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Emergenza Coronavirus, salvate il “soldato” XI

Quali conseguenze avrà la crisi del Coronavirus sulla politica cinese? A questa domanda prova a rispondere lo studio “Nuovo Coronavirus: implicazioni politiche ed economiche” realizzato dalla Fondazione Italia Cina.

Gli aspetti principali finiti sotto i riflettori sono tre: le ormai consuete tensioni tra Governo centrale ed amministrazioni periferiche, il rapporto tra leader e guida collegiale ed i rapporti tra il Presidente della Repubblica Xi Jinping ed il Primo ministro Li Keqiang. “Difficile escludere che a crisi finita alcune di queste linee di confronto possano aver mutato i propri pesi interni” arriva a concludere lo studio condotto dal Centro studi diretto da Filippo Fasulo.

Li Keqiang, Primo Ministro cinese

Andiamo con ordine. E partiamo da un tema ormai “storico” della politica cinese: i contrasti fra autorità periferiche e potere centrale. Di questa crisi filtrano numerose inefficienze attribuibili agli amministratori regionali. Nonostante la comunicazione dei primi casi d’infezione risalisse al 30 dicembre, fino al 18 gennaio sono state consentite a Wuhan (epicentro della pandemia) manifestazioni pubbliche per il Capodanno, inoltre sarebbero riferibili agli amministratori regionali i ritardi per il riconoscimento dell’emergenza dopo ben 3 settimane dalla comunicazione delle prime infezioni all’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). “La parvente inefficienza locale – si legge nello studio – è molto importante perché consente di alleviare la pressione sui vertici centrali, in particolare sul Presidente Xi Jinping che negli ultimi anni ha rafforzato il proprio potere a dispetto di un processo decisionale più collegiale. In questa circostanza, tuttavia, la televisione di stato cinese ha mostrato come sia stato il Comitato permanente del Politburo collettivamente ad assumere le decisioni”. Insomma, un modo per escludere il numero uno della Repubblica Popolare Cinese da ogni responsabilità su questa emergenza planetaria? Gli indizi che vanno in questa direzione sono più d’uno.

Sotto la lente d’ingrandimento c’è anche il rapporto tra il presidente Xi Jinping ed il primo ministro Li Keqiang. Quest’ultimo è stato messo a capo della gestione della crisi, una sorta di commissario come si direbbe in Italia. L’attribuzione di questo incarico, secondo alcuni osservatori, sarebbe un “tentativo di trovare qualcuno a cui attribuire le colpe di un eventuale fallimento nella gestione ottimale della crisi”. Salvate il “soldato” Xi, potrebbe essere questo, in buona sintesi, l’obiettivo della classe dirigente cinese. Il tutto usando come “parafulmine” Li Keqiang. Un’ipotesi avvalorata anche dai precedenti che riguardano l’attuale primo ministro. Avrebbe infatti dovuto fare da contraltare al presidente Xi Jinping, ricalcando il meccanismo di leadership duale del decennio 2002 – 2012 con Hu Jintao (segretario del Partito e Presidente della Repubblica) e Wen Jiabao (Primo ministro). Non è andata in questo modo. Li Keqiang venne messo in secondo piano e nel 2018 alcuni osservatori ipotizzarono addirittura la sua sostituzione.

“Nella valutazione degli effetti politici della crisi – conclude lo studio della Fondazione Italia Cina, presieduta da Alberto Bombassei, patron di Brembo – è utile considerare che ci troviamo in una fase di transizione di un sistema che, fino al 2012, aveva trovato un equilibrio tra l’uomo forte e un meccanismo decisionale collegiale. Quest’ultimo è stato messo in discussione da Xi Jinping con azioni di accentramento politico e con l’indicazione del suo nome nello statuto del partito secondo una formulazione precedentemente adottata soltanto per Mao”.

Come si concluderà questa emergenza è impossibile prevederlo. Solo con il tempo capiremo se avrà portato ad un modello ancora più autocratico oppure ad un progressivo ritorno ad un sistema più collegiale, visto negli anni passati. Di certo i sommovimenti politici della superpotenza cinese interessano, e non poco, le imprese italiane che fanno affari con l’oriente.

Sono 13 miliardi di euro le esportazioni italiane verso la Cina, inoltre nella Greater China (che include Hong Kong) operano circa 2000 imprese partecipate da aziende italiane, a queste si sommano le oltre 600 imprese che operano in territorio italiano partecipate da investitori cinesi (Fonte, dichiarazione Congiunta Camera di Commercio Italo Cinese e Fondazione Italia Cina).

Comunque andrà a finire, le conseguenze di questa crisi (prima di tutto sanitaria ma inevitabilmente anche politica), riguarderanno in un modo o nell’altro anche la nostra economia e gli interessi del sistema Italia.

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Essebì, 37 anni, maturità classica, giornalista dal 2005 e professionista dal 2011. Amante del buon vino piemontese (in particolare monferrino) e dei sigari cubani. Scrive di politica nazionale ed internazionale, economia e sport. Segue con attenzione l’evoluzione della società. Unico difetto: malato di Juventus.

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