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Continuano le provocazioni di Erdogan e della Turchia nel silenzio occidentale

Proseguono le provocazioni del presidente turco Recep Tayyip Erdogan nei confronti dell’Occidente. La Turchia ha infatti comunicato con un nuovo avviso ai naviganti (Navtex) l’estensione fino al 23 novembre delle operazioni della nave Oruc Reis. L’imbarcazione proseguirà quindi le controverse ricerche di idrocarburi nel Mediterraneo orientale oggetto di pesanti ripercussioni diplomatiche ormai da mesi con la Grecia, Cipro e altri paesi del Mediterraneo. A nessuno può sfuggire che l’estensione delle attività della Oruc Reis nelle acque del Mediterraneo orientale avviene in concomitanza con la visita ad Atene del presidente egiziano, Abdel Fatah al Sisi, che la Turchia vede come un rivale.

La Grecia ieri, appresa la notizia, è tornata a condannare la condotta turca. Il ministro della Difesa greco Nikos Panagiotopoulos, parlando in conferenza stampa a Nicosia al termine dell’incontro trilaterale con i suoi omologhi di Cipro, Charalambos Petrides e Israele, Benny Gantz, ha definito le operazioni marittime di Ankara come “azioni illegali, provocatorie e unilaterali. Palesi violazioni del diritto internazionale e dei buoni rapporti di vicinato” tanto da minare “la stabilità regionale e la pace nel Mediterraneo orientale“. E infatti tra le questioni discusse durante la riunione dei ministri della Difesa di Cipro, Grecia e Israele, è stato imbastito un accordo di collaborazione nelle esercitazioni militari, la formazione, lo scambio di informazioni, la sicurezza navale e quella informatica. Sintomo di una escalation di tensione nell’area che rischia di sfociare in un possibile, seppure improbabile, scontro militare.

I venti di guerra provenienti dal Mediterraneo arrivano come una doccia fredda per il ministro degli Esteri italiano Luigi di Maio che aveva colto l’occasione dei colloqui in corso con il Segretario di Stato britannico per gli Affari Esteri, il Commonwealth e lo Sviluppo, Dominic Raab, e con la Segretaria di Stato al Commercio Internazionale, Elizabeth Truss per rimarcare il suo ruolo per una de-escalation delle attuali tensioni nel Mediterraneo a cui auspicava debba accompagnarsi un negoziato per risolvere alla radice le cause delle tensioni in atto, in particolare un riavvio delle discussioni sulle delimitazioni marittime tra Turchia e Grecia e dalla ripresa del dialogo per una soluzione della questione cipriota. Da tempo si è compreso che l’Italia ha una posizione troppo accondiscendete con Ankara. Lo si è evinto chiaramente quando pur condannando gli attacchi pronunciati da Erdogan al presidente Macron, Di Maio ha però subito precisato che Ankara “rimane comunque un partner strategico e un alleato in ambito Nato, oltre che un interlocutore ineludibile su alcuni dossier per noi prioritari quali la Libia, le migrazioni e le politiche energetiche. Per questo, rimango convinto che sia nostro interesse comune mantenere un dialogo esigente ma costruttivo con Ankara, di certo molto più vantaggioso per tutti rispetto allo scontro, che crea solo instabilità, finendo per danneggiare tutti“. Non è un caso che oggi sia arrivato l’ennesimo nulla di fatto per l’approvazione di una risoluzione sulla crisi nella regione del Nagorno Karabakh. Ieri infatti in commissione Esteri della Camera i gruppi parlamentari non avevano raggiunto una intesa unanime sul testo. Lo stallo persiste anche con la risoluzione (la n. 7-00575) presentata da Piero Fassino per il Partito Democratico che però non ha convinto le opposizioni e in particolare Andrea Delmastro Delle Vedove (Fdi), firmatario di un’altra risoluzione (la n. 7-00556) che è stata bocciata. A non convincere il deputato di Fratelli d’Italia è che non le forze di maggioranza non vogliano inserire nel testo della risoluzione un inciso che affermi come ogni tentativo di pacificazione nella regione del Nagorno Karabakh non può prescindere da una ferma condanna dell’intromissione della Turchia. Ancora una volta ecco esplicitata la sudditanza delle forze giallorosse nei confronti della Turchia.

E pensare che è proprio di queste ore la notizia che due mercenari siriani sarebbero stati catturati lo scorso 2 novembre dalle forze dell’esercito di difesa dell’autoproclamata repubblica del Nagorno-Karabakh. Se la notizia trovasse conferma, si tratterebbe dei primi due mercenari a essere stati catturati dopo oltre un mese di combattimenti e smentirebbe quanto la Turchia e l’Azerbaigian, che più volte avevano affermato come non vi fossero militanti jihadisti provenienti da Siria e Libia nella regione. Secondo quanto affermato dal ministero della Difesa armeno: i due uomini – Yousef Alabed Alhajji, 28 anni, e Muhrab Muhammad Al-Shkheir, 45 anni – avrebbero confessato che provenivano dalle province di Idlib e Hama, in Siria, dove erano stati reclutati sulla base della promessa di un compenso mensile di 2 mila dollari. Secondo le loro testimonianze, dopo il reclutamento avrebbero attraversato il confine con la Turchia, pur non avendo documenti d’identità, e sarebbero saliti a bordo di un aereo civile con la bandiera dell’Azerbaigian. L’Agenzia Nova riporta come “Le autorità sapevano chi eravamo e non hanno chiesto i nostri documenti di identità”, secondo quanto testimoniato da Al Shkheir riferendosi alla polizia turca e agli ufficiali militari azerbaigiani che ha incontrato durante il viaggio. Le testimonianze di entrambi i detenuti certamente devono ancora essere verificate da organismi indipendenti, però per lo meno dovrebbero spingere alla cautela nel scrivere risoluzioni che hanno un impatto su civili e territori sovrani. Ancora di più se si pensa che Ankara, per bocca del portavoce del ministro degli Esteri, Hami Aksoy, è arrivato a smentire anche le notizie diffuse lo scorso 11 novembre dall’ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite (Ohchr), non da una parte in causa come l’Armenia, secondo i quali l’Azerbaigian, con l’aiuto della Turchia, si sarebbe affidato a combattenti siriani per combattere nel Nagorno-Karabakh definendole come “false” e infondate. D’altra parte a testimonianza che le operazioni in atto in Nagorno siano vissute dalla popolazione come una vera e propria invasione sono avvalorate dalla notizia riportata dalla testata americana Radio Liberty, secondo cui sarebbe in atto un vero e proprio esodo di armeni che si starebbero spostando lungo la strada che passa da Kalbacar attraverso un corridoio prima controllato dall’Armenia e adesso dall’Azerbaigian. 

D’altra parte è veramente complicato pensare di mediare con il presidente turco Erdogan che in occasione delle commemorazioni per l’82/mo anniversario della morte del fondatore della Repubblica turca, Mustafa Kemal Ataturk, ha commentato le tensioni internazionali intorno al suo operato con parole di fuoco degne di un nuovo sultano impegnato in una politica imperialista. “Oggi la Turchia è così assediata perchè ha ripreso la sua lotta per l’indipendenza, come un secolo fa. E’ combattendo la tutela di chi si crede padrone di questo Stato, ossia degli schiavi dell’Occidente, che abbiamo permesso al nostro Paese di ottenere risultati a livello mondiale“.

Anche l’accordo di pace tra Armenia e Azerbaigian grazie alla intermediazione della Russia è messo a dura prova dalle interferenze e provocazioni turche e pare traballare. Appena concluso l’accorso il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha tuonato “Se l’Armenia violerà la tregua, ne pagherà il prezzo. O lasciano il territorio volontariamente, o l’eroico esercito azero se lo riprenderà come ha fatto finora. Non c’è altra scelta. Il Gruppo di Minsk (struttura di lavoro creata dall’Osce per cercare una soluzione al conflitto guidata da Usa, Francia e Russia N.d.R.) deve trarre una lezione, soprattutto la Francia. Le sue dichiarazioni continuano a essere di parte anche dopo il cessate il fuoco“. Un attacco pesantissimo che non è stato per nulla apprezzato dalle parti di Mosca che ha immediatamente chiarito che sul campo – nell’area contesa tra Azerbaigian e Armenia – saranno dispiegati solo peacekeeper russi mentre i militari turchi stazioneranno nel centro operativo di monitoraggio, istituito ad hoc in territorio azero. Dmitrij Peskov portavoce del Cremlino ha infatti chiarito “Forse c’è qualche malinteso. La nostra comprensione è che le truppe russe fungono da peacekeeper e sono dispiegate sulla linea di contatto, mentre l’interazione con le truppe turche avviene attraverso un centro di monitoraggio in Azerbaigian“. Mosca ha poi anche chiarito come non vi sia alcun piano che prevede l’espansione del numero dei copresidenti del Gruppo di Minsk dell’Osce, l’organismo di mediazione del conflitto del Nagorno-Karabakh. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha tacitato qualsiasi tentativo di intromissione da parte di Ankara “La Turchia non verrà aggiunta come co-presidente del gruppo. Il Gruppo di Minsk proseguirà nella sua configurazione attuale: è composto da una decina di Paesi che includono anche la Turchia. Non ci sono piani per espandere la ‘troika’ dei copresidenti che sono attualmente Russia, Stati Uniti e Francia“.

Intanto la nave da trivellazione turca Kanuni ha preso il largo oggi da Istanbul per raggiungere Mar Nero, dove verrà revisionata presso il porto di Filyos prima di cominciare le proprie attività presso il grande giacimento di gas naturale di Sakarya, scoperto lo scorso agosto. La nave Kanuni segue l’imbarcazione Fatih, partita lo scorso 29 maggio, che ha scoperto l’enorme giacimento di gas nella cosiddetta zona Tuna-1 abbastanza grande da poter rispondere alla domanda interna per vent’anni . Secondo Donmez: “Le riserve scoperte nel pozzo di Tuna-1 sono state successivamente riviste a 405 miliardi di metri cubi e con ciò abbiamo terminato la nostra prima trivellazione a Tuna-1“. Riguardo alle esplorazioni turche nel Mediterraneo orientale, la nave Yavuz avrebbe terminato le proprie operazioni alla profondità di 6.000 metri nel pozzo di Selcuklu-1, dove sono stati ottenuti “risultati promettenti“. Secondo il ministro dell’Energia nuove esplorazioni. Nella zona sono operative anche le navi da ricerca Oruc Reis e Barbaros Hayreddin: la prima ha raccolto dati bidimensionali nella località Demre-1, al largo di Antalya, in un’are di 6.822 chilometri quadrati, mentre la seconda ha raccolto dati relativi a un’area di circa 195.525 chilometri quadrati.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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