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Bangladesh: economia nel baratro a causa dei lockdown

Si sta facendo seria la situazione dell’economia del Bangladesh, spinta sull’orlo del burrone dal calo delle esportazioni e dai disastri naturali. In Bangladesh vi è una parte notevole della produzione di capi di abbigliamenti per i marchi europei e americani, ma gli ordinativi, fortemente ridotti nel corso nel 2020, sono scesi a un livello tale che si pone un grosso punto di domanda sui modi e i tempi della loro prosecuzione. I precedenti lockdown in Europa e nel resto del mondo avevano ovviamente assestato un colpo pesantissimo, ma è la minaccia del loro ripetersi (e l’incertezza totale sull’estensione geografica e temporale) che davvero mette a rischio tutta l’industria del Paese. In questo momento i vari marchi stanno ordinando di meno e per una clientela più ristretta; alcuni cercano persino di ritardare i pagamenti. E intanto molti distributori stanno ancora cercando di vendere la merce dello scorso anno. L’agenzia stampa Reuters riferisce ad esempio che la catena britannica Primark ha ancora in magazzino degli stock primavera/estate del valore di 150 milioni di sterline e quelli autunno/inverno per 200 milioni, mentre Marks&Spencer ha ordinato lotti più piccoli del solito per la prossima stagione. Così l’industria tessile del Bangladesh sta lottando per mantenere in vita la produzione, in molti casi ridotta di un terzo, come riporta la “Bangladesh Garment Manufacturers and Exporters Association”. I titolari di alcune aziende fanno sapere che dal Nord America e dall’Europa non sono nemmeno arrivati gli ordini per il mese di marzo, mentre prima del Covid li ricevevano con tre mesi di anticipo. L’unica nota positiva giunge dalle manifatture di pigiami, articolo divenuto improvvisamente richiestissimo quando la popolazione è dovuta restare confinata in casa. Se la stanno cavando in  qualche modo anche le aziende del Bangladesh che possono rispondere alla maggiore richiesta di capi casual rispetto a quelli classici o da ufficio.

Un altro elemento importante dell’export del Bangladesh, gli allevamenti di gamberi, è stato massacrato dalle quarantene e, come se non bastasse, anche dai disastri naturali. La richiesta di gamberi è crollata dell’80%, mentre il ciclone Amphan spazzava lo scorso maggio la costa occidentale del Paese distruggendo barche e attrezzature. Gli allevatori sono finiti letteralmente in povertà. La testimonianza di Majnu Sardar, che vive nella regione amministrativa di Khulna, è emblematica: dopo che la sua casa è stata devastata dalla furia del ciclone e il suo allevamento finito sott’acqua per diversi mesi, è stato anch’egli sommerso dai debiti;  ha dovuto portare la sua famiglia di sei persone in una capanna di fango ed è diventato un lavorante a giornata. Lo stesso è successo all’allevatore di gamberi Muslima Begum del sottodistretto di Koyra, sempre nella regione Khulna, che per i cinque membri della famiglia non può più nemmeno prendere cibo dall’orto casalingo, cancellato dall’Amphan. Nur Islam, infine, chiede l’intervento del governo per ripianare le perdite subite dagli allevatori, il cui business è sostanzialmente morto: se una volta si poteva resistere a un’annata sfortunata, oggi sono rimasti assolutamente privi di mezzi. Islam ha venduto la sua mucca per pagare i debiti e ora trasporta persone attraverso il fiume sulla sua piccola barca, ma non basta per continuare a mandare i suoi figli a scuola e nemmeno per dar loro più di due pasti al giorno.

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Vive a Mosca dal 2006. Traduttore dal russo e dall’inglese, insegnante di lingua italiana. Dal 2015 conduce la video-rassegna della Giordano Brokerage-EST, in cui racconta le notizie positive sulla Russia e sulla cooperazione tra Italia e Russia che vengono ignorate o travisate dalla stampa italiana. 

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