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Covid-19, Bloomfield: Trump offre assistenza bilaterale ma Teheran rifiuta

La crisi del Golfo Persico sembra destinata a non fermarsi. Stati Uniti e Iran hanno più volte ribadito di non voler una guerra. Persino lo scorso gennaio, al culmine della tensione fra i due Paesi dopo la morte de Qassem Soleimani, capo delle Forze Quds, il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif all’indomani della revenge operation “Soleimani Martyr”, aveva dichiarato che il suo paese non aveva interesse in un conflitto aperto. Eppure il Golfo Persico rimane teatro di scontro. L’ultimo avviso di Trump a Theran è stato affidato ad un tweet , “apriremo il fuoco e distruggeremo” le barche iraniane che si avvicinano troppo a quelle statunitensi. Una guerra di parole e slogan social. E il lancio in orbita del satellite militare Nour, il 24 aprile scorso da parte dei Pasdaran, ha irritato non poco gli Stati Uniti, che già in passato avevano criticato il programma spaziale iraniano. Di tutto questo ne parliamo con l’ambasciatore americano Lincoln Bloomfield, consigliere per la sicurezza nazionale ed ex segretario di Stato aggiunto per gli affari politico-militari nell’amministrazione Bush. 

Ambasciatore esiste un rischio reale che le parole possano tradursi in fatti o andremo avanti a forza di annunci e minacce?

Le minacce pubbliche del regime iraniano potrebbero essere intese più a rafforzare il morale del governo di Teheran, nonché dei Guardiani della Rivoluzione e della Forza Quds, in un momento in cui non vi sono entrate petrolifere e la popolazione soffre massicciamente della pandemia di coronavirus. Le dichiarazioni del presidente Trump e di altri alti funzionari hanno lo scopo di dissuadere l’Iran dagli attacchi che ha condotto contro gli Stati Uniti, anche attraverso le milizie sciite irachene e Hezbollah. Il capo della Casa Bianca ha chiarito che l’America non tollererà attacchi sponsorizzati dall’Iran, che uccidono soldati e cittadini statunitensi.

Lo scorso gennaio, il presidente Trump aveva nuovamente minacciato l’Iran di sanzioni, aggiungendo che la Repubblica islamica “non avrà mai un’arma nucleare e che il paese dovrà abbandonare le sue ambizioni nucleari e smettere di sostenere il terrorismo”. Queste minacce si concretizzeranno come le precedenti? E in che modo  l’Iran sosterrebbe il terrorismo?

Ricordiamo che anche l’amministrazione Obama aveva affermato che l’Iran avrebbe rinunciato allo sviluppo di armi nucleari non solo durante il Jcpoa, ma dopo la scadenza delle “clausole del tramonto”. C’è un consenso politico bipartisan negli Stati Uniti secondo cui all’Iran non deve essere permesso di possedere un’arma nucleare. Da quando il Jcpoa è stato completato nel 2015, il comportamento aggressivo ingannevole della Repubblica Islamica nel mantenere estesi i dati sulle armi nucleari, hanno convinto molti governi che essa costituisca ancora una minaccia nel perseguire la capacità delle armi nucleari. Il suo sostegno al terrorismo è attentamente monitorato da diversi governi e ogni anno vengono pubblicati rapporti su tutte le forme di terrorismo. È davvero sorprendente e inaccettabile che ogni anno, dal 1984, l’Iran sia stato designato come il principale sponsor mondiale del terrorismo. Ciò significa che durante i negoziati nucleari e dopo il raggiunto accordo, il regime di Teheran ha ancora diretto gli attacchi terroristici in tutto il mondo. Dal 2018, le operazioni terroristiche iraniane sono state sventate dalle autorità in Danimarca, Belgio, Francia, Germania, Austria, Albania e Stati Uniti. I cittadini hanno il diritto di chiedere che i loro governi facciano qualcosa per rendere il mondo più sicuro contro questi atti di violenza profondamente immorali che colpiscono indiscriminatamente civili innocenti.

Dopo i fatti di gennaio, la violenza in Iraq ha avuto una nuova escalation lo scorso marzo, quando gli attacchi contro le truppe americane e britanniche  alla base di Camp Taji a nord di Baghdad, hanno provocato la reazione degli Stati Uniti. L’episodio potrebbe indurre l’amministrazione Trump a porre l’Iraq sotto una maggiore pressione economica, nella speranza che ciò costringa il paese a prendere le distanze dall’Iran?

La posizione degli Stati Uniti è chiara: all’Iran non è consentito condurre attacchi violenti in Iraq. I missili lanciati dall’Iran contro la base aerea di Al Asad stavano violando la risoluzione del cessate il fuoco delle Nazioni Unite sulla la guerra Iran-Iraq. Le forze statunitensi erano impegnate nell’addestramento delle forze di sicurezza irachene ed erano presenti su quella base aerea in virtù di un accordo diplomatico legittimo tra Usa e Iraq. Come è noto, negli ultimi anni il nostro Paese ha commesso errori nella “terra dei fiumi”, senza anticipare o accogliere pienamente le aspirazioni e le lamentele di diverse fazioni al suo interno. Ma durante questi anni difficili, gli Stati Uniti hanno fornito un vasto sostegno finanziario e risorse per offrire agli iracheni le migliori possibilità di legittimo autogoverno e un’economia che sostenga la popolazione. L’Iran ha promosso fazioni, conflitti settari e separatismo militante attraverso le sue milizie, perseguendo un’agenda che avvantaggia solo la dittatura clericale di Teheran a spese del popolo iracheno. Le massicce manifestazioni pubbliche di quest’anno a Tahrir Square a Baghdad sono state espressione di orgoglio nazionale e un messaggio volto a mantenere il Paese indipendente dallo sfruttamento iraniano. Per rispondere direttamente alla domanda, no, non prevedo che gli Stati Uniti stiano cercando di imporre difficoltà economiche agli iracheni, quando l’intero scopo dell’impegno americano è stato quello di promuovere l’autosufficienza politica ed economica irachena.

L’Iran si appoggia all’Iraq per cercare di allentare la pressione economica a cui è sottoposta dopo le sanzioni statunitensi e ora entrambi i Paesi sono diventati sempre più dipendenti l’uno dall’altro. Dal 2018 Bagdad è una delle principali destinazioni di esportazione per le merci iraniane e il commercio tra i due vale 12 miliardi di dollari l’anno. Queste misure potrebbero aver trasformato l’Iraq in linfa economica dell’Iran? 

I responsabili politici americani, anche quelli più critici del regime iraniano, riconoscono che il commercio tra i paesi vicini è un fenomeno naturale. Non abbiamo la capacità di interrompere il normale commercio di beni e servizi. Tuttavia, gli Stati Uniti hanno assunto la posizione secondo cui le maggiori compagnie straniere che cercano di fare affari con l’economia americana non avranno questo privilegio se supportano anche il regime di Teheran attraverso le loro attività commerciali. I dettagli sono precisati nei regolamenti sulle sanzioni statunitensi. Il governo americano si è adoperato per evitare di danneggiare gli interessi dell’Iraq mentre svolgeva la sua campagna di “massima pressione” rivolta al regime in Iran. Un fattore che può aiutare il popolo iracheno riguarda i media, e i governi dovrebbero pubblicizzare informazioni sulle azioni dell’Iran che minano gli interessi della nazione.

In Iraq il malcontento della popolazione è cresciuto, alimentato dalla disoccupazione e dalla corruzione ormai endemica. La presenza americana nel Paese potrebbe intervenire anche su questo? O è una battaglia persa?

Dovremmo tutti sostenere gli sforzi in Iraq per garantire che il governo e le autorità locali, compresa la polizia, agiscano a beneficio della popolazione e non abusino delle loro posizioni in modo corrotto.

La crisi innescata dal coronavirus ha aggravato la situazione economica iraniana. Tehran ha preso in prestito 5 miliardi dall’Fmi, ma in quella sede gli Stati Uniti hanno un peso decisivo e per il momento pare non abbiano intenzione di arrendersi alle politiche di restrizione. Pensa possano cambiare idea?

Non prevedo che gli Stati Uniti rimuoveranno le loro obiezioni sul prestito, ma il motivo è importante. Gli esperti di Washington hanno sottolineato che l’Iran ha accesso a 2,5 miliardi di credito dall’Fmi, su cui non può essere posto il veto da nessun altro governo. Invece di utilizzare tranquillamente questa linea di credito, Teheran ha creato ciò che gli esperti statunitensi considerano una crisi artificiale, un vero dramma pubblico in cui la Repubblica Islamica si considera la vittima. Gli Usa hanno recentemente chiarito le procedure necessarie per il commercio di prodotti sanitari e umanitari in Iran, per rassicurare le banche e le società sul fatto che non violerebbero le sanzioni se fornissero al Paese beni di cui le persone hanno un disperato bisogno. L’amministrazione Trump ha offerto assistenza bilaterale sin dall’inizio di questa pandemia ma Teheran ha rifiutato. Come ha affermato il Segretario di Stato Mike Pompeo qualche giorno fa, l’offerta è ancora valida. Pertanto,  non ci si dovrebbe concentrare sul prestito proposto. I leader clericali hanno miliardi di dollari nelle loro fondazioni religiose e stanno negando il sostegno alla popolazione. Stanno anche gravemente sottostimando il numero di persone infette o uccise dal coronavirus. Tutte queste azioni sono un modo per mettere la sopravvivenza politica del regime davanti ai bisogni del popolo iraniano.

Secondo Al Arabiya, la Siria e l’Iran hanno bloccato l’adozione di una risoluzione proposta dall’Arabia Saudita alle Nazioni Unite per contrastare globalmente la pandemia di coronavirus. E un’altra bozza proposta dalla Russia per il Covid-19 è stata bloccata anche dai Paesi europei e dagli Stati Uniti. Cosa ne pensa di questa decisione?

È difficile analizzare tali domande durante un’emergenza senza precedenti come questa pandemia. Ogni paese subisce una pressione politica estrema da parte dei propri cittadini, quando l’emergenza sanitaria raggiunge per la prima volta le proporzioni di crisi. Si fanno speculazioni sul fatto che questa pandemia porterà a un maggiore slancio internazionale per risolvere i conflitti in Siria, Libia, Yemen e altrove e per cooperare più prontamente su questioni globali. Nel tempo, tali impulsi possono effettivamente diventare significativi e avere un impatto sulle politiche di vari governi. In questo momento, tuttavia, sembra che alcuni governi stiano cercando di far avanzare non le aspirazioni globali, ma i loro programmi. Qui si può certamente citare l’Iran, come già osservato, ma anche la Russia, che per anni ha cercato di ottenere la revoca delle sanzioni pur consolidando la sua invasione e occupazione illegali della Crimea e dell’Ucraina orientale. Fare concessioni agli egemoni ostili sotto la pressione di questa crisi non porterebbe a un ordine internazionale più stabile, sicuro e prospero.

L’Iran ha lanciato in orbita il suo primo satellite militare. Una mossa indigesta a Stati Uniti e Francia.

Il Segretario di Stato americano ha anche sottolineato che questo lancio ha caratteristiche militari e viola non solo i divieti delle Nazioni Unite, ma pone una minaccia futura per la comunità internazionale e forse per la delicata architettura delle comunicazioni nello spazio, su cui il mondo ora fa affidamento. Le questioni qui non sono nuove: l’Iran continua a cercare l’approvazione internazionale attraverso la sua attività diplomatica guidata dal presidente Rouhani e dal ministro degli Esteri Zarif, eppure praticamente tutte le azioni del regime continuano ad aggirare gli interessi del popolo iraniano, che viene brutalmente messo a tacere e represso, mentre commette un’aggressione illegale contro i popoli vicini. È difficile vedere uno scenario in cui la natura di questo regime illegale e pericoloso verrà riformata dopo quattro decenni di tale condotta.

Amnesty denuncia violazioni dei diritti umani nel Paese degli  ayatollah. Sempre nel rispetto di uno Stato sovrano, quali misure potrebbe adottare l’Occidente per porre fine alle violazioni denunciate?

Questo problema, più che l’aggressione dell’Iran contro i suoi vicini e la sponsorizzazione di attività terroristiche in tutto il mondo, espone il regime di Teheran a conseguenze potenzialmente rivoluzionarie. Con questo intendo dire che molti governi hanno condotto guerre e terrorismo, proliferato minacce nucleari e armato attori non statali. Per quanto brutte siano state queste azioni, hanno subito poche conseguenze se non i costi del conflitto e la condanna internazionale. I diritti umani sono accolti come il fondamento di base della giustizia. Dal tempo dei processi di Norimberga successivi alla seconda guerra mondiale, i leader militari e civili direttamente responsabili di gravi violazioni, compresi i crimini contro l’umanità e il genocidio, sono stati soggetti alla responsabilità obbligatoria a livello internazionale. Questa è l’area della responsabilità che attende molte persone in posizioni elevate in Iran. I leader passati e presenti della magistratura iraniana hanno prestato servizio in tre giurie che hanno mandato a morte 30.000 prigionieri politici nell’estate e nell’autunno del 1988 – un crimine contro l’umanità per il quale sono continuate a emergere prove conclusive. L’approccio più produttivo dei governi nel frenare l’aggressione seriale di Teheran, sarebbe quello di organizzare uno sforzo multilaterale per documentare gli abusi dei diritti umani delle singole figure del regime ancora in vita. I sopravvissuti e le prove sono prontamente disponibili per essere adeguatamente esaminate da esperti. Questo scenario – responsabilità globale dei leader iraniani per i loro ruoli personali sui fatti del 1979 – è quasi certamente più temuto dal regime clericale di qualsiasi altra minaccia esterna sanzionatoria o militare. Spiega perché l’Iran ha compiuto uno sforzo enorme per influenzare i media e i commentatori esperti in Occidente. Non appena i media occidentali cesseranno di autocensurarsi per paura di perdere l’accesso all’Iran, i dettagli delle violazioni dei diritti umani, credo, sorprenderanno e addirittura scioccheranno il mondo.

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

  • Ferdinando Zuppiroli
    30 Aprile 2020 at 19 h 51 min

    Meaningful !

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