino il 17 Dicembre 1991. Diplomata al liceo classico Massimo D’Azeglio e laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Torino, inizia a scrivere per un piccolo giornale online nel 2012. Due anni dopo diventa collaboratrice di un quotidiano locale, Cronaca Qui, dove scopre una passione inaspetatta: la politica. Oggi scrive per il Corriere della Sera di Torino.

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