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Blocco dei social: censura, incidente di percorso o strategia di divisione?

In questo caldissimo inizio di 2021, sempre più pagine e account italiani si sono ritrovati oscurati o bloccati. E non parliamo soltanto di semplici utenti, magari sprovveduti e superficiali nella ricondivisione di contenuti “pericolosi”, ma di politici e di giornalisti. Controllo preventivo? Intimidazione? Casualità degli algoritmi? Si possono fare molte ipotesi, ma teniamo a mente la famosa frase attribuita ad Andreotti: a pensar male si fa peccato, ma spesso si azzecca.

Il caso più eclatante è stato quello del 14 gennaio. YouTube ha imposto il blocco di una settimana sui video di ByoBlu. Il canale di Claudio Messora non è nuovo a tali oscuramenti, ma ormai non può essere banalmente accusato di complottismo o di altri “peccati” moderni, considerati tali dal pubblico di fini intellettuali intolleranti verso chi sconfina in terreni non abbastanza ufficiali per i loro gusti. ByoBlu non è un videoblog improvvisato, ma una testata giornalistica regolarmente registrata in tribunale, che ha intervistato personaggi di alta caratura. Facciamo qualche esempio recente: Alessandro Barbero, docente universitario di Storia e conferenziere gettonatissimo, che ha lavorato per la Rai e per Piero Angela (quindi nell’ambito della “versione ufficiale” più rigorosa); Ugo Mattei, professore di Diritto Civile all’Università di Torino e giurista di fama internazionale; Carlo Cottarelli, economista, incaricato nel 2018 da Matterella di formare il governo; Alberto Bagnai, professore universitario di Economista e Senatore della Repubblica. Ma nonostante tutto ciò, basta poco per essere criminalizzati: è stato sufficiente riprendere un articolo di Peter Doshi, professore universitario americano e giornalista per il British Medical Journal, il quale ha sollevato dei dubbi sull’effettiva efficacia del vaccino Pfizer. Attenzione, non ne ha negato l’efficacia, ma ha chiesto l’accesso ai dati grezzi esprimendo qualche perplessità. Apriti cielo. Nemmeno gli specialisti oggi possono dire che forse il vaccino è un po’ meno fantastico di quanto venga megafonato dai media ufficiali, perché scatta subito non solo la mannaia di YouTube, ma anche la macchina del fango dei sedicenti “cacciatori di bufale”, i quali più che altro vanno a caccia di articoli contrari alla versione ufficiale, e poco importa se questa opinione ha un fondamento o viene espressa da una voce autorevole: devono screditarla, magari in maniera subdola, ma devono fare in modo che venga tacciata come disinformazione. Qualche giorno prima, Twitter aveva bloccato l’account di una testata giornalistica cartacea e diretta da un decano del giornalismo italiano (che piaccia o meno): il quotidiano Libero di Vittorio Feltri. L’11 gennaio l’account era stato “temporaneamente limitato”. Il motivo? Si trattava di aver eseguito delle “attività sospette”. Ma che cosa sono? Non è dato sapere. I social hanno sempre un ampio margine di interpretazione delle loro regole di funzionamento. Come molti alfieri del sistema si sono affrettati a spiegare, i social sono aziende private, quindi possono fare ciò che vogliono. Bella giustificazione! Formalmente ineccepibile, ma nella sostanza è totalmente assurda se applicata a testate giornalistiche di livello nazionale. Comunque, “Libero” può essere talvolta etichettato come “di destra”, e tanto basta all’intellighenzia italiota per sorvolare su questo spiacevole incidente…

Ma non si sono levate troppe voce solidali a gridare allo scandalo nemmeno per il “compagno” Marco Rizzo. Al segretario del Partito Comunista italiano Facebook ha sospeso l’account per 30 giorni e parzialmente oscurato i contenuti della pagina personale, oltre ad aver rimosso un post. Il motivo scatenante sembra essere stato un suo commento di critica verso gli USA dopo l’assalto al Campidoglio, messo a confronto con le sommosse di piazza e il cambio di regime in Ucraina nel 2014. Rizzo ha poi rimesso il post, ma privo di fotografie, su consiglio del suo avvocato. Sempre a sinistra, ecco che anche Il Manifesto ha assaggiato l’insensatezza del comportamento dei giganti digitali. Chissà che non ne traggano delle conclusioni logiche, anche se l’episodio sembra ascrivibile semplicemente al funzionamento “cieco” degli algoritimi. Il 13 gennaio,subito dopo l’apertura della campagna abbonamenti, l’app del Manifesto è sparita dal Google Play Store. La redazione del Manifesto ha dovuto dimostrare di essere davvero una app di news, di produrre contenuti originali scritti da giornalisti, di aver un sito web, di rispettare la privacy e persino di non fare refusi. Insomma, anni di giornalismo a livello nazionale non bastano per avere tutte le carte in regola di fronte ai colossi sovranazionali.

Tornando a scrutare a destra, bisogna citare il caso – solo apparentemente marginale – di Elena Donazzan di Fratelli d’Italia, assessore all’Istruzione della regione Veneto. Intervistata dal popolare programma radiofonico “La Zanzara”, la colpa della Donazzan è stata cadere nella provocazione del conduttore Parenzo, che l’ha spinta a canticchiare “Faccetta Nera”, melodia conosciuta da tutti nonostante il contenuto passato di moda. Una leggerezza pagata con l’oscuramento dei suoi profili Facebook, Instagram e Twitter. L’episodio è in sé certamente criticabile da un punto di vista politico, e infatti il caso è stato discusso persino dal Consiglio regionale del Veneto, ma da un punto di vista legale l’assessore Donazzan non ha commesso alcun reato. Non è accettabile che compagnie private multinazionali blocchino discrezionalmente l’esposizione di un personaggio politico di rilievo regionale (e parliamo di una regione di oggettiva importanza quale il Veneto).

Ma è davvero censura o intimidazione? O invece non si tratta solo dell’algoritmo che va a selezionare le frasi potenzialmente pericolose e le blocca? Torniamo quindi al punto di partenza: chi programma l’algoritmo? La maggior parte delle volte, poi, c’è anche l’attività di una categoria umana che nella classifica dei detestati è al pari dei troll: i segnalatori. Coloro che segnalano ai controllori i post che incitano alla violenza, che seminano odio, che diffondono disinformazione… e una volta entrati nella lista nera delle segnalazioni, è difficile uscirne. Per pura coincidenza, spesso rientrano nelle definizioni di cui sopra le pagine social degli utenti privati che sollevano domande scomode, che usano parole sgradite al linguaggio arcobaleno e così via. Purtroppo gli utenti privati non fanno notizia: però fanno numero. Ed ecco che per ovviare all’ostacolo delle segnalazioni maligne, sempre più italiani sta cercando la sua nicchia sulle nuove piattaforme. Nuove solo perché poco frequentatate dagli intellettuali organici e dagli influencer, ma in realtà esistono già da anni. In primo luogo Vkontakte: basta la sua origine russa per screditarlo agli occhi di quelli che si informano sui media “indipendenti e autorevoli”. Sempre dalla Russia ecco Telegram, che ai primi di gennaio ha guadagnato 25 milioni di utenti in più. Il numero di utenti sbarcati su Signal, invece, non è stato diffuso ufficialmente. Ma si parla di circa 10 milioni in più https://www.punto-informatico.it/signal-intervista-ceo/ nella prima decade di gennaio, oltre ad essere al primo posto nella classifica di materiale scaricato da App Store di 40 Paesi e Play Store in altri 18. Il motivo della fuga verso nuovi servizi di messaggistica è stato anche l’aggiornamento dei termini di utilizzo da parte di Whatsapp e della sua politica della privacy. A prima vista, accettando le nuove clausole, l’utente formalizza il consenso a che i suoi vengano utilizzati dall’azienda a piacimento. In Italia comunque non sembra che il quadro cambi molto, nella sostanza: infatti grazie al regolamente europeo GPDR sui dati personali, non ci sarà un aumento della condivisione di dati tra società diverse né alcun genere di cambiamento significativo, come spiegato dall’avvocato Ernesto Belisario, esperto in diritto delle tecnologie, che aggiunge: alcuni dati già venivano condivisi tra WhatsApp e Facebook, come ad esempio la mail con cui gli utenti si registrano al servizio o le informazioni sul dispositivo da cui viene usata l’app. Però la frittata ormai è fatta. E se molti concordano nel dire che i grandi social hanno troppo potere, in Rete ha cominciato a circolare una nuova lettura di questi eventi: in qualche modo si è voluto spingere milioni di utenti verso altre piattaforme proprio per aumentare la polarizzazione delle opinioni e lo scontro delle visioni, per dividere ancora di più i cittadini e indebolirne il potenziale di protesta. Se un certo gruppo, unito dalla medesima visione anti-sistema, si sposta su un’altra piattaforma, non fa altro che chiudersi da solo in un nuovo recinto: così, tutti schedati ancor più facilmente e ben controllati.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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