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Basi militari turche in Azerbaigian? Gli azeri continuano le relazioni con altri Stati. Alla Turchia ora si aggiunge il Pakistan

Dopo la firma lo scorso 9 novembre dell’accordo di pace siglato da Armenia, Azerbaigian e Russia per porre termine alle ostilità esplose il 27 settembre e per la restituzione a Baku dei sette distretti al confine fra Karabakh e Azerbaigian, conquistati da Erevan agli inizi degli anni ’90, ad assicurare per almeno cinque anni la tenuta dell’accordo le guardie del Servizio per la sicurezza federale russo (Fsb). Un cessate il fuoco mal digerito da gran parte della popolazione armena, che ha reagito con proteste davanti al palazzo del governo, chiedendo le dimissioni del premier Nikol Pashinyan. E la tensione nel Paese non sembra calare.

Lo stesso primo ministro giovedì scorso ha denunciato un tentativo di colpo di stato militare, dopo che anche alti ufficiali dell’esercito, tra cui il capo di stato maggiore, Onik Gasparyan, si erano allineati alle richieste dei manifestanti. A determinare la vittoria azera, la presa della città strategicamente importante di Shusha nel Karabakh, ma anche l’intervento di Ankara, che sin dall’inizio del conflitto si è schierata dalla parte di Baku e che continua ad avere un ruolo non secondario nella complicata crisi irrisolta del Nagorno-Karabakh (non a caso la decisione sullo status di Repubblica non ancora riconosciuto a livello internazionale, pare non sia stata al centro del tavolo). Il 30 gennaio scorso il ministro della Difesa azera, il generale Zakir Hasanov ha incontrato il vice dell’omologo dicastero della Federazione russa Alexander Fomin, in occasione della cerimonia di apertura del Centro di monitoraggio congiunto Turchia-Russia nella regione di Aghdam, in Azerbaigian. In quella circostanza Hasanov aveva sottolineato «che le relazioni amichevoli dei capi dei nostri Stati determinano lo sviluppo dinamico delle relazioni tra i nostri paesi in tutte le sfere, in particolare la cooperazione militare e tecnica». Un centro di monitoraggio che vede insieme la Turchia, membro della Nato, e la Russia.

E’ su Ankara e sulle sue presunte intenzioni di installare basi militari nei territori riconquistati da Baku, che si è concentrata l’attenzione di alcuni organi di stampa lo scorso gennaio. Indiscrezioni subito smentite ufficialmente dal ministero della Difesa azera che in un post sulla sua pagina facebook dello scorso 8 gennaio scrive: «Queste informazioni non rispecchiano la realtà. La Repubblica dell’Azerbaigian non aderisce alla politica di installazione di basi militari straniere sul suo territorio, salvo nei casi previsti dagli accordi internazionali di cui l’Azerbajan è parte. Da considerare – prosegue la nota – che l’Azerbaijan è anche membro del Movimento dei paesi non allineati (il gruppo di 120 Stati, con altri 17 Stati osservatori, che si considerano non allineati a favore o contro le potenze mondiali, ndr), di cui ha la presidenza per il periodo 2019-2022». Eppure, il quotidiano filogovernativo turco Dailysabah il 21 agosto scorso – quindi dieci giorni dopo che si erano concluse le manovre militari congiunte turco-azera su vasta scala nelle regioni azere di Baku, Nakhchivan, Kajah, Kordimer e Yulakh e iniziate il ​​29 luglio – riportando quanto già pubblicato da media azeri,  scrive di un incontro il 13 agosto scorso fra il presidente azerbaigiano Ilham Aliyev, il ministro della Difesa turco Hulusi Akar e il capo di stato maggiore generale Yaşar Güler in Azerbaigian. In quell’occasione sarebbero stati “preparati documenti molto importanti tra Baku e Ankara, mentre le due parti hanno discusso la questione dell’istituzione di una base militare turca a Nakhchivan, l’ex enclave dell’Azerbaigian al confine con la Turchia”.

Quindi, riporta le affermazioni dell’esperto politico azero Gabel Husayn Ali, che avrebbe dichiarato “che durante la visita di ritorno dell’alta delegazione militare turca, sono state discusse in dettaglio le questioni relative alla creazione di una base militare turca a Nakhchivan (probabilmente giunta a una conclusione congiunta) e alla creazione di un’altra base militare nella penisola di Absheron”. Nel frattempo, la cooperazione tecnica militare fra Ankara e Baku prosegue con addestramenti congiunti che si tengono ogni anno proprio a Nakhchivan (Azerbaigian) e Kars, città del nord della Turchia. E sulle basi militari Gerard Libaridian, ex consigliere senior del primo presidente armeno, Levon Ter-Petrossian ed esperto di Turchia chiarisce per Strumentipolitici.it. «È difficile per me valutare l’attendibilità dell’informazione, soprattutto perché in questi casi bisogna essere estremamente cauti e non saltare subito alle conclusioni. Può essere vero come potrebbe anche non esserlo. Potrebbe corrispondere in parte alla verità, nel senso che non è escluso che discutano di qualcosa di molto meno significativo di quello che implica una “base militare”. Poi, non credo che ci sarà un cambiamento significativo nel ruolo che Francia e Stati Uniti giocheranno in ciò che resta del conflitto nel Karabakh. Il ruolo della co-presidenza del gruppo di Minsk era diminuito già prima di Trump ed è continuato durante la sua amministrazione. La guerra del 2020 e il modo in cui la Russia ha gestito il cessate il fuoco indicano che non è rimasto molto spazio per il contributo di altri Stati. Le due questioni fondamentali sono risolte: il Karabakh è ora de facto fuori dal controllo armeno e confermato come territorio azero dalla Dichiarazione del 9 novembre. E l’Armenia ha firmato quella dichiarazione. In secondo luogo, tutti i territori occupati – prosegue l’ex uomo politico – sono ora tornati in territorio azero. La domanda è: gli armeni avranno una sorta di unità amministrativa definita territorialmente come “Karabakh armeno” o saranno riconosciuti solo come minoranza etno-religiosa dell’Azerbaigian, come lo sono in Turchia? Questo è ciò che resta da decidere. Questo è ciò di cui si parla quando si fa riferimento al “futuro status” del Karabakh. Inoltre – prosegue Libaridian – Putin ha chiarito qual è il ruolo della co-presidenza del Gruppo di Minsk: contribuire a fornire assistenza umanitaria. Mentre Lavrov ha dichiarato che spettava all’Azerbaigian e all’Armenia negoziare questo status. Ma entrambi hanno chiarito che la questione dovrebbe essere discussa in futuro, perché questo non è un buon momento per farlo e che dovremmo aspettare alcuni anni prima che i due popoli imparino a coesistere. Nel frattempo, ovviamente, tutto ciò che resta del Karabakh è de facto sotto il controllo russo. Permettetemi di aggiungere qualcosa sulla questione Turchia-Azerbaigian. Dall’indipendenza dell’Azerbaigian i due Paesi si sono avvicinati ma non sempre si trovano d’accordo. Quando si sono accostati troppo gli uni agli altri, gli azeri si sono risentiti per la mano pesante della Turchia, mentre Ankara ha cercato di dire a Baku cosa fare o ha avanzato richieste che agli azeri non piacevano. Tuttavia, sono riusciti a lavorare insieme».

Fra indiscrezioni e smentite, l’Azerbaigian continua le relazioni con altri Stati, in cerca di accordi soprattutto in campo militare. E già il 15 gennaio il generale Hasanov ha incontrato nella capitale azera il neo ambasciatore della Repubblica islamica del Pakistan, Bilal Haye. A darne la notizia lo stesso ministero della Difesa sulla sua pagina facebook, dove si legge che «la cooperazione in campo militare si sta sviluppando come in tutte le sfere tra i due Paesi e che essa continuerà in futuro. Durante l’incontro, la necessità di intensificare gli sforzi in questa direzione è stata considerata importante portando la cooperazione militare agli interessi di entrambi i paesi. Durante le discussioni, l’organizzazione di varie formazioni militari delle forze armate pakistane e turche, tra cui il coinvolgimento di forze specializzate, lo scambio di addestramenti militari e altre».

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Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

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