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Cama: “Nuova Guerra Fredda? Su scontri USA/UE contro Cina e Russia troppa enfasi”

Di fronte al crescere delle tensioni tra attori geopolitici internazionali, con cancellazione di accordi internazionali, rinnovo di sanzioni ed embarghi in piena pandemia, scambio di reciproche accuse, come StrumentiPolitici.it abbiamo deciso di interpellare il professor Giampiero Cama, docente di Relazioni Internazionali per l’Università di Genova, per chiedergli se è possibile – come fatto da numerosi media – una rinnovata guerra fredda che veda come protagonisti USA, Unione Europea, Russia e Cina.

Infografica – La Biografia dell’intervistato Giampiero Cama

– Esiste effettivamente una situazione che potremmo definire di “guerra fredda” tra queste potenze come affermano con enfasi numerosi media?  

– Parlare di “guerra fredda” è fuorviante, perché è un’espressione che andrebbe lasciata al confronto bipolare America/URSS che vi fu nella seconda metà del XX secolo. Nel contesto attuale agiscono i due soggetti sicuramente più forti a livello economico, ovvero Cina e Stati Uniti, ma contemporaneamente intervengono nel gioco altre pedine: pensiamo alla Russia, con una rilevanza geopolitica notevole, un territorio sterminato, armamenti atomici di primo livello, o all’Unione Europea, la quale tuttavia rappresenta ancora un’incognita perché manca di una vera identità politica e di una unità di difesa o militare, quindi per il momento “gioca di rimessa” mentre sono i singoli Stati membri a condurre una propria politica estera. La competizione tra Cina e USA sussisteva già ai tempi dell’amministrazione Obama, e ora sta aumentando anche a causa della posizione maggiormente assertiva della Cina sul piano internazionale, soprattutto nell’area del Pacifico, e delle sue mire espansionistiche per il momento soltanto economiche e commerciali che si esprimono con la Nuova Via della Seta. Il protagonismo e una certa aggressività del Dragone preoccupano l’America in particolare nel mare Cinese Orientale. Dunque vi è una crescente tensione e competizione tra i due giganti, ma ribadisco che non sono gli unici giocatori attivi sul campo: dopo la già menzionata Russia, che per motivi di capacità militare ed estensione territoriale avrà sempre assicurato un ruolo nello scacchiere internazionale, vorrei ricordare anche l’India, un Paese enorme ed estremamente popoloso che a differenza della Cina ha una tradizione democratica connessa al mondo britannico, e che ne è un competitore diretto quanto meno nel continente asiatico (si vedano le periodiche schermaglie ai confini). Un altro aspetto che differenzia il 2020 con la guerra fredda del Novecento è che nel secolo scorso si contrapponevano due blocchi pressocché isolati l’uno dall’altro, con pochissimi rapporti tra loro, molto debolmente interconnessi. Oggi invece Cina e Occidente sono interdipendenti economicamente e con delle fragilità reciproche: dunque punti di forza e di vulnerabilità degli antagonisti sono molto più complessi rispetto a quanto non fossero ai tempi della sfida prevalentemente militare e ideologica tra NATO e Patto di Varsavia. La competizione del XXI secolo è inoltre tecnologica ed economica: il campo di battaglia si è allargato ai beni di consumi, all’intelligenza artificiale e così via. Ribadisco che oggigiorno i due fronti non sono composti da “blocchi” autonomi e chiusi, ma da diverse realtà interconnesse economicamente e finanziariamente, con una concorrenza allargata anche ad altri competitori che sono quasi alla pari coi due protagonisti: Russia, India e Stati europei (sia presi distintamente che come Unione). Dunque, il paragone con la guerra fredda è suggestivo ma improprio, perchè il quadro generale è molto più articolato rispetto al secondo dopoguerra.

– L’aumento della tensione potrebbe magari essere solo una questione di natura elettorale, legata alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti che focalizzano l’attenzione dei mass media verso questo tema?

– Nel Pacifico la competizione tra Cina e USA non dipende soltanto da Trump: lui sicuramente rincara la dose con la sua retorica e il suo stile comunicativo sopra le righe, ma la faccenda era sorta ben prima di lui, con la corsa agli armamenti e l’espansione economica cinese. La polemica anti-cinese di Trump serve certamente in chiave elettorale, per far “stringere i cittadini americani intorno alla bandiera”, ma – ripeto – la questione non è limitata agli ultimi 3 o 4 anni. L’escalation di concorrenza USA-Cina si sarebbe verificata con qualunque presidente.

– La politica della tensione tra USA e Cina quanto potrebbe esasperarsi, considerato anche che quest’ultima possiede quote del debito americano?

– Dal punto di vista del debito pubblico gli Stati Uniti sono vulnerabili tanto quanto la Cina, che non essendo un Paese perfettamente compiuto da un punto di vista economico ha bisogno dell’Occidente per le esportazioni e per altri processi commerciali. In base a quanto dicono vari economisti, la Cina rimane comunque più esposta rispetto agli USA: i danni che essa subirebbe da un’ipotetica chiusura reciproca degli scambi sarebbero peggiori in confronti a quelli patiti dall’America. Ricordiamo in questo senso che gli USA godono di un bacino di alleanze più ampio rispetto a Pechino, che permette di contare su un sostegno importante su molti livelli. Anche sul piano militare la Cina è comunque più debole. Trump conosce questi elementi di asimmetria e li sfrutta nel braccio di ferro planetario, minacciando sanzioni e cercando di contenere sotto tutti gli aspetti l’espansione del Dragone.

– E la Federazione Russa?

– La Russia in teoria dovrebbe temere di più la Cina, essendo il Paese con cui confina per migliaia di chilometri. Nel lungo periodo è la Cina a rappresentare una minaccia maggiore rispetto agli Stati Uniti. Sul piano tattico la Russia può smarcarsi e fare alleanze con la Cina su alcune questioni, ma dovrà comunque proseguire su una sua politica di bilanciamento tra le due potenze. Non sarebbe saggio per la Russia “appiattirsi” sull’ingrombante vicino, rendendolo così più forte. Peraltro, un aspetto che distingue la Cina dall’Unione Sovietica come antagonista degli USA è che essa è circondata da Paesi che la vedono come minaccia o competitore (Giappone, Corea del Sud, Australia, Vietnam), mentre l’URSS aveva intorno a sè quasi solo alleati militari, compagni di ideologia o Stati cuscinetto. Ciò potrebbe rappresentare un pericolo perché crea inquietudine nella Cina, la quale si sentirebbe circondata, con la voglia di liberarsi della cintura che la contiene e la strangola. Con il chiaro e lineare assetto bipolare USA-URSS, era più semplice valutare i rischi e trovare accordi; ora invece ogni mossa che la Cina decide di fare va a creare scompiglio in uno dei menzionati vicini e a catena su tutti gli altri: è diventato molto difficile calcolare i rischi e le opportunità generati da ogni mossa politica che il governo cinese o americano intende fare. Rispetto al mondo bipolare degli anni ’50 – ’80, le variabili di quello multipolare del 2020 sono molte di più e molto più complesse.

– Il COVID-19 potrebbe finire per avvicinare l’Europa alla Cina e alla Russia, specialmente se Trump venisse rieletto?

– Credo di no. Sono altri i terreni su cui si svolge il gioco delle alleanze. Ci sono molti gruppi di interesse che spingono per approfondire i legami economici con Russia e Cina e stringere accordi commerciali più ampi, ma credo che non si possano spingere oltre: gli interessi strategici fondamentali degli europei rimangono  comunque nell’ambito dell’alleanza con gli USA. Certo, Trump non è un fautore dell’Unione Europea, ma piuttosto ha utilizzato il divide et impera sugli Stati europei, e questo può aver avvicinato alcuni di essi verso l’Europa orientale e l’Asia; tuttavia le prospettive temporali degli Stati vanno ben oltre il secondo mandato di un presidente, dunque ritengo difficile che Trump riesca addirittura a disgregare l’Eurozona. Qualunque dissapore o difficoltà che si sia venuta a creare in questo quadriennio o che si potrebbe avere negli eventuali prossimi quattro anni non dovrebbe superare la soglia che porta al riallineamento strategico degli Stati europei verso Oriente. Comunque essi cercheranno di mantenere rapporti vantaggiosi con l’Asia a livello commerciale – si pensi nuovamente alla Nuova Via della Seta per l’Italia. La Cina è una tentazione molto grossa, che in confronto a ciò che era l’Unione Sovietica offre una gamma immensa di opportunità di investimento e di guadagno. Tuttavia qualunque accordo si giocherà sul filo di negoziati che avranno strascichi di polemiche e tensioni, ma senza mai arrivare al punto di rottura tra un Paese europeo e gli Stati Uniti. Al momento, tutti gli elementi mi suggeriscono questa visione.

– Potrebbe essere possibile allora una nuova Pratica di Mare?

– Vedo altamente improbabile quel tipo di cooperazione che si tentò di avviare nel 2002. Gli Stati Uniti non sono più i leader di un mondo unipolare e non sono nemmeno il faro dei rapporti multilaterali tra potenze diverse. Al di là degli attori in gioco, che come già detto sono di più rispetto a venti anni fa, oggi i nazionalismi sono molto maggiori ovunque: le politiche dei vari Paesi sono dirette alla difesa dei propri interessi più che a metterli in comune. Trump probabilmente ha soltanto accelerato questo processo, ma esso era già presente in embrione.

– Proprio in quest’ottica, come vede il minor protagonismo della NATO in Medio Oriente o in Libia, dove al momento Turchia e Russia si stanno sfidando con l’aiuto più o meno tacito dell’Egitto?

– È un effetto della focalizzazione degli Stati Uniti sull’area del Pacifico, che era iniziata ancor prima di Obama, a cui è conseguito un relativo disimpegno dal Mediterraneo e dal Medio Oriente. Si è così creato lo spazio per l’iniziativa di potenze globali come Russia e Cina e potenze regionali come la Turchia, il cui protagonismo potrà solo aumentare per cercare una maggiore penetrazione politica in vari Paesi come Libia o Siria. In politica il “vuoto” non esiste, perciò nel breve e medio periodo l’attivismo di queste altre potenze continuerà senz’altro con l’obiettivo di assicurarsi posizioni di vantaggi nelle aree considerata. La Turchia, poi, è un caso addirittura clamoroso di tentativo di riempire spazi o crearsene di nuovi.

– Il petrolio c’entra qualcosa col disimpegno statunitense dal Medio Oriente?

– C’entra sicuramente nella misura in cui gli USA stanno cercando di sfruttare il loro shale gas o altre energie rinnovabili oppure hanno individuato fonti energetiche in  luoghi diversi del pianeta. Non dimentichiamo comunque che questo disimpegno resta relativo, perchè nessuno ha dimenticato l’alleanza con l’Arabia Saudita, che si è invece persino rinsaldata in chiave anti-iraniana negli anni di Trump. 

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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