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Covid-19, Eliana Liotta: “la Rivolta della Natura” ci deve spingere ad “imparare dai nostri errori e agire subito per correggerli”

Epidemie emergenti, eventi calamitosi incontrollabili e la salute dell’umanità e della Terra sono facce della stessa medaglia. La correlazione tra l’ambiente e la diffusione di nuove e sempre più aggressive patologie è all’ordine del giorno dopo il drammatico lockdown al quale ci ha costretto l’esplodere della pandemia Covid-19. Ecco di tutto questo tratta il nuovo libro della giornalista e scrittrice Eliana Liotta “La rivolta della natura” edito da La Nave di Teseo e realizzato con la collaborazione del professore Massimo Clementi, esperto in Microbiologia, e con la consulenza dello European Institute on Economics and the Enviroment. Abbiamo voluto parlare del suo nuovo lavoro proprio con l’autrice del saggio per comprendere come stia cambiando il mondo e come non ripetere gli errori commessi fino ad oggi contro il nostro Pianeta.

Infografica – La biografia dell’intervista Eliana Liotta

– Com’è nato questo libro?

– Curiosamente è nato dal non aver potuto pubblicare quello precedente, dedicato all’alimentazione sana e rispettosa dell’ambiente. Quando ormai era pronto per le stampe è iniziata la quarantena, e a me e alla casa editrice La Nave di Teseo è apparso bizzarro pubblicare un libro sul cibo quando vivevamo momenti di tremenda incertezza sul futuro, e in alcune zone si stava addirittura scatenando l’isteria sul come procurarsi da mangiare mentre si era chiusi in casa. Intanto però mi ero documentata sulle epidemie e sull’impatto delle attività umane sull’ambiente, così ho chiamato il direttore dell’Istituto europeo per l’economia e l’ambiente, Massimo Tavoni, e ci siamo confrontati su questa tema: da lui ho saputo che i climatologi, gli economisti e gli ambientalisti si stavano concentrando proprio su questo tipo di ricerche; sono spuntati fuori studi e meta-analisi estremamente interessanti sul rapporto tra epidemie da una parte e cambiamenti climatici, deforestazione e inquinamento dall’altra. Ho richiesto la collaborazione del virologo Massimo Clementi per avere conferme anche dal campo della microbiologia. Così durante il lockdown è nato il tema del libro. Intorno ad esso ho inventato una struttura narrativa che mi permettesse di raccontare ciò che accadeva e ciò che si sapeva in quel momento attraverso pagine di diario: il mio insieme ai miei figli e quello del dottor Clementi in laboratorio. Poi ho aggiunto dei capitoli di approfondimento sulle conoscenze che si erano già sedimentate sul fronte del virus e sul fronte dei cambiamenti climatici.

– Durante la quarantena è comparso uno studio dell’Università di Bologna che collegava la recrudescenza della pandemia nella Pianura Padana all’inquinamento presente in tale area. Ne avete parlato con il climatologo Tavoni? Che cosa è emerso?

– Ho dedicato un capitolo al rapporto tra inquinamento e coronavirus (ed epidemie in generale). Tavoni mi ha rivelato che già in passato erano stati fatti degli studi in Cina a proposito della Sars. La possibilità che le polveri sottili fossero una sorta di “taxi” per il coronavirus non sembra tuttavia avere fondamento. Esiste comunque un rapporto di comorbilità, ossia una correlazione tra inquinamento e diffusione delle malattie respiratorie: le polveri sottili, infatti, danneggiano le microscopiche ciglia che abbiamo nell’albero respiratorio e che fungono da prima barriera di difesa contro i virus. Se le vie respiratorie sono irritate e le ciglia difensive sono indebolite, allora per i virus sarà più facile aggredire il nostro organismo. Ribadiamo che tra inquinamento e coronavirus il rapporto descritto non è di causa-effetto, ma è soltanto una correlazione. E ricordiamo anche che l’inquinamento provoca ogni anno 4 milioni di morti, dunque è già di per sé un tema su cui occorre riflettere.

– E quale correlazione ci può essere con l’alimentazione?

– Il sistema con cui produciamo i nostri alimenti incide sul riscaldamento globale, perché il metano generato dai ruminanti (mucche, capre, pecore etc.) degli allevamenti intensivi va ad aumentare l’effetta serra. Il metano, infatti, è un gas climalterante provocato dai batteri presenti nello stomaco dei ruminanti nel momento della digestione, quando i cibi fermentano. Gli allevamenti intensivi sono connessi all’incremento del riscaldamento globale anche per un altro fenomeno, che a sua volta si riaggancia alla diffusione delle epidemie: la deforestazione. I polmoni verdi della Terra vengono sacrificati per fare spazio agli allevamenti e per coltivare la soia che poi verrà data in pasto agli animali. Ogni anno scompaiono foreste per una superficie pari a quella del Belgio. Abbattere alberi significa togliere la casa agli animali selvatici: questi ultimi sono veri e propri serbatoi di virus, alcuni che conosciamo e molti altri che non conosciamo ancora. Le possibili conseguenze sono facilmente immaginabili, ma voglio citare un esempio: dopo la deforestazione di una zona dell’Indonesia, i pipistrelli che prima vi abitavano hanno dovuto andare a procurarsi il cibo negli insediamenti umani presenti nelle vicinanze; uno dei loro virus ha fatto lo “spill over”, il salto di specie, facendo ammalare i cavalli e pure le persone. L’ennesimo danno provocato dalla deforestazione è infine il fumo che sale dagli alberi che vengono bruciati, fumo che contribuisce anch’esso all’effetto serra. Tutti quanti dovremmo seguire un’alimentazione più rispettosa dell’ambiente, evitando gli eccessi di carne rossa; non significa diventare vegetariani, ma semplicemente limitare l’assunzione di carne una o due volte alla settimana, come dicono tra l’altro tutte le linee guida per un’alimentazione sana.

– Nel mercato alimentare di Wuhan vi era davvero il pericolo dello scoppio di un’epidemia?

– Sull’origine del coronavirus gli studi sono ancora in corso, ma il punto rimane sempre questo: le persone dovrebbero mantenere le distanze dagli animali selvatici che sono serbatoi di virus. L’ONU ha già dichiarato che andrebbero vietati in tutto il mondo i mercati “umidi”, chiamati così perché bagnati dal sangue e dalle squame degli animali selvatici che sono ritenuti cibi prelibati o che vengono utilizzati nella medicina tradizionale.

– A prescindere dalle considerazioni politiche attualmente in voga, l’aumento della ricchezza pro-capite del popolo cinese – col conseguente aumento del consumo di carne – quanto potrebbe aver influito sulla diffusione di Sars e altri virus? 

– Non ho trovato dati in questo senso. Però non è fantascienza uno scenario del genere: dentro una megalopoli cinese si trova un mercato umido in cui vengono ammazzati e venduti animali selvatici, dai quali avviene il salto di specie di un virus dentro l’organismo ospite, l’uomo, di cui milioni di esemplari vivono a strettissimo contatto nella città e poi si trasferisono con l’aereo da un capo all’altro del mondo… beh, è facile vedere come il virus abbia gioco facile a seguire il suo principio di vita darwiniano, che è quello di moltiplicarsi.

– Dopo l’esperienza fatta quest’anno, i politici dovrebbero cominciare a ripensare anche l’urbanistica e smettere di far costruire edifici sempre più affollati e sempre più ammassati l’uno all’altro?

– Da una parte adesso avremo la tendenza a trasferirci dalle città ai borghi, grazie anche alla possibilità di lavorare da casa con lo smart working, ma dall’altra siamo pur sempre animali sociali e culturali, per i quali è indispensabile interagire fisicamente con gli altri e visitare mostre, andare al cinema o a un concerto. Evitare gli eccessi di densità abitativa è giusto, ma che i centri storici si spopolino non è un bene, perché danneggia l’economia della cultura. E sono anche le diseguaglianze sociali ad essere correlate alle epidemie: la povertà porta a vivere in posti con scarsa igiene, ammassati in spazi piccoli, più vicini possibile ai centri in cui vi è la speranza di un lavoro. E a sua volta la fame è collegata al clima impazzito che distrugge i raccolti con la siccità o con l’invasione di insetti. L’idea che propongo nel libro è di non limitare il nostro sguardo a quello che gli scienziati vedono nel microscopio quando analizzano un virus e nemmeno limitarci a studiare l’economia di un singolo Stato, ma cercare di cogliere i problemi nel loro insieme: la salute del singolo individuo dipende anche da quella della fauna e della flora del pianeta Terra.

– Alcune pagine del libro sono dedicate a visioni apocalittiche come quella di Papa Francesco in una piazza San Pietro vuota e silenziosa. Proprio il Papa ha fatto appelli contro gli egoismi che provocano l’inquinamento e le diseguaglianze sociali. Il coronavirus costringerà a prendere coscienza di questi problemi oppure sarà solo una spiacevole parentesi dopo la quale ci rimetteremo a fare gli stessi errori?

– Credo che la pandemia sia un’acceleratore del pensiero ambientalista. Ho molta fiducia nei ragazzi, che sono molto sensibili a questi temi e che hanno la capacità di pensare in maniera più complessa rispetto a quanto credono gli adulti, i quali invece si impigriscono su pensieri facili. Dopo che la crisi sarà rientrata, gli investimenti che verranno fatti saranno anche nel senso di migliorare l’ecologia. Oggi finalmente abbiamo capito di vivere in un mondo unico, nel quale la nostra salute dipende da quella del nostro prossimo.

Foto – Durante la benedizione ‘Urbi et Orbi’ in piena Pandemia il 28 marzo scorso

– Il Covid-19 ha esaltato la generosità delle persone pronte a sacrificarsi per salvare il prossimo, ma ha anche aggravato la delusione di coloro che vedono quanti soldi donati e investiti nella ricerca sono stati sprecati.

– Chi è arrabbiato e deluso dovrebbe pensare che i soldi per la ricerca non sono mai sprecati. La ricerca non è necessariamente finalizzata a un obiettivo preciso e immediato: per esempio, la ricerca su un virus non porta subito a creare un farmaco, ma magari porta a scoprire delle caratteristiche che in futuro serviranno contro virus simili. Umberto Veronesi diceva che la ricerca è “il lievito della buona medicina”. Certo, può capitare che alcuni studi si fermino a un punto morto, ma questo rappresenta comunque un risultato, grazie al quale alcune ipotesi vengono scartate e si può passare ad altre. Gli scienziati devono poter proseguire l’opera di continuo miglioramento del livello delle conoscenze.

– Negli ultimi tempi la politica ha abdicato al suo ruolo e si è affidata ai comitati scientifici. Ma di questi, non tutti hanno svolto egregiamente il loro lavoro: alcuni hanno dato il peggio di sé, prestandosi a polemiche di parte e a bagarre televisive. Come ne esce l’immagine della scienza?

– Credo che la politica debba fare il suo mestiere, cioè prendere decisioni ed effettuare scelte in base alle esigenze del popolo. Il comitato scientifico deve a sua volta fare il proprio lavoro, cioè dire quello che oggi si sa in base al microscopio. Le decisioni però devono essere assunte dai rappresentanti dei cittadini, non dai virologi. I politici diranno che direzione deve prendere la società dopo aver sentito il parere degli scienziati di vari campi e assumendosi la responsabilità delle scelte fatte. Questa è la mia visione. Aggiungo che si dovrebbe dare maggiore importanza alle scienziate: ricordiamo infatti che più della metà dei medici sono donne, tantissime eroine che in questo periodo di difficoltà hanno mostrato qualità uniche. Perciò non è giusto che nelle commissioni vi siano solo uomini o quasi. La professionalità delle donne nella scienza non è premiata come dovrebbe: la loro scarsa presenza ai vertici non rispecchia la realtà delle cose. Non è semplicemente stabilire una quota di genere, ma si tratta di giustizia.

– E il mondo del giornalismo quali colpe ha avuto nell’assecondare la tendenza dei politici a ripararsi dietro alle indicazioni degli scienziati?

– Non dovremmo incolpare i giornalisti di aver fatto da megafono al protagonismo di certi scienziati o di non aver denunciato la mancanza di coraggio dei politici nel prendere certe decisioni. Nessuno, infatti, era psicologicamente pronto alla pandemia e anche a livello di nozioni si sapeva pochissimo. Il compito dei giornalisti è informare e forse è meglio avere un eccesso di informazioni che non il bavaglio di Stato. I giornalisti sono il ponte tra le fonti e i cittadini e spesso è difficile “tradurre”  le nozioni scientifiche in testi comprensibili al lettore medio. Non tutti gli scienziati sono anche abili comunicatori, mentre molti di loro dopo una vita passata in laboratorio si sono improvvisamente ritrovati con una telecamera davanti al viso, costretti a dire qualcosa senza avere tempo e modo di pesare le parole: ed ecco che alcuni hanno rilasciato dichiarazioni discutibili o che sono state poi smentite dai fatti. Forse la cosa migliore sarebbe stato rispondere “Non lo sappiamo ancora”, ma come potevano farlo, incalzati dai politici e dai giornalisti, a loro volta pressati dalla società che chiedeva risposte? Nemmeno ora vi è consenso tra i virologi più esperti: il virus sta mutando oppure no? scopriremo gli anticorpi oppure no? Il mondo scientifico è diviso su tantissime questioni.

– Nel libro Sua figlia Le chiede quanto durerà la pandemia, e Lei risponde di non saperlo. Insomma, quanto durerà l’incertezza?

– Nel dare la risposta ho citato uno studio del Minnesota Institute che disegna tre possibili scenari, realizzati mettendo insieme le informazioni su diverse epidemie scoppiate dal ‘700 ad oggi e ricavandone dei modelli. Uno scenario è che da ora in poi vi saranno micro-focolai di diversa intensità, ma limitati e destinati a spegnersi nella primavera del prossimo anno. Il secondo teme un colpo di coda sul genere della spagnola, un ritorno durante la stagione delle influenze; peraltro non dovremmo certo paragonare questo possibile sviluppo a quella che è stata veramente la pandemia del 1918, perchè il progresso scientifico oggi rende semplicemente impensabile una strage come quella che si verificò cento anni fa. Perciò se anche vi fosse una recrudescenza nel prossimo inverno, sappiamo come affrontarla, perchè dal marzo del 2020 abbiamo imparato molte lezioni. Il terzo scenario dice che il COVID-19 potrebbe sparire come ha fatto la Sars, per la quale era stato ideato un vaccino, poi messo da parte perché non ce n’era più bisogno.

– Quale caratteristica del libro invoglia ad acquistarlo? Quale dovrebbe essere il lettore che ne trae giovamento?

– Il mio libro racconta qualcosa di utile e di interessante su due grandi temi: le epidemie emergenti e la salute dell’umanità e della Terra stessa, e permette di appronfondire gli argomenti in un modo che non è possibile fare leggendo solamente i quotidiani. Spiega concetti che ritroviamo spesso sui giornali, ma che andrebbero intesi meglio, quali i cambiamenti climatici, le attività umane che impattano sull’ambiente, i meccanismi che operano dentro il nostro organismo; la trattazione non scade mai nell’ideologia, ma si aggancia sempre a studi scientifici seri, verificati e pubblicati.

La Scheda del Libro – La Rivolta della Natura di Eliana Liotta

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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