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Coronavirus, ok garantire i servizi essenziali ma alcuni mettono ancora il profitto davanti alla salute dei lavoratori

Pare non essere bastato a tutti i datori di lavoro il nuovo giro di vite compiuto dal Governo con la chiusura di diverse attività commerciali come bar, ristoranti, centri estetici, parrucchieri, negozi in tutto il Paese. Non è stata sufficiente neppure la certificazione da parte dell’Oms come pandemia dell’emergenza coronavirus. E neppure il macabro aggiornamento dei morti che viene comunicato quotidianamente da parte della protezione civile per mettere da parte la sete di lucro da parte di alcune aziende che forniscono servizi essenziali. Proprio dietro a questa definizione si nascondono ancora oggi alcuni datori per continuare a fare profitto invece di difendere i propri lavoratori, oltreché salvaguardare le prestazioni veramente indispensabili.

Oggi i segretari generali di Fabi – First Cisl – Fisac Cgil – Uilca – Unisin del sistema banche hanno preso carta e penna e hanno scritto al presidente Antonio Patuelli e per conoscenza a tutte le banche associate ABI, a Federcasse e al presidente dell’Agenzia delle Entrate-Riscossioni per denunciare:

come del tutto inaccettabile e irresponsabile il persistere di continue richieste alle lavoratrici e ai lavoratori di perseguire obiettivi di carattere commerciali, con pressioni fuori da qualsiasi logica rispetto alla gravità della situazione e all’emergenza che sta attraversando il Paese. Non siamo più disposti a tollerare alcun episodio di tale natura e valuteremo qualsiasi azione conseguente nei confronti dei casi che ci saranno segnalati.

Sono soprattutto le banche più piccole a non rispettare quel senso di responsabilità che dovrebbe informare qualsiasi datore di lavoro nell’attuale situazione. Arrivano denunce che in Emilia Romagna, Veneto e Lombardia e in altre regioni alcune banche di credito cooperativo continuino a non applicare gli standard minimi di sicurezza. Passano le settimane e non sono ancora stati installati i vetri di plexiglass per proteggere gli operatori di cassa e quelli agli sportelli, non sono state fornite mascherine ai lavoratori, alcuni direttori fanno entrare più persone senza triade e si tarda nel riconoscere permessi e congedi parentali. Si tratta di una situazione insostenibile, ancor di più se si pensa a telefonate fatte ai lavoratori per chiedere come mai non abbiano raggiunto gli obiettivi prefissati per adesioni ai contratti assicurativi o di luce-gas.

Siamo alla pandemia sì, di irresponsabilità. A questo si aggiunge che alcune banche continuano a non limitare gli orari. Anche su questo punto i sindacati hanno denunciato al ministro la situazione insostenibile:

Chiediamo pertanto che sia contenuto in modo sistematico lo spostamento dei dipendenti e la loro presenza in servizio con permessi retribuiti ulteriori rispetto a quelli contrattualmente previsti, che siano ridotte le aperture degli sportelli in termini territoriali e di orario, in modo compatibile con lo svolgimento dei servizi essenziali, che siano sospese le attività che non rientrano in tale fattispecie e che tutto il personale sia dotato di mascherine a norma e di ogni altro presidio di prevenzione utile a salvaguardate la sua salute.

Viene spontaneo domandarsi quando questa pandemia riuscirà a far prevalere in tutti che la il diritto alla vita e alla salute viene prima di tutto e che il lavoratore non è un “servo” da sacrificare sull’altare del proprio lucro. Non tutto il sistema bancario si sta comportando in questo modo ma alcuni sì e questa lettera è una denuncia che pesa come un macigno sulla coscienza di chi continua a non comprendere la gravità del momento, o peggio ci gioca sopra. Una banca emiliana in una lunga email ai dipendenti dove dice che si sta attrezzando, come se l’emergenza fosse iniziata ieri, e dove chiede di continuare a contattare i clienti per vendere prodotti, vista la contingenza del momento, arriva a mettere nero su bianco:

…continuate l’offerta allo sportello dei prodotti assicurativi, credito e altri prodotti di vario tipo volti ad offrire al cliente.

Siamo veramente al teatro dell’assurdo ma d’altra parte fatti come questi non dovrebbero stupire. Pochi giorni fa un direttore del personale di una nota azienda di servizi partecipata di uno dei Comuni più Grandi del Torinese e che gestisce farmacie ha scritto nel Gruppo Facebook Farmacisti colleghi confrontiamoci:

“Io non le faccio mettere (le mascherine n.d.r.) ai miei garzoni di bottega, spaventano i clienti”.

Siamo alla mancanza di qualsiasi scrupolo, alla faccia di anni di lotte per assicurare i diritti dei lavoratori. C’è ancora molta strada da fare al riguardo e il coronavirus sta evidenziando tutte le pecche dell’umanità: che è composta di persone speciali, capaci di sacrificare la propria vita per gli altri, e altre che invece sono pronte a sacrificare l’esistenza dei propri sottoposti pur di mettersi in tasca un euro in più.

Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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