I più letti

Categorie

  • Nessuna categoria

Alberto Toscano, il più francese dei giornalisti italiani, racconta il suo libro “Gli italiani che hanno fatto la Francia”.

“Con il mio libro cerco di rendere omaggio agli emigranti italiani nel mondo ed in particolare in Francia. L’emigrazione italiana in Francia è stata riuscitissima, un fenomeno straordinario di integrazione. Ha generato storie bellissime che tuttora ci regalano ottimismo. Gli italiani in Francia hanno semplicemente lasciato il segno: scherzando ma non troppo, potremmo dire che in realtà ‘i francesi siamo noi’, nel senso che i nostri bisnonni emigrati oltre le Alpi hanno dato un contributo alla Francia odierna talmente grande che polemizzare con essa sarebbe prendercela un po’ con noi stessi”. Si apre così l’intervista che come StrumentiPolitici.it abbiamo fortemente voluto dedicare ad Alberto Toscano, “ambasciatore” italiano del giornalismo in Francia, per farci raccontare come nasce il suo nuovo libro Gli italiani hanno fatto la Francia – Da Leonardo a Pierre Cardin” edito da Baldini+Castoldi. Un piccolo cameo che racconta, in ‘modo rock’, il volto più bello degli italiani all’estero.

“Ci sono testimonianze incredibili – aggiunge Toscano – come quella della figlia dello stilista Emanuel Ungaro, che racconta di una famiglia che viveva in condizioni di estrema povertà, scappata per ragioni politiche dalla Puglia a Aix-en-Provence. Ormai i francesi stessi si sono dimenticati che il loro “Ungarò” nacque da genitori emigrati da Francavilla Fontana in provincia di Brindisi per sfuggire al fascismo. E pochi oggi sanno che il matematico e astronomo Lagrange, con quella pronuncia del cognome che suggerisce un’ascendenza francese, era il torinese Giuseppe Luigi Lagrangia”.

Infografica – Biografia dell’intervistato Alberto Toscano

– Questo libro lascia al lettore la sensazione che le nostre due nazioni siano in realtà un popolo solo. Che cosa serve per sconfiggere i nazionalismi idioti? 

– Tanto per usare una metafora attinente ai tempi che viviamo, il “vaccino” contro il nazionalismo nella sua versione scellerata (precisando infatti che gli interessi e le identità nazionali sono perfettamente legittimi) è guardare al passato, non quello che si studia a scuola, ma la storia concreta e vissuta delle nostre famiglie, da cui attingere i nomi di quelli che oggi “fanno” la Francia. Si pensi all’ex ministro della Cultura Aurélie Filippetti, il cui nonno materno, umbro di Gualdo Tadino, morì costruendo una diga nei dipartimenti centrali e il cui nonno paterno fu minatore in Lorena, o al sindaco di Nizza Christian Estrosi dai nonni anch’essi umbri, o infine Lazzaro Ponticelli, ultimo sopravvissuto della Prima guerra mondiale, che servì nella Legione Straniera e che oggi è celebrato dai francesi come eroe nazionale. La quantità di esempi del genere è enorme. Il minimo comune denominatore è un’immigrazione riuscita non solo perchè quegli italiani diedero un aiuto positivo e tangibile al Paese che li ospitava, ma perchè oggi sono stati assimilati dal pensare comune dei transalpini al punto da essere ricordati come cittadini francesi.

– E allora perché non scrivere anche un libro sui francesi che hanno fatto l’Italia?

– In effetti me lo chiedono in tanti! Quando lo scriverò, sottolineerò la differenza di fondo tra le due emigrazioni: quella italiana in Francia fu emigrazione di massa, milioni di persone da cui sono emersi degli eccezionali singoli, mentre i francesi in Italia (da Gioacchino Murat ad Antoine Bernhaim ex presidente di Generali) sono tanti singoli distinti scesi oltre le Alpi quando spesso erano già importanti o famosi.

– Parliamo della classica rivalità tra Francia e Italia: potrebbe derivare dalla tendenza che hanno i francesi a prendersi anche i meriti degli immigrati (o dei loro discendenti), mentre noi italiani esterofili specifichiamo istintivamente che quel francese che ha avuto grande successo nel Belpaese era e rimane un francese?

– I francesi hanno una propensione all’integrazione: lo straniero che fa qualcosa di buono in Francia viene subito da loro “adottato”. Questa tendenza all’assimiliazione deriva dalla stessa storia della società francese, che si è spesso trovata di fronte alla necessità di allargare le sue dimensioni per aumentare la manodopera o a quella di colmare i vuoti demografici, come dopo la Prima guerra mondiale: in quest’ultimo caso furono in particolare veneti, emiliani e bergamaschi a rimettere in sesto le campagne francesi devastate e abbandonate. Mettere l’etichetta di “francesi” a quegli immigrati che operavano positivamente è servito a rendere più forte la loro società, il cui modello, infatti, non è quello americano, in cui l’immigrato si rimane aderente alla comunità di provenienza e ne mantiene spesso usi e costumi, ma è quello dell’integrazione totale: la scuola pubblica francese ha avuto almeno fino agli anni ’70 del Novecento proprio l’obiettivo di integrare, ancor più che quello di insegnare.

– Si nota subito la differenza con l’approccio italiano.

– Noi italiani non siamo abituati all’immigrazione verso il nostro Paese, non abbiamo un’esperienza sufficientemente lunga per poterci orientare nella fase attuale; siamo a disagio di fronte alle dimensioni del fenomeno, perché semplicemente non abbiamo ancora gli strumenti per misurarci coi problemi che ne provengono o per coglierne le opportunità. La società francese, invece, ha integrato milioni di persone per almeno un paio di secoli. Quindi, che abbia successo o meno, il “non-italiano” resta tale, e a maggior ragione se ha successo noi italiani siamo ben contenti di dire che abbiamo “ospitato” (non certo assimilato!) quello straniero. Invece nella mentalità francese la propensione è immediatamente quella di mettere in testa all’immigrato di successo un “cappello” con il tricolore bianco rosso e blu. 

– Alcuni capitoli del Suo libro mi ricordano “I figli della libertà” di Marc Levy. Lei dedica una parte di un capitolo alla Resistenza italiana in Francia.

– Sì, per me è stato fondamentale, perché volevo mostrare come l’atteggiamento francese avesse mostrato il lato peggiore del loro spirito nazionalista, quello di negare che gli immigrati avessero avuto un ruolo essenziale in un momento storico per loro e per tutto il mondo. La Resistenza era composta in gran parte da immigrati o figli di immigrati italiani spagnoli e polacchi. I primi ad arrivare al municipio di Parigi il 24 agosto 1944 furono i fuoriusciti repubblicani spagnoli, tanto per fare un esempio che purtroppo resta sconosciuto ai più. Spiace dirlo, ma qui la colpa è anche degli storici italiani, che si dimenticano ad esempio che gli italiani in Francia che salvarono decine di migliaia di ebrei a dispetto degli ordini che ricevevano dall’alleato tedesco. La storia della Seconda guerra mondiale pullula di episodi di italiani che diedero un sostegno eccezionale ma che restano anonimi anche per colpa degli storici che non fanno il loro mestiere fino in fondo. Perché in Italia manca “via dei Fontanot”, mentre in Francia rue de Fontanot è dedicata ai martiri friuliani Fontanot fucilati dai nazisti? Chiaramente fa comodo agli storici francesi ignorare che la gran parte della “Résistance” che ha liberato la Francia era fatta non da autoctoni ma da francesi di seconda generazione o da esuli o immigrati, ma perchè noi italiani non dobbiamo sottolineare i nostri meriti in quelle vicende?

– Se quella dei Fontanot è comunque una storia già affrontata dagli studi universitari, seppur messa nel dimenticatoio, quella di Catarinicchia è una sorta di scoop.

– Sì, il mio libro è forse l’unica testimonianza registrata dell’uomo che sfidò Hitler nel suo Nido dell’Aquila. Nel libro infatti riporto il racconto di un francese, residente in Tunisia, ma di padre e madri siciliani, e della sua avventura tra i soldati del generale Philippe Lecler de Hauteclocque, entrati nei primissimi giorni del maggio 1945 nel covo del Fuhrer 

– E pochi conoscono le vere origini della gastronomia francese…

– La cucina francese affonda le sue origini nelle ricette italiane. Il Rinascimento ebbe una superiorità culturale ed economica tale da influenzare l’Europa intera: è risaputo per la pittura e le architettura, ma vale anche per quell’arte di vivere bene che poi ha trovato un’espressione grandiosa nella gastronomia francese. Pochi sanno che fu Caterina de’ Medici a introdurre il gelato sulle tavole degli aristocratici francesi!

– Dopo 34 anni in Francia Lei può testimoniare la gestione della crisi della pandemia da parte della Francia. C’è stata inizialmente una sorta di ostilità o comunque di non cooperazione nell’aiutarci, poi invece le cose si sono appianate. Lei come ha vissuto questi mesi dall’interno?

– Collaboro con radio e televisioni francesi. Tra febbraio e marzo sono stato in numerosi talk show. Io stesso ho contratto il COVID-19 e sono sicuro di averlo preso proprio nell’occasione delle visite agli studi dove giornalisti e ospiti stavano tutti fin troppo vicini l’uno all’altro. Però me lo sono cavata bene con soltanto un po’ di febbre e di convalescenza. In quei dibattiti pubblici di inizio pandemia, quasi tutti affermavano con assoluta sicurezza che il guaio accadeva in Italia per colpa degli italiani stessi, con tutte le loro carenze e la disorganizzazione, mentre il meraviglioso sistema sanitario nazionale francese non avrebbe mai permesso un disastro del genere. Tra gli altri, un noto medico genetista, il primo che nel 2003 denunciò le morti per l’ondata anomala di caldo di quell’anno, ha detto in televisione a fine febbraio che l’Italia stava patendo per colpa di Berlusconi che aveva distrutto il sistema sanitario italiano! Altri puntavano il dito su altri politici o su altre cause, ma tutti gli opinionisti erano concordi nel dire che il coronavirus fosse un problema interamente italiano. Quasi fino a metà marzo i francesi hanno negato che il COVID-19 potesse diffondersi e creare sofferenza con la stessa velocità e intensità dell’Italia. Il risultato per loro è aver perso due settimane in cui avrebbero potuto analizzare la nostra situazione e farne tesoro per proteggere la popolazione. Quando invece le cose si sono messe male pure da loro, allora hanno cercato di proibito l’esportazione di medicinali e materiali sanitari e la Commissione europea li ha criticati per questa misura. In pochissimi giorni Macron è passato dal voler comunque far svolgere le imminenti elezioni municipali per poi invece annunciare la quarantena. La Francia ha colpevolmente chiuso gli occhi e ignorato la lezione italiana ed è così stata a sua volta invasa dall’epidemia. Purtroppo hanno pagato caro questo eccesso di arroganza.

– Come ne sono usciti i francesi e l’Europa in generale?

– Spero abbiano imparato la lezione. Mi auguro poi che vengano presi i provvedimenti economici necessari per far risollevare i Paesi membri dalla crisi post pandemia. L’Eurozona uscirà certamente dal tunnel, ma dobbiamo vedere se ne uscirà viva e rafforzata, magari più vicina ad un’unità federale, oppure moribonda e sul punto di dissolversi. Comunque sono molto ottimista sul futuro dell’Unione Europea.

Condividi questo post

Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

    Leave Your Comment

    Your email address will not be published.*

    Forgot Password