I più letti

Categorie

  • Nessuna categoria

Afrin, continuano i crimini contro madri e figlie in Siria ad opera delle milizie Sultan Murad

Rapita, stuprata e infine uccisa. Malak Nabih Khalil Jumah, una ragazza di sedici anni è l’ultima vittima di una serie di crimini commessi ai danni della popolazione di Afrin, la cittadina nel cantone curdo della Siria nord-orientale conquistato nel 2018 dalle truppe di Ankara. 

Di Malak si erano perse le tracce all’alba dell’ultimo giorno del Ramadan il 23 maggio scorso, «sequestrata dalle milizie affiliate alla Divisione Sultan Murad» denunciano le associazioni per i diritti umani di Afrin a e delle Regioni dell’Eufrate. Il corpo senza vita della sedicenne è stato ritrovato domenica mattina, nei terreni vicino alla città di Azaz, a trenta chilometri a nord-ovest di Aleppo. Le ong lanciano precise accuse contro le milizie dell’Esercito nazionale siriano (Sna) reo di perpetrare «tutti i tipi di crimini contro madri, figlie nella Siria settentrionale e nord-orientale».

Una rappresaglia per il ruolo pionieristico da loro assunto nella lotta al terrorismo nella città di Afrin, Kobane, Ras al-Ain e Tal Abyad. «Violazioni dei diritti umani, efferati omicidi e abusi che si verificano nella regione ed equivalgono – proseguono le associazioni – a sporchi crimini di guerra e contro l’umanità». Oggi, nelle aree sotto il controllo dell’esercito turco, donne e bambini vengono rapiti dietro richiesta di riscatto e costrette a matrimoni forzati. «Le donne sono soggette a torture sia fisiche che psicologiche – riferisce una fonte da Aleppo – diventano schiave del sesso, costrette alla prostituzione e al lavoro forzato. Purtroppo la violenza sessuale e anche le gravidanze forzate sono ormai diffuse». Le organizzazioni umanitarie, puntano anche il dito contro diversi siti Web e media vicini alla Coalizione nazionale siriana, formata dalle forze di opposizione ad Assad, che avrebbero “cinicamente” affermato che la ragazza uccisa lavorava in precedenza per l’ex amministrazione curda di Afrin, «quasi a giustificare la sua esecuzione da parte delle milizie filo-turche. E ora questi stessi organi di stampa sostengono che il cadavere non è di Malak, nel tentativo di nascondere questo orribile crimine», riferiscono in una nota. Ora, chiedono ad Ankara chiarimenti sull’atroce destino della minore.

Già lo scorso marzo, anche Hanny Megally, componente della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulla Siria aveva manifestato preoccupazione per la sorte delle donne nell’ex enclave curda e in particolare per quelle delle minoranze etniche e religiose, le più colpite dal conflitto. «Le donne e le ragazze appartenenti alle etnie curde e yazide hanno assistito ad una limitazione dei loro movimenti e sono state molestate quando provavano ad avventurarsi fuori – riferiva in un nota del marzo scorso Megally –. Tali atti minano la loro capacità di partecipare in modo significativo e contribuire alla  comunità in cui vivono. Questo deve finire», concludeva tranchant. L’avanzata delle milizie turche e dell’esercito nazionale siriano, messa in atto con l’operazione “Sorgente di pace” partita lo scorso 9 ottobre, seguì l’improvviso volta faccia del presidente Trump che decise di ritirare le truppe statunitensi all’inizio dello stesso mese.  

«Le ostilità hanno innescato lo sfollamento di oltre 100 mila persone nel giro di ventiquattro ore, tra il 10 e l’11 ottobre – denuncia in un rapporto pubblicato a marzo la stessa Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulla Siria, rilevando livelli di sfollamento senza precedenti e condizioni disastrose per i civili nella Repubblica araba siriana – come il saccheggio e l’appropriazione di beni immobili». Il conflitto armato in Siria è tutt’altro che terminato, è l’allarme lanciato dalla Commissione Onu, considerando gli ultimi fatti che coprono un periodo di tempo che va dall’11 luglio 2019 al 10 gennaio 2020, visto che le violazioni dei diritti umani continuano a moltiplicarsi. E dopo nove anni di guerra, donne, uomini e bambini  continuano ad essere sottoposti a livelli di sofferenza e dolore che hanno precedenti solo nel conflitto afghano. Proprio nelle zone a nord-ovest di Aleppo, l’Organizzazione siriana per i diritti umani di Afrin (HROAS) ha allestito un campo per i sfollati della città occupata dalla Turchia e dalle milizie al suo seguito. Un dramma epocale per una popolazione che prima si è trovata a fronteggiare e a sconfiggere il Daesh nei suoi territori e poi costretta a capitolare per l’intervento di Ankara. Dopo la liberazione del Rojava dalle milizie jihadiste da parte della coalizione anti-Isis, Afrin stava ricominciando a vivere, a ricostruire ciò che era stato polverizzato in pochi anni. Ma quel pezzetto di libertà riconquistata con il sangue, è durata lo stesso istante di un lampo. 
       –

Condividi questo post

Nasce a Palermo. Laureata in Lingue e letterature straniere all’Università degli studi del capoluogo siciliano, master in Giornalismo e comunicazione pubblica istituzionale, è giornalista pubblicista. Ha iniziato la sua carriera di giornalista, scrivendo di sprechi, inadempienze nella Pa e di temi ambientali per il Quotidiano di Sicilia, ha collaborato per alcuni anni col Giornale di Sicilia, svolto inchieste e approfondimenti su crisi libica e questione curda per Left, per poi collaborare alle pagine Attualità e Mondo di Avvenire, dove si è occupata di crisi arabo-siriana e di terrorismo internazionale. Ha collaborato col programma Today Tv 2000, l’approfondimento dedicato all’attualità internazionale. Premio giornalistico internazionale Cristiana Matano nel 2017.

    Leave Your Comment

    Your email address will not be published.*

    Forgot Password