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Critiche in Thailandia per la gestione del lockdown

Nemmeno il governo thailandese è esente dall’accusa di colpevolizzare i cittadini per la diffusione del coronavirus. Se ne fa portavoce l’editorialista del “Bangkok Post”, Sirinya Wattanasukchai, secondo cui i tailandesi tornati dall’estero e gli immigrati per lavoro sono i due capri espiatori preferiti delle autorità. È un film già visto anche in altri Paesi. All’inizio del coronavirus, il Ministro della Sanità Anutin Charnvirakul invitava a stare tranquilli perché si trattava solo di un tipo diverso di influenza; poi, quando scoppia l’emergenza, al governo sono servite intere settimane prima di imporre la quarantena, ma in compenso ha sparso diffidenza tra gli stessi cittadini additando quasi come untori i tailandesi che tornavano dai viaggi – infine impedendo loro di ritornare. Quando lo scorso dicembre è scoppiato un nuovo focolaio nel mercato del pesce di Samut Sakhon, la mannaia morale del governo si è spostata sugli immigrati. Il mercato si trova nel distretto di Muang; nella zona non si registravano contagi già da alcuni mesi, eppure una donna di 67 anni è stata trovata positiva al coronavirus dopo due test consecutivi, anche se non è mai andata all’estero e ha passato la maggior parte del suo tempo nel mercato. Diciotto persone che erano a contatto con lei sono stati subito esaminati e messi in quarantena. E mentre ci sono sempre “uno o due ministri che non si stancano mai di fare osservazioni negligenti”, alcuni ufficiali sono collusi con la tratta di persone lungo i confini dello Stato. Invece di chiudere subito Sakhon e limitare gli spostamenti degli individui connessi al mercato, il governo ha messo tutti gli immigrati che vi lavorano in una sorta di campo profughi cinto da filo spinato, anche quelli che erano sani e che ora presumibilmente avranno già contratto il virus. Il governo si è giustificato dicendo di aver seguito il “modello di Singaporre”.

Piovono critiche anche sul portavoce del Servizio di gestione dell’emergenza Covid-19 (CCSA), Taweesin Visanuyothin, che ha minacciato di far mandare in carcere coloro che non rivelano i dettagli dei loro viaggi, in particolare chi non installerà sul proprio telefono l’applicazione “MorChana” per tracciare gli spostamenti. Gli utenti dei social sono insorti, al punto che Taweesin ha dovuto chiarire che la sanzione penale (fino a due anni di reclusione e/o ammenda massima di 40mila baht) potrebbe essere applicata solo ai positivi al Covid in 5 province in regime di lockdown. Le misure restrittive hanno causato danni pesanti anche alle attività economiche che operano a contatto col pubblico. I più colpiti sono i centri benessere e di massaggio, pratica tradizionale del Regno di Thailandia. Il rappresentante del settore, Pitak Yotha, ha chiesto aiuto al governo sotto forma ad esempio di allentamento delle misure restrittive, di esenzione dal pagamento degli affitti o di stimoli finanziari ad hoc. Tutti i saloni hanno rispettato le norme sanitarie, hanno accolto un numero minore di clienti, hanno allargato gli spazi interni per avere maggiore distanziamento sociale: eppure sono stati di fatto puniti ingiustamente, essendo stati i primi ad essere chiusi dalle autorità e poi gli ultimi ad avere il permesso di riaprire. Risultato: 11mila esercizi hanno chiuso i battenti per sempre.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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