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Bielorussia, Aldo Ferrari: “Le sanzioni sono sempre un’opzione sbagliata”

Continua l’escalation di tensione tra Ue e Bielorussia dopo la contestata tornata elettorale chiusasi il 9 agosto scorso e che ha registrato la riconferma del presidente uscente Alexander Lukashenko macchiata da pesanti accuse di brogli da parte dell’opposizione. E’ di queste ore la notizia che anche i Paesi candidati all’adesione, Macedonia del Nord, Montenegro e Albania, e i Paesi che fanno parte dell’Associazione europea di libero scambio (Efta), Islanda, Liechtenstein e Norvegia, hanno deciso di aderire alle sanzioni già adottate nelle precedenti settimane dall’Ue contro Lukashenko e altri 14 esponenti del governo bielorusso, entrate in vigore lo scorso 6 novembre. Intanto il Paese continua ad essere attraversato dalle proteste, ormai si è giunti alla sedicesima domenica di contestazioni. Due giorni fa oltre 2mila pensionati hanno marciato lungo un viale centrale a Minsk, portando bandiere rosse e bianche, diventate il principale simbolo delle proteste del paese. Intanto però giungono anche pesanti accuse da parte di Lukashenko: “Le agenzie di intelligence della Federazione Russa e della Bielorussia hanno scoperto dei centri dei servizi speciali statunitensi a Kiev e nei pressi di Varsavia, strutture nate per boicottare Minsk“. Di fronte all’accendersi dello scontro tra Occidente e Bielorussia abbiamo chiesto al professore di Lingua e Letteratura Armena e Storia del Caucaso e dell’Asia Centrale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia Aldo Ferrari una sua opinione circa queste tensioni e più in generale sulle ripercussioni che possono avere nei rapporti con la Russia.

Infografica – La scheda dell’intervistato Aldo Ferrari

– Professor Ferrari, vorremmo fare con Lei il punto della situazione su alcuni Paesi dell’ex Unione Sovietica. Come valuta la tensione che si sta sviluppando in Bielorussia? E quanto influisce sulle vicende bielorusse il dualismo UE/Russia? 

– Ciò che sta avvenendo in Bieolorussia negli ultimi mesi è molto significativo, perché si tratta di un vero Paese-cerniera tra Russia ed Unione Europea. Tali eventi vanno visti in un’ottica più ampia, abbracciando tutto il periodo dalla fine dell’URSS nel 1991 e considerando il fatto che ognuno dei 15 Stati che la componevano ha poi seguito un suo percorso specifico. Alcuni di essi hanno intrapreso fin da subito una strada filo-occidentale, entrando a far parte della NATO e dell’Unione Europea: sono le Repubbliche baltiche, confinanti proprio con la Bielorussia, Altri invece sono rimasti in bilico, come la Moldavia e l’Ucraina. La Bielorussia costituisce un caso particolare, perché ha seguito la via più conservatrice. È il Paese che è cambiato di meno rispetto agli altri: lo Stato ha mantenuto il controllo su gran parte della realtà economica e produttiva, non c’è quasi alcuna forma di evoluzione democratica, ed è sempre stato vicino alla Russia anche nelle istituzioni sovranazionali di cui essa è il fulcro, vuoi militari come la CSTO (Organizzazione del Trattato di sicurezza collettiva), vuoi economiche come la UEE (Unione economica eurasiatica). Inoltre, al potere c’è ancora lo stesso uomo che la guidava negli anni ’90: Alexander Lukashenko. Fino a poco tempo fa, la Bielorussia appariva come l’alleato più fedele di Mosca, anche se non era esattamente così, perché Lukashenko ha sempre seguito più che altro i suoi interessi. Complessivamente, però, era legittimo vedere Minsk come stretta collaboratrice di Mosca. La situazione intanto si è gradualmente modificata e le ultime elezioni presidenziali lo hanno dimostrato: già le precedenti elezioni erano state contestate dai bielorussi, ma in queste vi sono stati brogli massicci che hanno scatenato pesanti proteste popolari. Tutto questo si inserisce nel contesto del generle allontamento delle Repubbliche ex sovietiche dall’influenza di Mosca. Ora bisogna capire se quanto sta accadendo a Minsk sia effettivamente il completamento di questo processo, accompagnato anche dalle elezioni in Moldavia nelle quali ha vinto la candidata più apertamente europeista. Per il momento, le proteste dei bielorussi sono scemate e Lukashenko dovrebbere riuscire a restare in carica ancora per un po’. Ma quanto tempo ancora? E quando cederà lo scettro, la Bielorussia si allineerà a quanto già accaduto con gli altri Paesi ex URSS? 

– In Bielorussia aumentano gli indici di povertà. Il fatto che l’UE preveda sanzioni, come auspicato da più parti, potrebbe riavvicinare Minsk verso Mosca?

– Le sanzioni sono sempre un’opzione sbagliata, perché non risolvono nessuno dei problemi che vorrebbero affrontare, anzi ne creano di nuovi a livello economico e oggi anche sanitario per le popolazioni coinvolte. Nessun regime politico sgradito è caduto grazie alle sanzioni. È solo una sterile arma retorica che dimostra la scarsa capacità di azione concreta dell’Unione Europea. D’altro canto, i bielorussi sono veramente insoddisfatti di Lukashenko, che per decenni è stato abbastanza popolare pur essendo autoritario, almeno finché il livello sociale era simile a quello degli altri Paesi ex sovietici. Sicuramente la Bielorussia è sull’orlo di un cambiamento, ma dubito che esso arriverà sulla scia delle sanzioni.

– Il progressivo passaggio delle Repubbliche ex sovietiche al mondo occidentale, in contrasto agli accordi presi dopo la caduta del Muro di Berlino, potrà acuire la tensione tra Europa e Russia? O addirittura dare il via a una nuova Guerra fredda?

– “Guerra fredda” è un’espressione che richiama un contesto diverso, caratterizzato da un’ostilità ideologica e militare molto più forte rispetto a quanto si verifica oggi con la Federazione Russa. È chiaro che per Mosca, che da secoli guida uno Stato multietnico che si estende dal mar Nero all’oceano Pacifico, questa riduzione dell’area di influenza ha avuto un tremendo impatto negativo. La Russia non può vedere di buon occhio l’avvicinamento a Bruxelles di territori che ancora considera parte della propria storia e della propria cultura. C’è poi da dire che NATO e UE si sono mosse con scarsa sensibilità, ignorando completamente il punto di vito russo. La Russia non rifiutava a priori l’ingresso dei Paesi ex comunisti nell’UE, ma si è puntualmente verificato che una volta assorbiti dall’orbita europea, essi entrassero poi nella NATO, la quale – non dimentichiamolo – è un’alleanza militare dalla quale la Russia si sente minacciata. Mosca fa un ragionamento che non può essere definito sbagliato: quando esisteva l’URSS, quando c’era una contrapposizione bipolare e geopolitica con l’Occidente, la NATO aveva una sua legittimazione in quanto alleanza difensiva in funzione anti-sovietica. Ma ora che non esiste più il comunismo, ora che non esiste più l’URSS, la NATO contro chi è rivolta? I russi si danno questa risposta: contro di noi. In Europa tendiamo a dimenticare questo elemento di minaccia alla sicurezza che viene percepita da Mosca. D’altronde, con ogni Paese post comunista che entra nella NATO, si avvicinavano sempre di più alla frontiera russa aerei e cannoni di marca americana. Oggi le armi occidentali in Estonia sono a poco più di 100 chilometri da San Pietroburgo… Sarebbe opportuno tenere maggiormente presente il punto di vista russo, senza necessariamente riconoscerlo come corretto, però bisogna almeno sapere che le preoccupazioni russe giustamente legate alla sicurezza nazionale.

– La Russia rischia di essere schiacciata da un lato dall’Unione Europea e dall’altro dalla Turchia con la vicenda del Nagorno Karabakh?

– Francamente direi di no. In primo luogo, la Russia non ha ostilità verso l’Unione Europea. Piuttosto è vero il contrario! La Russia cerca sempre nell’Europa un partner economico e culturale. I russi si sentono anche europei, non provano avversione verso il nostro Continente, che è pure il loro. L’Europa invece teme moltissimo la specificità storico-culturale della Russia e tende a creare ai suoi confini delle barriere anche militari. Per quanto riguarda il rapporto con la Turchia, per molti aspetti i due Paesi si assomigliano: grandi, potenti, ambiziosi, autoritari. Spesso in conflitto tra loro, come in Siria e in Libia e ora nel Caucaso, in tutti e tre i casi hanno trovato una soluzione al loro contrasto, perchè applicano una realpolitik molto pragmatica: quindi, se ci sono divisioni di interessi e di vedute, essi le risolvono con un linguaggio politico magari brutale, ma simile. Anche se con l’Europa invece il linguaggio differisce molto, non vedo alcuna possibilità che la Russia si senta schiacciata da un presunto avvicinamento tra Turchia e UE, che in effetti non sussiste, anzi: la Turchia è ai ferri corti ad esempio con la Francia. La Turchia, pur membro (problematico) della NATO, non entrerà tanto presto in Europa, se mai vi entrerà, ma conduce oggi un percorso di grande o media potenza regionale che non può certo conformarsi ai progetti europei. D’altronde, se l’Europa avesse più polso, non tollererebbe quello che la Turchia sta facendo alla Grecia o alla Libia. La Turchia penetra negli spazi che trova liberi, e finchè l’Europa glielo permette, se li prende. Ed è un po’ quello che fa la Russia in altri contesti.

– Secondo il professor Libaridian, docente presso l’Università del Michigan nonché consigliere del primo presidente armeno, per la Turchia e l’Azerbaigian la mediazione di Russia, Francia e USA nel Nagorno Karabakh non conta nulla. Nutre perciò seri dubbi su una pace duratura. Lei cosa ne pensa?

– Non si può effettivamente parlare ancora di “pace”, perché non c’è un trattato, ma solo un cessate-il-fuoco, pur diverso da quelli precedenti. L’armistizio è imposto dalla Russia, che ha collocato le sue forze di pace tra i due contendenti. Poiché questi ultimi non hanno certo voglia di sparare addosso ai peacekeeper russi, la tregua reggerà, ma per arrivare alla pace, bisogna che nei prossimi 5 anni di armistizio le due parti si sforzino di trovare una vera soluzione. La Russia dal suo canto è ben felice di avere una sua presenza militare in questa zona, in particolare in Azerbaigian: è un’ottima posizione di forza nel Caucaso meridionale che va a tutto vantaggio di Mosca, la quale non è perciò interessata ad andarsene tanto presto. Potrebbe magari elaborare un tipo di pace che richieda la permanenza dei suoi peacekeeper. La situazione potrebbe restare sospesa in un limbo, come è ad esempio in Transnistria da molti anni o nel Donbass. È uno scenario più probabile di una pace definitiva, ben difficile perché gli azeri non permetterebbero che il Nagorno Karabakh diventi ufficialmente parte dell’Armenia, mentre gli armeni non accetterebbero di vivere in un territorio governato dall’Azerbaigian.

– Il passaggio alla NATO e all’UE delle Repubbliche ex sovietiche è stato un processo naturale o indotto dall’Occidente?

– Sono situazioni diverse da Paese a Paese. Al momento del collasso dell’URSS, alcuni Paesi si sono subito voluti allontanare il più possibile dall’esperienza comunista ed entrare nel mondo occidentale, Repubbliche baltiche in primis, le quali però contenevano e contengono consistenti minoranze russe che sono state marginalizzate. Ucraina e Moldavia invece hanno oscillato a lungo: ora sembrano andare in direzione di Bruxelles, ma è difficile stabilire quanto sia in maniera volontaria e quanto in modo forzato. All’interno di ciascun Paese vi sono realtà regionali e culturali che spingono in direzioni diverse. Anche se spesso parliamo male dell’Europa, e talvolta a ragione, essa rappresenta pur sempre un modello economicamente, giuridicamente e socialmente molto più attraente della Russia.

– La Russia potrebbe per reazione trascinarsi verso la Cina?

– Direi purtroppo di sì. Il contrasto con l’Occidente, provocato in gran parte da quest’ultimo, ha inevitabilmente fatto sentire la Russia “esclusa”. E in effetti dopo il 2014 la Russia è stata davvero espulsa dal G8, è stata colpita da sanzioni e poi colpevolizzata dai mass media. La Russia allora si è avvicinata alla Cina economicamente e anche militarmente, con esercitazioni congiunte. Con una posizione così intransigente l’Occidente ha fatto un grosso errore. Rinunciare a Mosca neutrale e farla avvicinare a Pechino non è stata una manovra intelligente È la Cina il vero antagonista degli USA, non certo la Russia. Chi ha a cuore l’equilibrio politico internazionale dovrebbe rivedere certe posizioni. Non è che i russi siano entusiasti di andare coi cinesi, ma sentendosi respinti dall’Europa, non rimane loro molta scelta. In Russia si parla sempre più sempre di “grande Eurasia” vale a dire un blocco di Paesi che condividono interessi politici, culturali e strategici sulla base di principi non occidentali, ma comuni ai Paesi asiatici, dei quali fa parte comunque anche la Russia, che in effetti è geograficamente uno Stato eurasiatico. L’Occidente farebbe bene a interessarsi e a preoccuparsi del concetto di “grande Eurasia”, perché il baricentro mondiale si sta spostando sempre più verso Oriente. Se anche la Russia propende ad est invece che essere intermedia, come direbbero la geografia e la storia, allora si avrebbe un risultato svantaggioso tanto per l’Occidente che per la Russia stessa.

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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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