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Artemis: l’ultimo tentativo degli Usa per dominare la corsa allo spazio?

“Artemis” è il nome del programma ideato dalla NASA con l’obiettivo di riportare l’uomo sulla Luna nel 2024 e di stabilirvi una base permanente, oltre al successivo salto verso Marte. Il 13 ottobre scorso sono stati siglati gli “Artemis Accords”, una serie di accordi confluiti in un documento multilaterale firmato dagli Stati Uniti d’America insieme a un gruppo di Stati, tra cui alcune “potenze spaziali”, interessate a partecipare all’omonimo progetto. Oltre alle agenzie di Australia, Brasile, Canada, Emirati Arabi, Giappone, Gran Bretagna, Lussemburgo e Ucraina, c’è anche l’Italia, per la quale ha sottoscritto il documento Riccardo Fraccaro, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega alle politiche per lo spazio. Sarà naturalmente l’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) a occuparsi dell’implementazione dell’intesa e a indicare all’industria nazionale le opportunità di sviluppo e di lavoro. Si parla anzitutto della fornitura di moduli abitativi per gli equipaggi e di servizi di telecomunicazione per la stazione spaziale “Lunar Gateway”, che costituirà il punto d’appoggio delle missioni verso la Luna e verso Marte. Come dichiarato da Gabriele Mascetti, responsabile dell’Unità Volo Umano dell’ASI, l’Italia avrà un ruolo cruciale nella realizzazione del modulo abitativo con la sezione dotata di finestre, oltre ad essere l’unico Paese a parte gli USA a lavorare al modulo human landing lunare. Il guadagno commerciale e la ricaduta scientifica sono serviti. A livello politico, occorre sottolineare come l’Italia sia finora l’unica potenza spaziale dell’Unione Europea ad aver firmato e ad essere pure tra i “padri fondatori” di questa nuova impresa: il prestigio che ne deriva è evidente.

Ciò che crea perplessità è l’aspetto giuridico e diplomatico degli accordi Artemis. Anzitutto, il fatto che alcuni Paesi cruciali non abbiano firmato (e non intendano farlo, almeno per il momento) rappresenta una grave lacuna che mina la presunta universalità del progetto. Russia, Cina, Francia e Germania si sono tenute fuori, pur potendo comunque entrare in qualunque momento, come lasciato intendere dall’ultima clausola del documento: qualunque Paese intenzionato può trasmettere la sua volontà di firmare agli Stati Uniti, che sono i depositari degli Accordi. Russia e Cina non hanno aderito per motivi facilmente intuibili. La Russia ha le potenzialità tecniche e la volontà politica di andare sulla Luna senza il bisogno di adeguarsi a un progetto interamente americano, come sottolineato da Dmitry Rogozin, direttore di Roscosmos, l’agenzia governativa russa per il programma spaziale russo e le ricerche aerospaziali. La Cina a sua volta non partecipa perché ritiene che le regole di comportamente nello spazio debbano essere stabilite da comitati appositi nell’ambito delle Nazioni Unite, e non certo da un solo Stato. E comunque la firma cinese è esclusa a priori finché vigono le restrizioni imposte dal Congresso americano sulla cooperazione della NASA con la Cina stessa. Secondo l’avvocato Antonino Salmeri, ricercatore in diritto spaziale alla SES Chair dell’Università del Lussemburgo, l’Agenzia spaziale europea (ESA) è incappata in un fallimento, perché si è di fatto autoesclusa dagli accordi, essendo stata incapace di esprimere una leadership per condurre la partecipazione al programma. Ne consegue che, essendo proprio l’Italia ad aver firmato per prima, dovrà essere il nostro Paese a guidare i futuri sforzi congiunti.

La base giuridica degli Artemis è costituita dal Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967, il celebre “Outer Space Treaty”. La responsabile delle Relazioni Internazionali dell’ASI, Gabriella Arrigo, dice che gli Artemis rappresentano dei principi e degli strumenti non vincolanti aventi lo scopo di “sostenere l’esplorazione spaziale all’insegna della sostenibilità” mantenendo intatto “il valore del coordinamento multilaterale”. Prima che fossero annunciati gli Artemis, l’avvocato Salmeri aveva chiesto lumi sulle attività da farsi sulla superficie lunare a Jim Bridenstine, alto dirigente della NASA, e a Jan Wörner, direttore generale dell’ESA, i quali però avevano fornito due risposte diverse. Secondo Wörner non occorrono accordi internazionali perché il “Moon Village” dovrà essere una sorta di “ambiente informale” basato sull’assenza di regole rigide rispetto alle attività che vi si svolgeranno. Bridenstine ritiene invece che si debba ragionare su una qualche regolamentazione, seppur flessibile. Accordi multilaterali come gli Artemis servono a definire i diritti, gli obblighi e i ruoli dei Paesi che partecipano a un programma multinazionale, oltre ad essere naturalmente una cornice che mostra il programma e gli obiettivi che esso vuole raggiungere. Di per sé, nessuno dei principi esposti negli Artemis è contrario al diritto spaziale internazionale: ciò che è scritto nell’Outer Space Treaty rimane politicamente fondamentale nonché vincolante dal punto di vista legale e non può essere oltrepassato dagli Artemis. D’altra parte, secondo Salmeri, per gli Stati Uniti “andare sulla Luna senza le cautele date dal rispetto dell’Outer Space Treaty sarebbe una follia politica”. Tuttavia, un punto dell’atto esecutivo degli Artemis, firmato da Trump, è oggetto di discussione perché dice che gli USA non riconoscono lo spazio extra-atmosferico come bene comune dell’umanità: “Outer space is a legally and physically unique domain of human activity, and the United States does not view it as a global commons”. In una conferenza organizzata a settembre dalla Russia, sono stati chiesti a questo proposito dei chiarimenti al dirigente NASA Mike Gold, il quale ha detto che l’espressione “global commons“ può venire interpretata in vari modi, non esistendone una definizione univoca. Vi è un concetto legale-giuridico e unoeconomico, ma l’executive order non specifica a quale fare riferimento. È un’ambiguità che getta ombre sugli accordi. Leggendo il documento per intero si può evincere come esso sia stato concepito per tranquillizzare e stimolare le compagnie private che intendono unirsi al programma Artemis per motivi commerciali. Il messaggio che viene inviato loro con l’executive order suona in questo modo: “Sì, si possono fare soldi con lo spazio. Sì, si possono estrarre risorse dallo spazio. No, non c’è bisogno di dividere i profitti”. Quindi è una sorta di deviazione rispetto al concetto economico, ma quello giuridico è fatto salvo, secondo Salmeri, per il quale semplicemente colui che ha vergato l’executive order non aveva familiarità col diritto internazionale, tanto meno con quello spaziale, e ha sottovalutato le conseguenze dei termini che stava usando, pur restando un grave errore che una potenza spaziale come gli Stati Uniti non dovrebbe commettere.

Rispetto all’interpretazione tutto sommato benevola data da Salmeri, altri esperti sono molto meno accondiscenti con quanto scritto dagli americani. La sezione 11 degli accordi Artemis porta il titolo benigno di “Prevenzione della conflittualità nelle attività spaziali” e afferma che gli Stati che partecipano agli accordi daranno il loro supporto allo sviluppo di zone di sicurezza, come quelle che vi potranno essere intorno alla base lunare o dove viene svolta l’estrazione di materiali. La ratio della norma è assicurare che codesti Paesi non entrino in conflitto tra loro, ma il problema sorge proprio rispetto alla nozione di “zone di sicurezza”. Lo spiega bene Frans von der Dunk, docente di diritto aerospaziale all’Università del Nebraska–Lincoln: le safety zones consistono in aree specifiche il cui possesso è vietato dalle norme fondamentali dell’Outer Space Treaty, e anche se gli Stati possono piantare la loro bandiera sulla superficie lunare, non possono annettersi alcun territorio né riservarlo per futuri insediamenti. Stephan Hobe, direttore dell’Istituto di diritto aeronautico, aerospaziale e informatico dell’Università tedesca di Colonia, definisce gli Artemis come “un tentativo da parte degli americani di legittimare in modo cauto la loro deviazione dall’Outer Space Treaty”. Questi accordi, non rappresentando norme vincolanti di diritto internazionale, non possono costituirne una violazione; tuttavia, quei Paesi a cui non aggrada l’attuale interpretazione dell’Outer Space Treaty sperano che le linee guida date dagli Artemis si trasformino col tempo in norme consuetudinarie,  che vadano a indebolire e infine a modificare il diritto aerospaziale vigente. Inoltre, la procedura stessa di redazione e approvazione degli accordi è molto discutibile dal punto di vista della cooperazione internazionale, che gli accordi stessi si propongono di promuovere. Non vi è stato nessun comitato internazionale che abbia scritto le clausole, nessuna discussione globale che le abbia valutate. Sono stati gli USA a scrivere le regole del gioco e a sottoporre il foglio già pronto alle varie Agenzie spaziali. E per la forza insita nella quantità, più Stati firmano, più vincolante diventa il contratto, più difficile provare a modificarlo. Quello raccontato negli esempi di cui sopra è, dunque, l’approccio formalmente corretto ma potenzialmente sovversivo adottato dagli Stati Uniti con gli accordi Artemis. 

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