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Autonomia o autoisolamento: che ne sarà dell’idea di indipendenza strategica dell’Unione Europa dopo il coronavirus?

“In questo momento i Paesi dell’Unione Europea costituiscono uno degli epicentri della pandemia globale di coronavirus. Possiamo dire che per l’Europa unita tale pandemia rappresenti probabilmente la prova politica, economica e di valori più difficile di tutto il corso della sua esistenza. Sullo sfondo di un inasprimento sia delle vecchie divergenze sia dei nuovi dissidi tra gli Stati membri, è sorta conseguentemente la questione sulle prospettive geopolitiche dell’UE nel nuovo mondo post-virus“. A sostenerlo Andrey Kadomtsev, politologo e consigliere del Rappresentante per i diritti umani presso la Federazione Russa nelle questioni internazionali. 

“Verso la fine dello scorso anno, il numero di politici in tutta Europa che invitava a una maggiore autonomia strategica dagli Stati Uniti ha raggiunto il suo massimo storico. Nei precedenti 4-5 anni, l’UE aveva formulato le sue prime concezioni dottrinali sui modi preferibili per trasformare e rendere autonomo il corso della politica estera dell’Unione. Nel 2016 è venuta alla luce la “Strategia globale di sicurezza UE”, che gettava le basi di un rafforzamento della direzione in politica estera dell’Europa. A novembre del 2018 l’idea di un esercito europeo aveva ormai acquistato lo status di iniziativa congiunta dei due Paesi guida, cioè Francia e Germania.

Nell’autunno del 2019, nei documenti che venivano preparati per l’entrata in funzione della nuova Commissione, l’obiettivo della trasformazione dell’UE in una pietra angolare della costruzione dell’ordine mondiale era trattato come parte integrante della politica dell’Unione. In questo obiettivo risulta estremamente chiara l’acquisizione del ruolo di “contrappeso” agli USA, per riequilibrare la situazione nel caso in cui l’America oltrepassasse “una certa soglia”. Alla fine di novembre, Germania e Francia insieme hanno rilasciato un breve documento concettuale che descrive a suo modo la “mappa” da seguire per riformare l’Unione Europea. Si presume che tale piano, dopo due anni di trattative, diventi una strategia di “riforme strutturali” che rendano l’UE più unità e sovrana”.

A sua volta, la nuova dirigenza della Commissione europea ha fatto una dichiarazione relativamente alla decisione di perseguire l’obiettivo di riformare l’effettivo “centro di forza” europeo che interagisce con il mondo – USA compresi – da una posizione di razionale interesse politico. La guida della Commissione è stata presa da Ursula von der Leyen, che ha espressione la ferma intenzione di compiere durante i prossimi cinque anni ulteriori passi coraggiosi nella direzione di una vera Unione europea di difesa. Infine, il nuovo Alto rappresentante UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha ricevuto anche l’incarico di Vicepresidente della Commissione UE, fatto che segnala in modo evidente il proposito di portare a un nuovo livello qualitativo le questioni di politica estera e di difesa.

Al contempo il tallone d’Achille della politica estera europea è rimasta la sistematica incapacità di raggiungere un consenso, sia politico che procedurale, su quei tanti problemi laceranti all’ordine del giorno nel pianeta. Negli ultimi tempi si è verificata una caduta vertiginosa del livello generale di fiducia nei confronti nelle tradizionali élite europee. I crescenti dubbi degli elettori indeboliscono inevitabilmente il potenziale di leadership politica sull’intera Europa; peraltro la percezione da parte dei vertici dell’instabilità delle loro posizioni,  anche in ambito nazionale, non favorisce certamente la compattezza dell’Unione nel suo insieme.

“I critici, compreso Josep Borrell quando era capo della diplomazia spagnola – prosegue Kadomtsev – avevano già fortemente messo in dubbio la capacità del Servizio europeo per l’azione esterna (SEAE) di interpretare il ruolo di centro decisionale. Nella sfera della politica di difesa comune i promotori della prima idea di esercito europeo, Francia e Germania, nel corso del 2019 hanno espresso differenze sostanziali nella rispettiva visione del futuro “militare” dell’Unione. Nell’autunno 2019 il presidente francese Macron ha constatato la morte cerebrale della NATO e ha invitato l’UE a imparare a contare solamente sulle proprie forze. Però, doco poco, la cancelliera Merkel ha dichiarato che l’UE non è in grado di difendersi senza la NATO e che deve lavorare per conservare l’alleanza (nel frattempo, lo scorso febbraio, il quotidiano tedesco Die Welt ha pubblicato i risultati di un sondaggio condotto dal Pew Research Center, che mostrano come il sostegno alla NATO in Germania sia sceso a partire dal 2009 dal 74% al 57%, mentre in 16 Paesi europei si esprimono favorevolmente alla NATO “poco più della metà degli intervistati”).

Ma improvvisamente, nel senso letterale della parola, alla maggior parte degli alti vertici europei sia a livello nazionale che sovranazionale la “crisi del corona” abbattutasi sull’Europa non ha semplicemente sparigliato le carte, ma in modo altamente rivelatorio ha assestato un colpo clamoroso a tutta una serie di illusioni, che ancora poco tempo prima erano predominanti nelle élite europee. Non solo: ha anche messo a nudo la fragilità della “unità” europea con un’evidenza con cui l’Europa non si era mai imbattuta prima d’ora. I vecchi dibattiti sul carattere “esistenziale” della minaccia all’UE proveniente dall’afflusso di profughi, dalla Brexit o dall’uscita di uno-due Paesi dall’Eurozona sono stati dimenticati con la medesima rapidità con cui è cresciuto il numero di vittime della pandemia.

Da un punto di vista di politica interna, è saltato subito fuori che “l’Europa unita” è ancora composta di singole e distinte nazioni: gli Stati nazionali hanno infatti chiuso le frontiere, invalidando una delle maggiori conquiste della Comunità europea, lo “Spazio Schengen”, hanno vietato l’esportazione di articoli medicali e hanno applicato misure severe che comprimono i diritti personali e le leggi costituzionali. L’incapacità della UE di trascendere le sovranità nazionali è divenuta palese a tutti. La pandemia ha manifestato la prevalenza degli Stati sovrani, sia dal punto di vista della legittimità che da quello delle risorse, le quali possono essere indirizzate verso la lotta contro una minaccia di dimensioni catastrofiche – mentre a disposizione della Commissione europea c’è appena l’1% del PIL degli Stati membri: infatti, l’annuale contributo cumulativo ufficiale per lo sviluppo ammonta a meno di 200 miliardi di dollari all’anno Intanto, nel mese di marzo la Germania ha destinato alle sole misure primarie di contrasto alle conseguenze economiche della crisi da coronavirus la somma di 750 miliardi di euro, la Francia, invece, 110 miliardi sotto forma di aiuti diretti e centinaia di milardi con provvedimenti vari di carattere indiretto .

Negli affari internazionali la “corona-crisi” ha aperto gli occhi all’Europa su come si possa facilmente invertire l’attuale modello di globalizzazione. Il secondo fatto sorprendente è l’assenza di solidarietà internazionale in circostanze di crisi, compreso il rifiuto di interagire all’interno della cornice di quelle “organizzazioni regionali” che non intaccano alcuna ambizione geopolitica. Il terzo fattore è la cristallizzazione della tensione geopolitica tra Cina o Occidente, che forma il profilo di una nuova guerra fredda sull’asse Cina-USA. E l’Europa, nonostante aspirasse a diventare uno dei centri portanti, si è ridotta ad essere una zona cuscinetto nel confronto tra Cina e Stati Uniti

E infine, sullo sfondo di questa crisi si è palesata con dolorosa evidenza l’inconsistenza dell’egemonia mondiale degli USA: al posto di assumere il comando della battaglia contro il virus almeno per quanto concerne l’Occidente, Washington ha proibito unilateralmente l’ingresso dei cittadini dei Paesi europei, cioè di quelli che sono (o vengono considerati) gli alleati più stretti; dopo di che ha effettuato un vergognoso tentativo  di appropriarsi in maniera esclusiva di un possibile vaccino in via di preparazione in Germania.

In circostanze come queste, l’Unione Europea si attiene formalmente all’elaborazione di una “politica estera strategica orientata” che permetta di “acquisire il senso dell’iniziativa e dell’azione”. Si prevede di riformare il processo decisionale nella politica estera attraverso l’introduzione del meccanismo del “Consiglio europeo di sicurezza” e anche con l’abolizione del principio del consenso nel maggior numero possibile di casi. Dall’altro lato, non meraviglia affatto la riluttanza dei membri della Comunità europea di rinunciare alla propria sovranità nelle questioni concernenti la sicurezza e la difesa, rimanendo peraltro poco chiaro come fare per superare la pratica del “minimo denominatore comune” nella preparazione della politica estera comune e della politica di sicurezza e non sapendo nemmeno come effettivamente vincere la resistenza degli Stati-membri che vedono in maniera diversa l’autonomia strategica della UE, il proprio posto e il proprio contributo nella “Unione di difesa”, così come il ruolo delle Istituzioni. Nel migliore dei casi, si parla per adesso soltanto della redazione di documenti della Commissione che esortano a farsi “bussola strategica” per il coordinamento dei provvedimenti statali. 

Come si è visto nei primi mesi di quest’anno, la Brexit non ha semplicemente causato la perdita di “peso strategico” da parte dell’Unione Europea: l’uscita della Gran Bretagna nella sua qualità di bilanciamento naturale e “nucleare” (in tutti i sensi) alla Francia sembra aver acuito fortemente l’inquietudine della Germania sulle prossime prospettive di distribuzione dell’influenza politica nell’ambito dell’Unione. L’esitazione di Berlino nell’emettere i “coronabond”, che avrebbero aiutato a sostenere le pesanti conseguenze della pandemia, conferma per l’ennesima volta che nella UE è semplicemente impossibile prendere iniziative comuni di grandi dimensioni senza l’apporto della Germania. E intanto Berlino, che se la sta cavando molto meglio degli altri Paesi europei sia sul piano medico che su quello economico contro gli effetti negativi della pandemia, ha rafforzato le sue posizioni: e in politica estera ha preferito tornare allo strumento del “soft power”, già collaudato nel tempo.

L’effetto è stato che le forze della diplomazia europea si sono messe a cooperare per reprimere i focolai di diffusione del coronavirus nei Paesi vicini all’UE: a questo scopo Bruxelles ha destinato 15,6 miliardi di euro per gli aiuti ai Paesi del partenariato meridionale, orientale, dei Balcani occidentali e alla Turchia, mentre 1,22 miliardi andranno ai Paesi dell’Asia e del Pacifico e 291 milardi all’America Latina e ai Paesi caraibici. L’Unione Europea è anche iniziatrice della “conferenza mondiale on-line” nel corso della quale sono stati raccolti 7,4 miliardi di euro per la creazione di un vaccino, per la diagnostica e per le cure.

In teoria, l’aver spostato le priorità sulla componente umanitaria della politica estera potrebbe nuovamente rafforzare, almeno per un po’, l’influenza europea quanto meno sugli affari delle regioni adiacenti, compreso il Medio Oriente e l’Africa settentrionale. Grazie al suo potenziale scientifico ed economico-finanziario, l’Europa può ottenere uno dei ruoli principali nella lotta globale contro le conseguenze della pandemia.

Gli osservatori dovrebbero ancora capire se l’attuale suddivisione della leadership nell’UE, umanitaria quella della Germania, “militare” (almeno a livello di ambizioni) quella della Francia, è creata solamente ad hoc oppure se tale modello di “autonomia europea” possa essere fissato per il futuro sotto forma di un policentrismo contestuale. E resta aperta anche la questione della prospettiva di un’acquisizione definitiva della modalità strategica e di lungo termine che si è venuta a creare fino a questo momento come architettura “di emergenza”. Sembrerebbe inoltre che l’Europa si trovi in una situazione in cui debba combattere non per avere l’autonomia dagli USA, ma per far sì l’America mantenga il proprio interesse verso la prosecuzione di qualunque tipo di relazioni “particolari”.

Parecchi specialisti ritengono che la debolezza interna e la mancanza di unità all’interno dell’UE, risaltate improvvisamente nel mezzo di questa crisi, minaccino “l’Europa unita” di ridursi a periferia della politica mondiale: se gli Stati membri non sono in condizione di contare sull’aiuto reciproco nella lotta contro il virus, come potranno contrastare insieme l’aggressione di una potenza straniera?  La debolezza è una pessima base per elaborare e per realizzare strategie offensive di lungo termine. I giocatori deboli devono adattarsi ai cambiamenti dell’ambiente esterno, non sono loro a determinarli, dice Andrey Kortunov, direttore del Consiglio Russo per gli Affari Internazionali.

La crisi del coronavirus ha assestato un colpo potentissimo alla reputazione di quasi tutti gli istituti sovranazionali, tale da poterli veramente spingere verso le retrovie della politica mondiale. In questo modo, quando verrà sconfitta la pandemia, Bruxelles potrebbe ritrovarsi ancora più indebolita di oggi, in particolare se facciamo il confronto con altri centri di potere, USA e Cina in primo luogo. Non è possibile escludere che l’Europa debba veramente ripiegarsi su sé stessa: la profondità e la durata della sua “quarantena geopolitica” dipenderanno direttamente dalla gravità degli effetti sociali ed economico-finanziari dell’epidemia sull’Unione. In circostanze del genere, per il futuro dell’Europa la questione principale risiede in un dubbio: potrà effettivamente tornare a una politica internazionale attiva prima che il mondo capisca di poter fare a meno del Vecchio Continente?”.

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