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Alberto Brambilla: “In Italia le cose miglioreranno quando la politica comincerà a dire le verità anche quando sono scomode”

“In Italia le cose miglioreranno quando la politica comincerà a dire le verità anche quando sono scomode, soprattutto in termini elettorali”. Parte da questa convinzione il nuovo saggio del docente universitario Alberto Brambilla, già presidente del Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. Le scomode verità su tasse, pensioni, sanità e lavoro edito da Solferino per molti lettori/elettori costituirà un pugno nello stomaco dopo anni di propaganda giocata su numeri e notizie fake, costruite spesso ad arte per stimolare il consenso. Le numerose tabelle, che mostrano i conti dello Stato italiano, costituiscono un attentato a decenni di convinzioni che vanno spazzate vie per comprendere finalmente il perché l’Italia continui ad essere un Paese in crisi e per stimolare gli anticorpi indispensabile per ricostruire, dalle attuali macerie, il futuro delle nuove generazioni italiane.

Infografica – La biografia dell’intervistato Alberto Brambilla

– Professore, come è nato questo libro controcorrente così lucido scorrevole e soprattutto ben suffragato da cifre e dati?

– Il libro è nato dall’insieme di idee e di dati raccolti lungo anni di analisi della politica e dell’economia del nostro Paese. Avevo iniziato a ragionare più approfonditamente sul tema delle pensioni quando ero consigliere d’amministrazione dell’INPS nel 1995. All’epoca, era molto sentito lo scontro Settentrione-Meridione sulla questione di chi pagasse o prendesse di più. Si cominciava a porsi la domanda sul perché l’Italia crescesse meno di altri Stati. Così, insieme al professor Biglia e al ragionere generale Monorchio sviluppammo un modello – valido ancora oggi – per “regionalizzare” i dati allo scopo di inquadrare meglio la situazione e di comprenderla. Nonostante l’intento non fosse quello di fare politica, la prima regionalizzazione effettuata nel ‘97-‘98 sollevò molte voci contrarie. Il CIV (Comitato di indirizzo e vigilanza dell’INPS, formato dalle parti sociali) disse non solo che questa raccolta andava vietata, ma pure era del tutto sconveniente toccare questi temi. Quella che ci sembrava una verità che bisognava rilevare e che poteva essere molto utile far conoscere, per esempio sul tasso di occupazione, sul lavoro nero e sui consumi, cozzava contro l’ostilità di coloro che non volevano farla emergere. E per molto tempo sono riusciti a oscurarla: si impegnò contro di essa persino una parte della Lega Nord, partito che a prima vista avrebbe potuto sfruttare questi dati per la sue battaglie politiche. Tuttora non mi so spiegare il perché di quel comportamento. Eppure l’ideologo stesso della Lega, il professor Miglio, desiderava avere un quadro fatto di cifre concrete per capire la realtà italiana, perché non voleva essere limitato alla teoria e alle sue intuizioni. Quando poi entrai a far parte di un Governo, capii come era difficoltoso dichiarare determinate cose… Perciò mi sono convinto che sarebbe stato meglio mettere finalmente per iscritto tutte le mancate verità ammantate da promesse fatte dalla politica solo per catturare il consenso elettorale senza alcun interesse per il nostro Paese che è e resta il fanalino di coda, assieme alla Grecia, dell’Europa.

– Nel Suo saggio sfata numerosi tabù, dai consumi alle pensioni, dall’immigrazione all’austerity. Cominciamo da quest’ultima: molti ripetono a mo’ di mantra che l’austerity ha portato a una riduzione della spesa sociale, che l’Europa ci dà i “compiti a casa” senza curarsi delle conseguenze sul welfare. Lei presenta i numeri che vengono computati nei costi delle pensioni e dell’assistenza, coi quali mostra come l’Europa abbia una visione falsata del nostro Paese.

– Per ragionare sull’austerity sono partito dalla considerazione, valida anche per il mantra dell’abbattimento della burocrazia, che noi italiani ci troviamo in un perenne clima di votazioni. Non avendo una legge che consenta di formare delle maggioranze precise, e non avendo un’organizzazione di sistema-Paese che riesca ad accorpare le elezioni in un paio di tornate (ad esempio una ogni cinque anni e una ogni due e mezzo) finiamo per assistere a tre o quattro campagne elettorali all’anno. Per vincere queste frequenti elezioni bisogna promettere, promettere e ancora promettere: tra gli esempi più recenti possiamo citare i bonus renziani, che hanno permesso di formare maggioranze con buoni numeri, e poi Quota 100 o il reddito di cittadinanza. Però i soldi non sono infiniti: la nostra generazione è quella che sta lasciando il conto da pagare alle prossime. Stiamo accumulando debiti senza lasciare nulla di concreto dopo di noi, senza aver costruito opere per il futuro, le quali, pur dovendo essere saldate dai nostri figli, continuerebbero almeno a generare dei benefici e degli introiti. Il nostro debito, invece, è tutta spesa corrente, è tutta “pancia”. Potrei usare i nostri database dall’anno 1980, ma mi limito ad analizzare quelli di tempi meno antichi. Nel 2008 lo Stato spendeva per l’assistenza sociale 73 miliardi di euro; nel 2018 spendeva 106 miliardi rispetto ai 110 dell’anno prima quando però non c’era il REI (un artificio contabile). Quindi, se fossimo veramente stati sotto il torchio dell’austerity da parte della matrigna Europa, come avremmo potuto aumentare le spese strutturali di oltre 33 miliardi? Premesso che la povertà si sconfigge con l’istruzione e con gli interventi sociali attivi – non distribuendo denaro a pioggia come sta facendo anche l’attuale governo che per l’ennesima volta ha privilegiato le spese correnti agli investimenti – ci si chiede comunque se questo aumento nell’arco di dieci anni abbia almeno diminuito la povertà; dati ISTAT alla mano, vediamo invece che la povertà assoluta e relativa è aumentata da 8,6 milioni del 2008 agli oltre 14 del 2018! Quando insieme a Tiziano Treu e a Lamberto Dini redigemmo la “riforma Dini”, imponemmo di fare una prima verifica dopo cinque anni e una secondo dopo dieci, stabilendo che se le azioni previste si fossero rivelate sbagliate, la norma andava rettificata; successivamente da Sottosegretario mi occupai nella Commissione interministeriale della verifica di questa legge. Ecco, indipendentemente dal colore politico dovrebbe essere questo il modus operandi di qualunque governo: si fanno delle norme, se ne verifica l’efficacia dopo un certo periodo di tempo, ed eventualmente si modificano e si migliorano. E invece nessun correttivo, anzi ancora più spesa con reddito di cittadinanza e prebende varie; e così scopriamo come la spesa pubblica sia cresciuta di svariati miliardi e come la povertà invece di diminuire sia di molto aumentata. Risultato: non c’è stata austerità e non si è neppure scalfito il problema della povertà; dal 2008 al 2018 abbiamo accumulato ben 565 miliardi di nuovo debito pubblico circa il 23% del totale; domanda: ma se non ci fosse stata la presunta e inesistente austerity quanto debito avremmo lasciato sulle spalle dei nostri figli e nipoti? Poi, certo, potremmo anche contestare il metodo ridicolo con cui l’ISTAT calcola la povertà… 

– Per quanto riguarda l’immigrazione, qual è il vero problema che la caratterizza? Potrebbe essere il fatto che non arrivino lavoratori specializzati oppure che non vengano regolarizzati in base a determinati criteri?

– Posto che su questo tema l’Unione Europea si gira sempre dall’altra parte, bisogna dire che i Paesi in cui le cose funzionano meglio che da noi hanno un approccio ragionato all’immigrazione. Ora, fatta salva l’immigrazione dovuta all’asilo politico o alle esigenze umanitarie, che andrebbe sempre garantita, bisogna porsi la domanda: l’Italia ha bisogno di immigrati? E perché ne ha bisogno? Magari potremmo necessitare di mano d’opera? No, non vi è questa necessità. E perché oggi l’Italia non ha bisogno di forza lavoro? Perché oggi il tasso di occupazione è al 58% e sta ancora scendendo, siamo già sotto di 10 punti rispetto alla media europea. Con troppi ragazzi che non studiano né lavoro, con tantissimo lavoro nero e con una disoccupazione altissima (un milione di persone ha persino smesso di cercare lavoro perché sicure di non trovarlo), non credo vi sia il bisogno di far arrivare altri immigrati. Quest’ultima sanatoria è del tutto sbagliata. È sorretta da enti come la Chiesa e i sindacati che in qualche modo ne traggono vantaggio: appaiono così premurosi verso gli immigrati, ma sembra che non si curino dell’interesse nazionale, e alla fine non fanno veramente nemmeno l’interesse degli immigrati stessi. I salari in Italia restano bassissimi e gli immigrati iscritti all’INPS dichiarano in media redditi intorno ai 12 mila euro l’anno quindi pagano pochi contributi e quasi nessuna imposta diretta. Con la sanatoria si volevano inserire 200mila lavoratori nel settore agricolo, perché si dice che quelli sono i lavori che gli italiani non vogliono più fare. Notiamo, tra l’altro, come questa sia la prima forma di razzismo. Ecco, delle 200mila richieste che si attendevano, ne sono arrivate solo 80mila, di cui 62mila fatte per il lavoro domestico. Le hanno presentate cinesi, marocchini, albanesi, pakistani: certamente non le nazionalità che abitualmente esprimono badanti o colf (come ad esempio peruviani, filippini o moldavi). Di queste domande, l’80% sono state fatte da maschi. Per l’agricoltura, invece, appena 8mila domande. Evidentemente c’è qualcosa che non va.

Ora, visto che questa sanatoria è la fotocopia di quella del governo Monti nel 2012, personalmente avrei prima studiato quest’ultima per vedere quali risultati ha prodotto, e non l’avrei riproposta tale e quale per motivi ideologici, come invece ha fatto questo governo, sprecando anche le lacrime della ministra Bellanova. Così, per l’agricoltura non è arrivato quasi nessuno, ma volevano tutti venire per fare i lavori domestici. Sorge la domanda: chi li ha assunti? Il 30% sono stati presi da famiglie della medesima etnia, le quali dichiarano redditi che mediamente non superano i 10mila euro: con entrate così basse, come possono assumere un badante? Perché nella riforma non è stato previsto di richiedere ai futuri datori di lavoro la loro dichiarazione dei redditi? Nel 2012, ero Presidente del nucleo di certificazione della spesa previdenziale, a tre mesi dalla regolarizzazione gli oltre 90 mila regolarizzati iscritti nell’apposito fondo Inps dei lavoratori domestici si sono progressivamente dissolti. Hanno preso il permesso di soggiorno e poi non hanno fatto quei lavori per i quali venivano teoricamente assunti. Sono invece sono passati al lavoro nero, o peggio. A rimetterci sono ovviamente gli italiani, ma anche e soprattutto gli immigrati che erano già qui e che lavorano regolarmente. Checché ne dicano gli ideologi dell’immigrazione che sostengono che gli immigrati salveranno l’Italia, lo Stato è costretto a sborsare cifre enormi per dare i servizi sanitari a individui che hanno ottenuto i documenti con un trucco e che ora si dedicano ad altro. È ridicolo pensare che questo tipo di immigrazione sia un investimento per il futuro dell’Italia. Se al nostro Paese serve l’immigrazione, allora deve selettiva e controllata. Questa è una considerazione che prescinde da qualunque ideologia: si tratta di guardare alle esperienze di altri Paesi, alle nostre precedenti e fallimentari esperienze e trarne delle lezioni per noi, si tratta di buon senso, si tratta di avere una visione reale del nostro futuro; si tratta di dire la verità prevista pure dalla religione.

– Per quale motivo, secondo Lei, da ministro degli Interni Salvini non riuscì ad incidere maggiormente su questo punto? 

– Le possibilità di fare dei cambiamenti notevoli c’erano, le competenze c’erano, i numeri politici c’erano. Purtroppo, invece, non è stato fatto nulla di veramente importante né sul tema immigrazione né sulla riforma della legge Fornero. Se mi chiedete se si poteva fare qualcosa di buono, rispondo di sì; invece, se mi chiedete perché non è stato fatto, rispondo che purtroppo non lo so.

– Noi siamo uno dei Paesi dove si pagano più tasse, eppure non riusciamo a coprire tutte le spese. L’elusione e l’evasione fiscale derivano dall’eccessivo peso fiscale oppure è un fatto immutabile nella nostra nazione? Sarebbe possibile arrivare alla flat tax o non ce la possiamo permettere?

– Pochi Paesi dell’Europa dell’est e qualche piccolo Stato americano hanno la flat tax e sono tutti Paesi caratterizzati da uno welfare basso, meno della metà di quello che spendiamo noi. Quindi chi ha la flat tax paga poco, ma riceve anche pochi servizi pubblici. Qual è il sistema più efficace? Difficile dirlo. Tuttavia, considerati i numeri dei nostri contribuenti, temo non sia una strada né praticabile né efficace. Il problema, comunque, non è ridurre le tasse, ma farle pagare in maniera più equa e più distribuita e il “contrasto di interessi” in un Paese con 25 milioni di famiglie che comperano agni anno più di 125 miliardi di servizi diretti, è l’unico modo. Vi è una minoranza di onesti pagatori che viene sempre più tartassata, che viene considerata ricca e per questo viene di fatto penalizzata: solo che la ricchezza viene stabilita sulla base dei redditi lordi, ma coi loro introiti netti questi cittadini rappresentano al massimo la classe media. E invece finiscono per pagare la sanità o la scuola soprattutto a coloro che evadono, mentre da soli devono provvedere alle cure mediche o mettersi da parte una pensione integrativa. Flat tax, cuneo fiscale e riforma fiscale oggi sono semplicemente slogan che i politici usano per le loro campagne elettorali.

Infografica – La scheda del libro “Le scomode Verità”
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Nato a Torino il 9 ottobre 1977. Giornalista dal 1998. E' direttore responsabile della rivista online di geopolitica Strumentipolitici.it. Lavora presso il Consiglio regionale del Piemonte. Ha iniziato la sua attività professionale come collaboratore presso il settimanale locale il Canavese. E' stato direttore responsabile della rivista "Casa e Dintorni", responsabile degli Uffici Stampa della Federazione Medici Pediatri del Piemonte, dell'assessorato al Lavoro della Regione Piemonte, dell'assessorato all'Agricoltura della Regione Piemonte. Ha lavorato come corrispondente e opinionista per La Voce della Russia, Sputnik Italia e Inforos

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