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Birmania, Brighi: Etnie che si sono sempre guardate con diffidenza ora manifestano insieme. Difficile trovare soluzione

«Oggi trovare una soluzione è difficile perché la popolazione birmana non intende perdere la libertà conquistata. Etnie che si sono sempre guardate con diffidenze ora lavorano e manifestano insieme». Cecilia Brighi è segretaria generale dell’associazione Italia-Birmania insieme. Durante la Giornata delle forze armate birmane sperava arrivasse lo stop, o almeno una pausa dalle carneficine che si susseguono dal giorno del colpo di stato militare del 1 febbraio. Purtroppo, però, è stato invece il giorno più sanguinoso, con 110 vittime di cui sette minori, che hanno fatto superare i 500 morti dall’inizio degli scontri. «L’unica possibilità è che Nazioni Unite, Cina, Unione Europea e Asean lavorino insieme, si dia asilo ai maggiori responsabili e si riscriva la Costituzione».

Infografica – La biografia dell’intervistata Cecilia Brighi

Brighi, cosa sta succedendo in Birmania?

«È di nuovo un periodo molto buio, ma paradossalmente è anche un periodo di rinascita positiva, perché in questa situazione così pesante di violenza gratuita nei confronti della gente normale i birmani si sono uniti e hanno superato una serie di diffidenze al loro interno; soprattutto nel rapporto con le minoranze etniche. Questo è un fatto storico: il risultato della dittatura e di cinquant’anni di violenze e separazioni ha creato grandi divisioni sul piano culturale tra etnie e religioni. Oggi c’è una forte unità di azione, che ha fatto sì che tutti i gruppi lavorassero insieme al Comitato di rappresentanza del Parlamento e alle forze sociali per riscrivere la Costituzione in un’ottica democratica e federale».

Quando parla di divisioni si riferisce ai Rohingya?

«Anche. La campagna contro di loro ha portato alla nascita delle quattro leggi a tutela della razza e della religione. Ma negli ultimi due anni i militari sono stati violentissimi anche con i buddhisti, nel Rakhine, dove la popolazione non chiedeva nemmeno più il federalismo ma puntava all’autonomia. Oggi tutti ritengono che i militari abbiano fatto delle violazioni, hanno capito che quello che sta succedendo nelle grandi città è successo fino a ieri in tutti gli altri stati. C’è una nuova solidarietà che è fondamentale per il futuro di questo Paese».

Questo rende più semplice o più difficile trovare una soluzione?

«Più difficile, perché le violenze hanno fatto capire che non è più possibile tornare a prima del golpe, e qualsiasi tavolo di mediazione dovrà superare la situazione per cui i militari hanno il 25% dei seggi in parlamento e quindi impediscono il cambiamento della Costituzione; ma anche il fatto che abbiano il ministero degli Interni, della Difesa e dell’Integrità nazionale, motivo per cui hanno il controllo di quello che succede negli stati etnici. Questa situazione non è più ripetibile, quindi oggi è molto più complicato trovare una soluzione, perché sono le persone normali che nona accettano di tornare indietro».

Sono le persone «normali» a ribellarsi?

«Esatto. Le manifestazioni non si fermano, c’è una indisponibilità a tornare indietro. Tutti i dipendenti pubblici, che hanno diritto ad avere alloggi del governo, sono stati cacciati dalle loro case. Il ricatto è stato: o smetti di appoggiare il movimento democratico o noi ti sgomberiamo. Nessuno ha ceduto e sono stati sbattuti fuori da casa. L’opposizione non ha nessuna intenzione di fermarsi, ma non solo la classe politica o le organizzazioni dei sindacalisti full time, stiamo parlando della gente comune che perde un pezzo della propria identità e sopravvivenza, il salario e la casa insieme. Penso che anche i paesi asiatici stiano cominciando a capire quanto questa situazione interna abbia impatti sulla sicurezza di tutti i paesi dell’Asean. A gennaio la Malesya voleva rimandare in Birmania un migliaio di birmani clandestini e adesso ha deciso di sospendere questo trasferimento sine die. La Thailandia sta cominciando ad allestire campi profughi perché tutti i ricercati nelle città che hanno paura di essere arrestati si stanno riversando al confine sud».  

Ma lei come pensa si possa arrivare a un accordo?

«Io penso che ci dovrebbe essere un percorso internazionale coordinato dalle Nazioni Unite con Cina, Unione Europea e Asean che discuta sia con i militari che con i rappresentanti legittimi del Parlamento eletto, ma questa cosa si potrò fare se si arriva a una riduzione della tensione attraverso la liberazione dei detenuti politici. Sia la Russia che la Cina iniziano a capire di avere forti interessi sulla Birmania. Ma come si riusciranno a convincere i militari, francamente non si sa».

Ma secondo lei cosa li hai indotti al colpo di stato?

«I militari sapevano che Aung San Suu Kyi avrebbe cambiato una serie di leggi che fino ad oggi hanno agevolato e facilitato il mantenimento del potere dell’economia criminale attraverso le droghe. La Birmania è il primo produttore di metanfetamine al mondo, ma anche di oppio. Sia l’esercito che le milizie armate controllano questi traffici. Siccome sono uno Stato nello Stato sperano di diventare, forse, un’altra Corea del Nord. E probabilmente pensavano che la popolazione non avrebbe reagito: ma hanno fatto male i loro conti. La democratizzazione ha cambiato la vita soprattutto dei giovani, le persone hanno respirato un’aria diversa, hanno usato i social, vissuto la libertà di stampa. Nessuno vuole perdere questo pezzo di libertà. E grazie ai social organizzano forme di lotta creative, dalle donne che sfilano in abiti da sera alle contadine con cesti di frutta in test».

Perché i militari non si aspettavano questa reazione?

«Perché non hanno alcun rapporto con la società: questa è la loro forza e la loro debolezza. Hanno le loro scuole, accademie, ospedali, il loro sistema previdenziale. Anche loro oggi non sanno davvero come uscirne, perché devono salvare la faccia. Io penso che la soluzione migliore sarebbe che si arrivi a una sorta di asilo politico dei grandi responsabili, si volti pagina e si riscriva la Costituzione. Ma anche l’Unione europea deve essere meno timida e accelerare nelle sanzioni alle aziende».

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Giulia Ricci, nata a Rivoli in provincia di Torino il 17 Dicembre 1991. Diplomata al liceo classico Massimo D’Azeglio e laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Torino, inizia a scrivere per un piccolo giornale online nel 2012. Due anni dopo diventa collaboratrice di un quotidiano locale, Cronaca Qui, dove scopre una passione inaspetatta: la politica. Oggi scrive per il Corriere della Sera di Torino.

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